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American Dream: perché l’MLS attrae i migliori calciatori

DiMarco Catanzaro

1 Luglio 2022
MLS

Con un giro di affari vicino al miliardo e mezzo di dollari all’anno, calciatori stranieri trattati come semidei ed escamotage per aggirare il salary cap degli ingaggi, sembra che l’attrattiva principale della Major League Soccer siano i soldi. Ma è davvero così?
Mentre la Cina ha puntato su atleti di livello nel pieno delle loro performance, un passaggio nel massimo campionato per club statunitensi e canadesi pare diventato un costume acquisito da molti big del calcio mondiale in varie fasi della carriera. Già negli anni ’70 la NASL (predecessore dell’attuale lega) accolse Pelé, Johan Cruijff e il nostro Giorgio Chinaglia. Nella prossima stagione, Gareth Bale e Giorgio Chiellini saranno compagni di squadra al Los Angeles FC, dopo una finale di Champions League da avversari nel 2017. Si aggiungono agli oltre 200 giocatori internazionali nella lega americana, dove soldi e contatti per attirare nomi di punta non sono mai mancati. Ma non sempre sono bastati: è il caso di Cristiano Ronaldo, che ha rifiutato una proposta dalle cifre ignote.
I proprietari in MLS vengono spesso da esperienze di gestione di franchigie NBA, NFL o di club europei come il Manchester City. E non mancano azionisti con un passato da atleta: il pugile Oscar De La Hoya, la stella NBA James Harden, persino David Beckham. E proprio all’ex calciatore britannico si deve probabilmente quel quid che ha reso irresistibile la MLS.

Beckham Rule: come la Major League Soccer è diventata un’attrattiva per i campioni

In piena tradizione yankee, la MLS ha un salary cap aggirabile tramite la Designated Player Rule, nota anche come Beckham Rule in onore del primo giocatore per cui è stata applicata: una regola che permette di contrattualizzare 3 giocatori ignorando il tetto agli stipendi. Si tratta di un cavillo pensato per garantire ai ricchi proprietari americani di offrire contratti all’altezza delle stelle europee, considerando che per un’intera squadra il monte stipendi massimo previsto è di 4,9 milioni di dollari. Molto poco, per la media europea: il totale degli ingaggi del Milan campione d’Italia supera i 50 milioni. Grazie alla DPR, Lorenzo Insigne percepirà 12,4 milioni da Toronto: una cifra da capogiro considerando che lo stipendio medio di un giocatore MLS è di 373,094 dollari. Possibile che ci sia così tanta forbice salariale tra gli stranieri più costosi e i giocatori locali? Non è sempre così: Chiellini e Bale, per esempio, non sono stati contrattualizzati con la regola Beckham. Il centrale azzurro non arriverà ai 2 milioni di dollari, la stella gallese ne riceverà 1,5 per un ingaggio di un anno (con eventuali proroghe). Entrambi hanno accettato di percepire molto meno rispetto alla stagione 2021/2022: l’italiano guadagnava 3 milioni di dollari, l’ex-Tottenham addirittura 16.

Non solo soldi: le motivazioni per giocare negli USA

Per molte delle stelle del calcio internazionale, la regola Beckham funge da paracadute: l’ex-United Chicharito Hernandez guadagna 6 milioni, Xherdan Shaqiri supera gli 8, Gonzalo Higuaín i 5,5. Stipendi da sogno per un giocatore americano, ma ancora lontani dal giustificare la scelta di trasferirsi oltreoceano. Un celebre ex-MLS oggi campione d’Italia, Zlatan Ibrahimovic, non ha mai guadagnato così poco come negli States: 3 milioni in due anni a fronte dei 7 percepiti quest’anno dal Milan.
Ma allora, se non sono i soldi a incidere sulle scelte di carriera, cosa lo fa? La risposta migliore parla di qualità della vita. O meglio di life-work balance. L’ambizione può essere un finale da professionista in una città ricca e vivibile come Los Angeles o New York o Miami. Può incidere la possibilità di lavorare per club che hanno una storia di affidabilità economica migliore rispetto a tante pericolanti proprietà europee. Oppure può essere una questione di sponsor e di apparenza: Zlatan ha fatto il giro dei talk show americani ed è stato trattato come un semidio dal movimento locale. Per i più giovani ciò che incide è la possibilità di guadagnare buoni soldi in un ambiente che però, e qui arriva la nota dolente, non mette in discussione le qualità dell’atleta.

Il movimento locale, le aspettative deluse

Il soccer americano continua a raccogliere molto meno di quello che semina. I giocatori USA che si mettono alla prova in Europa hanno fortune alterne, le squadre locali chiedono quote spesso proibitive ai genitori dei ragazzi da allenare e anche gli stranieri dal nobile passato non sempre affrontano l’esperienza oltreoceano con professionalità esemplare. Insomma, se i proprietari MLS speravano di alzare il livello di competitività comprando giocatori più forti, la percezione è che sia accaduto il contrario. I campioni più blasonati si sono spesso adeguati al livello competitivo basso giocando a mezzo servizio, forse sapendo di non avere nulla da perdere.
Certo, i dollari americani fanno sempre piacere. Ma il vero magnete della Major League Soccer è un misto di vivibilità, denaro, ambiente e, con buona pace dei giocatori locali e dei loro sogni, mancanza di una competizione sufficientemente probante.

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