• sabato, 2 Luglio 2022

Caos concessioni balnerari – Licordari, Confindustria: «A rischio migliaia di lavoratori»

La messa all’asta delle concessioni balneari preoccupa il settore. Quest’anno il mare sarà ancora più salato. Tra bagnini che mancano, difficoltà a reclutare i lavoratori stagionali, prezzi in aumento per ombrelloni e lettini, si prospetta un’estate complicata per stabilimenti balneari e turisti. Dopo i due anni di pandemia, ora è la guerra tra Russia e Ucraina a dare un nuovo colpo al settore. E come se non bastasse ad aggravare la situazione ci pensa lo spettro della direttiva Bolkestein (la 123/2006/CE), che ha l’obiettivo di promuovere la parità di professionisti e imprese nell’accesso ai mercati dell’Unione europea e che mette in discussione il sistema che regola il rinnovo delle concessioni. «Il problema più importante è il clima di incertezza nel quale versiamo a causa della volontà del Governo di mandare a gara le concessioni balneari italiane», spiega Fabrizio Licordari, Presidente Nazionale di Assobalneari Confindustria. «La stagione si preannuncia difficile per noi perché con la mente dobbiamo essere concentrati sul nostro lavoro, ma nello stesso tempo abbiamo una grande apprensione per quello che potrà essere il futuro».
Alla fine l’accordo all’interno della maggioranza di Governo sulla riforma delle concessioni balneari c’è stato lo scorso 26 maggio. Il voto sul ddl concorrenza può andare avanti e dal 2024 le cose cambieranno per le coste italiane, perché tutte le spiagge verranno messe a gara e chi si aggiudicherà il bando gestirà il proprio tratto di territorio demaniale».

Quanto cambierà per voi quando verrà attuata la direttiva Bolkestein?

«La situazione che stiamo vivendo è dovuta a una sentenza del Consiglio di Stato che ha provocato il caos. Le decisioni prese, a nostro avviso del tutto discutibili, non tengono in considerazione le indicazioni della Corte di Giustizia Europea, che stabiliscono che le proroghe non si possono ottenere e hanno fissato come data di scadenza il 2023. Il Consiglio di Stato dice che da una parte non si possono fare le proroghe e poi si sostituisce al legislatore e decide la fine del periodo di concessione. Mi sembra un provvedimento del tutto discutibile».

Che cosa si potrebbe fare?

«Recentemente il Tar di Lecce ha rimandato la questione alla Corte di Giustizia Europea affinché si pronunci sulla questione. Per noi è un’ottima opportunità perché ci permetterà di poter far nuovamente comprendere quali siano le problematiche italiane, i modi di gestire gli stabilimenti balneari e soprattutto che cosa si intenda esattamente con questo termine. Le nostre strutture sono di tradizione famigliare, con un lavoro che si tramanda di padre in figlio, e sono ben diversi da quelli del resto d’Europa».

Come affrontate la nuova stagione?

«Con il cuore pesante. Se i clienti e i frequentatori degli stabilimenti balneari vedranno delle bandiere nere con su scritto “No alle aste” è perché ci opponiamo al fatto che possano essere messe in vendita al miglior offerente le nostre concessioni, alla mercé di possibili investitori stranieri, che potranno così arrivare in Italia e fare man bassa delle coste e delle spiagge, invidiate in tutto il mondo. Non vedo per quale assurdo motivo dovrebbero essere sostituite delle imprese che funzionano, che sono sempre state adempienti nei confronti dello Stato e che hanno custodito e valorizzato i suoi beni. Non dimentichiamoci che abbiamo avuto in concessione delle aree che erano solo sabbia e le abbiamo valorizzate creando delle realtà che sono copiate dagli altri Paesi, che sono nostri competitor e oggi fanno gola a investitori che sono bramosi di metterci le mani sopra. La Presidenza del Consiglio dei Ministri Italiana dovrebbe difendere e tutelare le imprese del proprio territorio».

Per quale motivo la direttiva Bolkestein non andrebbe applicata?

«Perché noi siamo concessionari di un bene mentre la direttiva, come dice il termine, è una direttiva servizi: si rivolge a chi ha in concessione un servizio e non un bene. Noi abbiamo ricevuto in concessione un’area di territorio su cui  esercitiamo con l’azienda. Riceviamo in concessione un bene, ma ci vogliono far credere che riceviamo un servizio. Sono dei prestigiatori delle parole, che farebbero arrossire il più bravo degli illusionisti».

Che cosa comporta l’attuazione della direttiva Bolkestein  a fine 2023?

«Si andrebbero a sostituire delle imprese, lasciando senza lavoro intere famiglie. La concorrenza non c’entra nulla. Quella c’è quando si vogliono mettere più attività sullo stesso territorio, ma non è questo il nostro caso. Il numero degli stabilimenti rimarrebbe lo stesso, ma si applicherebbe una vera e propria sostituzione d’impresa. Tra strutture balneari e altri tipi di concessioni, relative a porti turistici, campeggi e alberghi, siamo almeno 30.000 imprese, di cui il 95% sono a conduzione famigliare, e con 300.000 addetti che vi lavorano. Vedo che quando ci sono imprese con 600-700 dipendenti si riuniscono immediatamente a Palazzo Chigi per stabilire un’unità di crisi per cercare di risolvere i problemi, mentre con noi questo purtroppo non accade. C’è chi vorrebbe darci il ben servito, ma noi stiamo facendo le barricate perché vogliamo difendere il nostro lavoro».

La guerra tra Russia e Ucraina sta incidendo anche sul vostro settore?

«Ovviamente sì, perché è aumentato tutto, a partire dalle materie prime, mentre gli stipendi non sono cambiati. Basti pensare agli approvvigionamenti, alle materie d’acquisto, ma anche all’energia che ci serve per lavorare, dai motori dei frigoriferi in avanti. Quest’anno purtroppo saremo costretti a fare un adeguamento sui prezzi dei nostri servizi, con aumenti almeno del 10 e del 20%. Il problema è che l’energia elettrica è aumentata molto di più di questi valori, come del resto anche la benzina, essenziale per far funzionare le macchine pulisci spiaggia. Un tempo con 100 euro riempivo 6 taniche, oggi 4».

Tra i tanti problemi di questa stagione anche la difficoltà nel trovare il personale: a che cosa è dovuta?

«Manca, soprattutto, quello stagionale. Un fenomeno, che si è consolidato negli ultimi due anni e che, a mio parere, è conseguenza del reddito di cittadinanza. Molte persone piuttosto che fare la stagione estiva preferiscono starsene seduti sul divano di casa. Non è vero che il personale non si trova perché i dipendenti vengono pagati troppo poco. Se non trovo il personale e trovo qualcuno disposto a lavorare è chiaro che lo convinco anche con una buona offerta economica. Si paga poco quando c’è abbondanza d’offerta, non il contrario».                ©

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