venerdì, 12 Aprile 2024

Blockchain: la fiducia digitale fa paura alle banche

Se finora il mercato delle crypto non ha ancora impattato seriamente sulla stabilità finanziaria globale, pur essendo triplicato di valore nel 2021 raggiungendo 2,6 mila miliardi di dollari, l’ultimo rapporto del Financial Stability Board – l’Assessment of Risks to Financial Stability from Crypto-assets – avverte però che le criptovalute presto potrebbero metterla in pericolo. «In ambito finanziario sicuramente già esiste una ampia diffusione di piattaforme che offrono in modo più o meno decentralizzato strumenti legati a bitcoin e criptovalute, con il vantaggio di avere una accessibilità e una versatilità ben differente rispetto ai sistemi basati sulla finanza tradizionale», dice Alessandro Ghiani, avvocato, docente, startupper e autore del libro Blockchain: linee guida. Dai casi pratici alla regolamentazione. «Per questo motivo il settore raccoglie bilioni di dollari di capitalizzazioni. Troveremo però utilizzi della blockchain in moltissimi altri ambiti: la certificazione dei processi di filiera, la verifica delle supply chains, in ambito assicurativo, energetico e persino artistico, dove è ormai sulla bocca di tutti il fenomeno degli NFT».

Le banche non sono più le uniche intermediarie di fiducia…

«No, perché oggi è possibile scambiare valore o spenderlo in modo sicuro, non duplicabile, non hackerabile senza la necessità dell’intermediario banca».

E i Bitcoin sono l’utilizzo più diffuso della tecnologia blockchain

«Bitcoin è il prodotto per antonomasia della blockchain, non a caso è il più conosciuto. È però spesso anche superficialmente e ingiustamente criticato, in quanto associato esclusivamente alla speculazione finanziaria. Bitcoin è un asset digitale fungibile ed estremamente liquido, oltre che sicuro e inattaccabile. Esso può essere utilizzato come riserva di valore, come mezzo convenzionale di pagamento e, in ultimo, anche come strumento finanziario».

Il rapporto tra blockchain e la fiducia digitale però è di difficile definizione

«Blockchain e fiducia è un ossimoro, una contraddizione in termini. In un ambiente costruito sulla base di una blockchain non è necessario fidarsi, il sistema di per sé definito trustless, ossia senza fiducia, sopperisce a questa esigenza tipica del mondo in cui viviamo. Il concetto vale per Bitcoin per esempio, ma si complica un pochino se andiamo a utilizzare blockchain che acquisiscono dati da oracoli esterni rispetto ai quali comunque dobbiamo esprimere la nostra fiducia».

In che senso la blockchain sposta la garanzia del consenso?

«Il tema del consenso nell’ambito di utilizzo della blockchain rappresenta un concetto particolarmente importante. In un ambiente decentralizzato è necessario che i partecipanti possano raggiungere forme di consenso in modalità autonoma e indipendente gli uni dagli altri, pur tuttavia in modalità sicura. Questo è permesso dalle caratteristiche della blockchain e, in particolar modo, dalle blockchain definite permissionless».

Lei dedica un capitolo agli smart contract, i contratti intelligenti che regolano i termini e le condizioni dell’accordo tra le parti specificate, però, sotto forma di codice eseguito in una blockchain, anziché su un foglio di carta conservato da un notaio. Li definisce un’opportunità sorprendente, ci spiega meglio in che modo lo possono essere?

«L’utilizzo di uno smart contract ben scritto in linguaggio codice e l’inserimento all’interno dello stesso di tutti gli elementi essenziali di un contratto oltre che delle clausole accessorie identificate caso per caso, può portare allo snellimento dei processi attraverso una efficace automatizzazione degli stessi, con il risultato di ridurre ai minimi termini le conseguenze legate agli inadempimenti contrattuali».

Blockchain e smart contract daranno vita al turismo del futuro?

«Già è possibile attraverso piattaforme costruite secondo tali architetture pagare le proprie vacanze o i propri viaggi in criptovaluta. Questo fenomeno apre le porte a una fetta di mercato molto significativa, su cui gli operatori del settore stanno rivolgendo la propria attenzione».

Che cosa cambia per le aziende che credono nella tecnologia blockchain?

«Sono chiamate a proiettarsi in una nuova dimensione che passa  attraverso la digitalizzazione dei processi, ma anche attraverso il loro efficientamento. La blockchain è la secret source per molte aziende, non per tutte, non è una moda, che permetterà di aumentare la competitività delle stesse attraverso il rilascio di nuovi servizi o prodotti».

Come cambierà le abitudini della società la tecnologia blockchain?

«Come l’hanno cambiata tutte le precedenti rivoluzioni: senza che nessuno se ne accorga in modo esplicito. Oggi siamo abituati a utilizzare smartphone, internet, cloud e tanti altri sistemi che piano piano sono entrati a far parte della vita di tutti, dagli sviluppatori alle casalinghe, con tutto il rispetto, senza che nessuno si sia posto troppe domande. In verità saranno le cosiddette killer application che ci introdurranno all’uso di sistemi basati su blockchain. Come è stato google per internet, whatsapp per le comunicazioni su smartphone, Bitcoin o altre killer app ci renderanno quasi impercettibile il cambiamento epocale».

In Paesi come Malta, Estonia, Slovenia, la tecnologia blockchain permette di generare ricchezza…

«La ricchezza la generano le idee, ma di certo chi coltiva le idee o le favorisce si può trovare avvantaggiato. La sfida della competitività che impegna Paesi più piccoli e meno performanti sotto il profilo industriale passa necessariamente attraverso l’incentivazione dei processi digitali, che possono generare ricchezza senza impieghi di capitali enormi. Questo concetto alcuni lo hanno già compreso».

Che cosa manca ancora all’Italia per stare al passo: un framework normativo adeguato?

«Il framework normativo adeguato manca un po’ a tutti i Paesi che, con filosofie differenti, si stanno comunque impegnando per regolamentare i fenomeni legati all’utilizzo della tecnologia blockchain. Il sigillo su questo puzzle lo attendiamo piuttosto dalla UE, che ha già intrapreso diversi percorsi per definire in modo univoco la regolamentazione di settore».

Altro tema fondamentale è quello dell’identità digitale

«Qui andiamo a toccare un tasto particolarmente caldo. Personalmente mi sto spendendo per far comprendere alle platee come la tecnologia blockchain sia già pronta per invertire i processi andando a sovvertire le concettualità oggi basate sulla logica delle identità possedute dagli intermediari accreditati al rilascio delle nostre verifiable credentials. Blockchain può ripristinare digitalmente la centralità del soggetto proprietario della propria identità, che è libero di spenderla nella forma che ritiene più opportuna. Una vision Human Centered digitale, oggi già possibile, che permetterebbe a ciascun soggetto di riappropriarsi della propria identità senza la necessitò di doverla richiedere a un altro soggetto.  La blockchain rappresenta un cambio di paradigma culturale forte, che ha bisogno di approfondimento e comprensione. La rivoluzione è già iniziata, come sempre qualcuno la cavalcherà e qualcun altro la subirà».        ©

Crediti: Alessandro Ghiani