venerdì, 12 Aprile 2024

L’industria del tabacco si espande a spese dei più poveri

Sommario

L’industria del fumo cresce, nonostante tutto, nonostante le evidenze negative a carico del consumo di tabacco. Come recita il sito del Ministero della Salute, «il tabacco provoca più decessi di alcol, aids, droghe, incidenti stradali, omicidi e suicidi messi insieme». Eppure, resta un mercato mastodontico e, forse inaspettatamente, in crescita: se, stando ai dati di Grand View Research Inc., l’industria del tabacco vale nel 2022 849.9 miliardi di dollari, nel 2030 raggiungerà addirittura i 1049. Una crescita dovuta anche alle aggressive campagne di marketing che le “Big Tobacco”, le più grandi aziende del settore, mandano avanti nei Paesi in via di sviluppo.

Il fenomeno

Nonostante le sempre più ampie evidenze sui problemi legati al consumo di tabacco, il numero dei fumatori resta al giorno d’oggi altissimo. Secondo l’OMS, sono 1,1 miliardi nel mondo, con 200 milioni di persone che usano regolarmente altri prodotti legati al tabacco. A trainare il fatturato del settore sono soprattutto Usa e Cina che insieme rasentano i 400 miliardi di fatturato annuo. Negli ultimi anni il numero complessivo dei fumatori ha visto un lento ma costante calo. Infatti, le numerose campagne contro il fumo e i divieti pubblicitari imposti nei Paesi a sviluppo avanzato hanno portato grandi risultati. Guardando ai dati specifici, però, ci si accorge di come questo calo non sia generalizzato: in Africa e nel Mediterraneo Orientale, il numero assoluto dei fumatori non ha mai smesso di salire. È un fenomeno dovuto al marketing più aggressivo condotto dalle “Big Tobacco” in queste aree e alle pressioni che queste compagnie fanno sui governi per bloccare legislazioni contro il fumo. Un aspetto aggravato dalla pandemia, che ha aumentato le interferenze dell’industria del tabacco nell’attività legislativa. A evidenziarlo è il Global Tobacco Industry Interference Index 2021, il report annuale che misura l’impegno dei governi nella lotta al tabagismo.

Il marketing aggressivo

I dati dell’OMS mostrano come l’80% dei fumatori vivano in Paesi a reddito medio o basso, e non a caso. Secondo un recente studio condotto dagli analisti del Guardian, si osserva che negli Stati più poveri la probabilità di essere esposti a messaggi pubblicitari dell’industria del tabacco è dieci volte più alta che negli altri. A ciò corrisponde un più facile accesso al tabacco, con un maggior numero di rivenditori, e un livello di alfabetizzazione e accesso all’informazione molto minori, che non consentono di avere una piena consapevolezza dei danni derivanti dal consumo. Di conseguenza, questi Paesi si qualificano come maggiormente vulnerabili a qualsiasi forma di promozione. Tanto più che le campagne di marketing prendono di mira deliberatamente i giovani, la componente più numerosa della popolazione nell’area africana, con l’obiettivo di creare nuovi compratori in futuro. La conseguenza è che il 70% dei fumatori inizia a fumare sotto i 18 anni di età, il periodo in cui l’impatto sulla salute è maggiore.

Un freno allo sviluppo

Le implicazioni di questa “epidemia” di tabacco nei Paesi in via di sviluppo sono le più gravi, sia in termini sociali, sia in termini economici. Questo perché in queste aree, dove già sussistono sostanziali mancanze nei sistemi sanitari e problemi di accesso alle cure, gli effetti negativi restano praticamente incontrollati. Tra le dieci nazioni al mondo per mortalità legata al fumo, le prime 7 appartengono alla categoria di Paesi a medio e basso reddito. Ma il prezzo da pagare non è solo quello in vite umane: i costi sanitari legati al fumo in questi Stati sono altissimi in proporzione alla capacità di spesa totale. Un esempio emblematico è quello della Tanzania. Ottavo produttore mondiale di tabacco, spende l’80% dei proventi nella sola cura dei tumori correlati al fumo.  ©

Marco Battistone

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Studente, da sempre appassionato di temi finanziari, approdo a Il Bollettino all’inizio del 2021. Attualmente mi occupo di banche ed esteri, nonché di una rubrica video settimanale in cui tratto temi finanziari in formato "pop".