lunedì, 17 Giugno 2024

Web3 e DeFi: come la finanza diventa democratica

Sommario

Una finanza decentralizzata. Questo l’ideale che nel giro di poco potremo vedere realizzato grazie agli strumenti digitali di ultima generazione. La Decentralized Finance (abbreviato DeFi) rappresenta uno degli ambiti chiave del cosiddetto Web3, ovvero la terza incarnazione dell’universo digitale, quella che, secondo i suoi più strenui sostenitori, dovrebbe spostare le decisioni in materia di web dalle compagnie agli utenti. A livello finanziario si tratta di un fenomeno rivoluzionario: DeFi suona un po’ come “defy”, sfidare, e in effetti queste tecnologie lanciano una sfida cruciale alla finanza tradizionale. Nelle implicazioni più evidenti, rendono accessibili a chiunque alcuni servizi. Nel caso estremo, potrebbero eliminare la necessità di un qualsiasi intermediario umano, sostituendolo con un algoritmo.

La rivoluzione dei servizi digitali

La grande attrattiva del Web3 sta nella sua capacità di superare alcuni importanti problemi di digitale e finanza. In primo luogo, potrebbe risolvere una volta per tutte le difficoltà fiscali legate alle grandi web companies e aiutare l’applicazione delle norme loro imposte. Questo grazie alla tecnologia Blockchain, alla base dell’architettura del Web3, che garantisce un’efficienza e un affidabilità che va oltre qualsiasi operatore umano. D’altra parte, in campo finanziario, un sistema decentralizzato consente di semplificare e rendere fruibili determinati tipi di prodotti finora riservati agli addetti ai lavori, grazie all’impiego degli smart contracts, speciali contratti garantiti da un algoritmo. Inoltre, grazie alla Blockchain sono implementate opportunità di investimento per ora rifiutate dal resto degli operatori, come le criptovalute.

Un sistema difficile

Ma non tutti sono così ottimisti: il Web3 conta anche numerosi detrattori, alcuni illustri. Su tutti Elon Musk, che l’ha definito «più marketing che realtà». Questo scetticismo è in parte dovuto alla forte speculazione finanziaria che in questo momento nasconde il valore reale di questa novità. In parte, però, si basa su inconvenienti reali. Uno dei più rilevanti è la difficoltà nell’utilizzo degli strumenti DeFi, che richiedono al momento una conoscenza tecnica informatica nettamente superiore alla media. Esistono poi limiti della tecnologia stessa. In cima a tutti il cosiddetto “problema Oracle”, ovvero la difficoltà con cui gli smart contracts recepiscono dati esterni. La sicurezza della Blockchain viene dalla sua natura di sistema chiuso, ma certi contratti, specie se finanziari, necessitano di input esterni per funzionare. Di conseguenza, rischiano di essere più esposti ad attacchi informatici.

Una “finanza delle cose”

In ogni caso, il fenomeno del Web3 è in piena crescita, anche grazie all’influsso della pandemia. Nel 2021, i depositi totali di DeFi sono saliti da 18,7 a 252,46 miliardi di dollari, mentre il numero di utenti da 1,1 ha raggiunto i 4 milioni. Certo, l’entusiasmo iniziale sta un po’ passando e nel 2022 abbiamo già visto qualche aggiustamento. In generale, però, alcune circostanze fanno sperare bene riguardo agli sviluppi futuri. La prima è sicuramente il numero di affiliazioni istituzionali, a differenza di quanto successo in passato con altre innovazioni di simile natura. L’altra è nei margini di espansione: grazie alla coppiata con il 5G e l’internet of things, che permettono di mettere in comunicazione tra loro gli oggetti mediante la rete, il Web3 potrebbe contribuire ad ampliare moltissimo il campo di ciò che può essere finanza, come già vediamo con gli NFT. ©

Marco Battistone

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Foto di Shubham Dhage su Unsplash

Studente, da sempre appassionato di temi finanziari, approdo a Il Bollettino all’inizio del 2021. Attualmente mi occupo di banche ed esteri, nonché di una rubrica video settimanale in cui tratto temi finanziari in formato "pop".