giovedì, 22 Febbraio 2024

Il nucleare in Italia non esplode e il PNRR lo dimentica

Nucleare

Non ha tregua il tabù italiano per il nucleare. Nel PNRR, escludendo il Divertor Tokamak Test dell’ENEA a Frascati e quello del Consorzio RFX di Padova, non c’è traccia di nuclear energy. «Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è un po’ la ripetizione di uno scandalo italiano, come sulla ricerca ordinaria in quest’ambito», dice Umberto Minopoli, Presidente dell’Associazione Italiana Nucleare. «A differenza di quello francese che, invece, fa ampio ricorso alle risorse europee».

L’Unione Europea ha finanziato più di 100 progetti di ricerca in 10 anni. Si può fare di più?

«La Comunità europea dell’energia atomica Euratom impegna oltre un miliardo di euro, nel triennio 2021/2025, per attività di ricerca e formazione nell’ambito della fissione e della fusione nucleare, della radioprotezione, della medicina nucleare e della sicurezza. E, sempre di più ormai, anche sulle nuove frontiere degli utilizzi diversi delle tecnologie nucleari oltre quelli elettrici ed energetici. I programmi Euratom di istruzione, ricerca e formazione integrano quelli europei in campo energetico (programma Orizzonte Europa) che allungano ulteriormente canali e tempi dei finanziamenti. A tutto questo, potrebbero aggiungersi le opportunità del Regolamento sulla Tassonomia (i progetti e gli investimenti sulle tecnologie sostenibili) in cui la Commissione Europea ha proposto di inserire il nucleare, a fianco delle energie rinnovabili e del gas».

La nuclear energy quanto sarà determinante per l’indipendenza energetica in Italia?

«In Europa, già oggi il nucleare assicura circa il 25% della produzione elettrica. È una quota destinata a salire. Già oggi alle 125 centrali in attività (che, in gran numero, conosceranno un allungamento della vita operativa) si vanno aggiungendo decine di nuove piattaforme in costruzione in almeno la maggioranza dei Paesi dell’Unione. Non è immaginabile che questo largo utilizzo nel futuro immediato, diminuirà. Anzi si accrescerà. Nucleare e rinnovabili sono le due fonti che garantiscono la minore dipendenza dalle importazioni e il più forte sviluppo della produzione di energia da fonti interne. Ovviamente è un discorso da aprire anche per l’Italia. Che, insieme alla Germania, è il Paese che soffre di più dalla dipendenza dal gas di importazione».

Dal 2010 a oggi la ricerca italiana sul nucleare ha co-partecipato a una media di 10 progetti all’anno del valore medio di 17 milioni di dollari l’uno. Per continuare sulla buona strada quanto bisognerà investire nei prossimi anni a livello nazionale?

«La domanda contiene un possibile fraintendimento. I numeri sono veri e testimoniano l’altissima qualificazione e stratificazione di competenze esistente in Italia, in ambito nucleare, nonostante la cancellazione sistematica operata, dal 1987, di una cultura e di una tecnologia di cui, fino ai primi anni 70, detenevamo il primato nel mondo. Ciononostante questa cultura e tecnologia, con l’azione di Università, centri di ricerca e imprese industriali si è tenuta in piedi. I numeri cui lei si riferisce riguardano la partecipazione di aziende e centri di ricerca ai bandi e ai programmi europei, principalmente di Euratom o della Comunità. I progetti cui partecipiamo riguardano ambiti interessantissimi, come le caratteristiche dei reattori, il combustibile nucleare o il trattamento dei rifiuti radioattivi, della ricerca nucleare attuale. Il fraintendimento riguarda, invece, il fatto che a livello della legislazione nazionale e ordinaria sulla ricerca, il nucleare è del tutto assente dalle linee di finanziamento. Un’anomalia, ormai, intollerabile nel contesto competitivo attuale. Lei chiede quanto occorrerebbe stanziare. Io dico che la prima scelta da fare è ripristinare la presenza della ricerca nucleare nelle leggi ordinarie».

Sempre più si assiste al fiorire di nuove proposte, anche da parte di investitori privati, con l’obiettivo di combinare nucleare e rinnovabili per ottimizzare i futuri sistemi energetici. Quanto e in che modo può essere importante la nuclear energy in questo processi?

«L’espansione delle rinnovabili non continuative (solare ed eolico) comporterà il ricorso a fonti energetiche baseload che assicurino la continuità della fornitura elettrica nei momenti in cui le fonti intermittenti non generano energia. Oggi questa funzione, in Italia, è garantita dal gas e dalle fonti fossili. Nella prospettiva della transizione energetica dovrà esserlo da fonti low carbon e prive di emissioni. Per questo l’integrazione rinnovabili/nucleare è immaginata come il naturale completamento della diffusione delle fonti alternative. E, nella totalità dei Paesi industrializzati, e non solo, è questo il mix ideale delle future economie decarbonizzate».

