• mercoledì, 28 Settembre 2022

La guerra non ferma il calcio ucraino

calcio ucraino

A dare speranza al popolo ucraino c’è lo sport. Mentre per le strade i bombardamenti distruggono, a tenere unite le anime provate dal conflitto ci pensa il calcio giocato. Il valore della Premier Liga, però, è crollato di oltre il 45%: da circa 558 milioni di euro a poco più di 305 (limitandosi solo all’aggregato dei giocatori in campo). E bisognerebbe includere le perdite della mancata affluenza agli stadi durante il conflitto. Ma le cifre da sole non raccontano le disparità tra le squadre di un movimento dilaniato dalla guerra: c’è chi ha perso “solo” fama e competitività e chi, invece, ha perso tutto.

C’è chi gioca e chi ha scelto di andare via

Il livello tecnico in campo, tra defezioni e mancati rimpiazzi, è il primo a soffrire. Delle 5 squadre qualificate alle competizioni europee, le 4 destinate a un turno di playoff prima di accedere ai gironi sono uscite immediatamente. E non è solo un problema sportivo. A ogni squadra qualificata alla fase a gironi dell’Europa League vengono assegnati 3,63 milioni di euro, per la Conference League sono 2,94 milioni; ogni vittoria vale 570.000 euro in EL, 500.000 in Conference. Insomma, anche senza contare il fallito accesso alla fase a gironi, il ritorno economico mancato dalle squadre ucraine è consistente, già a questi livelli. E la guerra ne è responsabile: la gran parte dei giocatori stranieri ha lasciato il Paese esteuropeo a partire da marzo, quando ai tesserati nelle nazioni in conflitto è stato sospeso il contratto per permetterne l’uscita e la possibilità di continuare a guadagnare giocando per altre società.
Più di 93 atleti già ad aprile avevano abbandonato Russia e Ucraina, ma per quest’ultima il vero salasso è stato in estate, con numerosi giocatori venduti a prezzi decisamente inferiori rispetto al valore effettivo. Tra questi Dodô, terzino ex-Shakhtar Donetsk ora alla Fiorentina, è costato 14,5 milioni a fronte di almeno 20 di valutazione reale. E lo Shakhtar ha deciso di rispondere portando la FIFA in tribunale.

Il caso Shakhtar

50 milioni è la cifra che la squadra di Rinat Akhmetov chiede in risarcimento per i danni da trasferimenti a prezzi non di mercato dei propri giocatori. La più ricca compagine ucraina ha quantificato così i mancati introiti dalla cessione di atleti come il già citato Dodô, Ismaily (accasatosi al Lille a parametro zero proprio grazie alla sospensione contrattuale succitata, dopo ben 9 anni nei neroarancio), Marcos Antonio (alla Lazio per 8 milioni di euro) e soprattutto l’ex-Ajax David Neres, arrivato solo a gennaio e già partito in direzione Benfica per 16 milioni.
Lo Shakhtar non è la sola squadra ad aver sofferto sul mercato e in campo. Ma è l’unico club a non aver rinunciato all’Europa, avendo maturato l’accesso ai gironi di Champions League di diritto, in quanto prima classificata in campionato.

Desna Chernihiv, Mariupol e le altre: i sommersi del calcio ucraino

Manca ancora un aspetto per definire lo stato economico del calcio ucraino. Se è vero che gli introiti dal mercato sono stati inferiori alle attese, che in campo ci sono tanti giovani e pochissimi stranieri e che i risultati conseguenti in Europa hanno tagliato le gambe alla speranza di fondi dalle competizioni internazionali, è altrettanto vero che ci sono risvolti che hanno poco a che fare con lo sport ma molto con il conflitto. Dalla scorsa stagione due squadre hanno rinunciato a competere all’attuale edizione della Premier Liga: il Mariupol e il Desna Chernihiv non giocano perché, molto semplicemente, non hanno più le infrastrutture necessarie per ospitare partite. Stadi colpiti da missili, controllo militare e sicurezza compromessa hanno reso impossibile per queste ultime giocare, e anche chi è sceso in campo lo ha fatto a porte chiuse. Andando ad aggiungere i proventi dagli stadi ai mancati incassi. La situazione è insomma profondamente instabile, e l’inizio del campionato regolare non può nascondere una situazione che di regolare e normale non ha ormai più nulla.

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