L’attività nucleare, lo sfruttamento a fini utili della radioattività di alcuni elementi atomici, è un perfetto esempio di “economia circolare”…

«Il nucleare energetico è il simbolo, per eccellenza, di gestione non impattante dei rifiuti (le cosiddette scorie) prodotte dal suo ciclo. Mentre nella totalità degli altri processi produttivi, energetici, chimici, industriali, l’impatto ambientale dei rifiuti prodotti si manifesta nelle emissioni di vario tipo o nello smaltimento dei rifiuti nelle discariche ordinarie, di tutt’altro genere è la gestione dei rifiuti nucleari. Anzitutto, essendo scarti nucleari delle sorgenti radioattive la loro gestione deve assicurare sempre, in ogni momento del ciclo di produzione, l’assoluta separazione di tali sorgenti da ogni possibilità di impatto sulle persone o sull’ecosfera. Una sorgente radioattiva è sempre sigillata, schermata e separata dall’ambiente: dall’utilizzo come combustibile fino all’estrazione dal reattore e allo smaltimento in depositi dedicati. Nessuna contaminazione radioattiva o emissione o fuoriuscita dai luoghi di smaltimento è possibile nella gestione accurata dei rifiuti nucleari. In tal senso, nella categoria dei rifiuti pericolosi, quelli nucleari rappresentano, sicuramente, i meno pericolosi per l’uomo e l’ambiente. Inoltre, la loro gestione è un esempio di economia circolare. Nei futuri reattori avanzati, quelli di quarta generazione, una parte viene trasformata in nuovo combustibile e bruciata nei reattori. Nel futuro prossimo si ridimensionerà, enormemente, il problema delle scorie radioattive: diminuiranno il loro volume (che è già molto esiguo nel processo nucleare) e il tempo di decadimento e di trasformazione in materiali ordinari; si accresceranno i materiali radioattivi, che potranno essere destinati ad usi utili (medicali o di ricerca)».

In materia di brevetti nel campo dell’energia nucleare, secondo l’analisi Elsevier, l’Europa, soffre per l’assoluta posizione di dominanza dei Paesi dell’Asia dell’Est, non solo della Cina che ha quasi 14.000 brevetti ma anche Giappone con quasi 5.000 e Corea del Sud con 4.000. Anche gli USA hanno un forte gap rispetto ai competitor asiatici e producono meno brevetti anche dei Paesi presenti in EU – 2.900, mentre l’Unione Europea (includendo UK, Svizzera e Norvegia) ne vanta circa 3.300 Quali sono le previsioni per i prossimi anni?

«L’attività di brevettazione è molto interessante in ambito nucleare e in Europa. I numeri che lei cita sono destinati ad aumentare in modo consistente. C’è il grande mondo dei brevetti sulla futura “quarta generazione”: i reattori a spettro neutronico veloce e breeder, che riducono le scorie ad alta attività e creano più combustibile di quanto ne consumino. L’Italia, con il progetto dell’impresa Newcleo è un esempio di questa interessante realtà. Anche gli small modular reactors (SMR), di cui si diffondono i modelli anche in ambito europeo, saranno un campo di brevettazione. C’è poi la fusione nucleare, dove si moltiplicano, oltre la costruzione del grande esperimento di Iter in Francia, iniziative e sviluppi che stanno raccogliendo disponibilità di capitali privati. La fusione sarà un campo straordinario di ricadute tecnologiche in altri ambiti di utilizzo: i nuovi materiali, la superconduttività, la medicina nucleare ecc.».

I modelli economici basati sugli Small Modular Reactors possono integrarsi con le fonti rinnovabili non programmabili per assicurare continuità nella generazione elettrica, ma anche produzione di calore per scopi industriali o produzione di idrogeno da utilizzare anche per la decarbonizzazione del settore dei trasporti?

«Il loro avvento, grazie alle caratteristiche, alle dimensioni e alla flessibilità si prestano a molteplici usi, oltre a quello del baseload: di cogenerazione e di usi termici, di produzione di idrogeno, di utilizzo del calore in impieghi industriali. Uno sviluppo molto interessante è quello delle piccole centrali trasportabili per elettrificare zone impervie o sprovviste di rete elettrica. Per non dimenticare il futuro della propulsione: ci saranno SMR integrati che avranno l’aspetto, ormai, di vere e proprie batterie autoricaricabili che, specie in ambito navale, saranno il futuro della propulsione». ©

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Giuseppina Di Maio