• martedì, 4 Ottobre 2022

Donne e digitale: quanto ci costa il gender gap occupazionale?

DiMario Catalano

15 Settembre 2022 , ,
donne

Un buco che vale 16,1 miliardi di euro. Questo il costo economico del “fenomeno di abbandono” delle donne nei lavori digitali in Europa. Più o meno la cifra stanziata nel PNRR italiano per la tutela del territorio e della risorsa idrica. Secondo l’ITU (International Telecommunication Union) solo il 19% dei manager ICT sono donne, rispetto alla media del 45% degli altri settori e soltanto il 9% degli sviluppatori di app sono “rosa”. «Per colmare questo divario non basteranno solo risorse economiche, ma occorre un cambio di paradigma socio-culturale, affinché il problema uomo/ donna al vertice o alla guida di un Ente o di uno Stato non si debba più porre», dice William Nonnis, Full Stack & Blockchain Developer dell’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile). «A livello globale, secondo il Global Gap Report del 2021, per ottenere la parità di genere serviranno ancora 132 anni».

L’Italia si colloca al 63esimo posto sul gender gap. Uno dei fattori è il cosiddetto soffitto di vetro, la difficoltà delle donne a ricoprire ruoli dirigenziali. La strada è ancora in salita…

«Siamo alle spalle dello Zambia e davanti alla Tanzania. Il dato senza dubbio più negativo è quello relativo alla partecipazione economica e al lavoro, con l’Italia all’ultimo posto tra i Paesi dell’Unione Europea. Ecco perché, alla luce di questi dati, c’è la conferma che il focus deve essere improntato al lavoro e allo sviluppo di politiche di miglioramento».

Secondo l’indagine “Donne e industria blockchain”, realizzata da IBNO (Italian blockchain national observatory), Community Internazionale Blockchain Ladies e Università di Napoli “Federico II”, per molte donne non c’è (o non è abbastanza) la parità di genere nel settore digitale. Come si stanno muovendo le autorità europee?

«Nonostante permangano disuguaglianze, negli ultimi decenni l’UE ha compiuto notevoli progressi sul tema. Rimangono, tuttavia, le disparità e nel mercato del lavoro le donne continuano a essere sovrarappresentate nei settori peggio retribuiti e sottorappresentate nelle posizioni apicali. Importante sottolineare la proposta della Commissione UE del 4 marzo 2022, sulle misure vincolanti in materia di trasparenza salariale. La Strategia per la parità di genere 2020/2025 ha finalmente posto la questione in maniera unitaria, sul gap che da sempre costringe le donne a rincorrere gli stessi diritti del genere maschile, aprendo un corollario di problematiche. Altro strumento importante è il Gender Impact Assessment (GIA), istituito con l’intento di monitorare l’efficacia delle politiche dell’Unione in merito alla parità di genere».

L’UE punta alla realizzazione dell’EBSI (European Blockchain Services Infrastructure). Quanto è importante dal punto di vista economico?

«Due sono le grandi perplessità che nutro al riguardo: la prima è l’impossibilità, almeno al momento e in un futuro prossimo, di realizzare un tale progetto, date le gravi carenze in Italia e non solo, di una rete infrastrutturale, assolutamente non in grado di sorreggere un tecnologia tanto avanzata, a causa dello stato cronico di obsolescenza e arretratezza. Situazione non risolvibile in tempi celeri. Un percorso che prevede un lungo e oneroso piano di rifacimento, e non di adeguamento, della rete infrastrutturale, se si vogliono offrire dei servizi efficienti come la tecnologia che li dovrebbe servire. La seconda, enorme, perplessità concerne il concetto stesso della blockchain, di cui si travisa la vera identità, che è esclusivamente quella pubblica e permissionless e che, troppo spesso viene utilizzata per ragioni di marketing e non per creare vantaggi o apportare benefici alla comunità».

In Europa, gli Stati dove maggiormente studiano o lavorano le accademiche e professioniste nel settore digitale sono: Germania e Portogallo, seguiti dagli Stati dell’Europa dell’Est, Spagna e Paesi Bassi. All’estero si investe di più rispetto al Belpaese?

«Sì, semplicemente perché la classe dirigente è stata illuminata da una visione lungimirante e ora è ben strutturata nel proseguire in questa ricerca. Per una specifica identità culturale, probabilmente, il popolo di santi, poeti e navigatori, invece, è stato abituato a vivere alla giornata, ma questa mancanza di analisi in prospettiva oggi, al tempo della globalizzazione e della non territorialità del digitale, non può e non deve più reggere, perché è necessario ragionare e muoversi non come singoli ma come comunità».

In Italia c’è una disomogenea distribuzione di donne (accademiche e professioniste) che si occupano del tema blockchain, con un forte sbilanciamento verso il Centro Italia in prevalenza, seguito dal Nord Italia e da una percentuale molto bassa per il Meridione. Dove ricercare le cause?

«Il settore dell’innovazione digitale può essere uno degli ambiti professionali più aperti e meno vincolanti dal punto di vista delle sedi fisiche e pertanto consente, senza differenza di genere alcuna, ampie opportunità alle donne che già, in tecnologia stanno dimostrando il loro valore decisionale, poiché hanno una visione più attenta e, per certi processi strutturali sociali, molto dettagliata. Il primo e fondamentale nodo da sciogliere resta quello di una mentalità ancora maschilista sulla professionalità femminile in alcuni domini, finora ad appannaggio quasi esclusivo del genere maschile e non certo per incompetenza o incapacità di genere. L’innovazione tecnologica nel nostro tempo ha una fondamentale valenza sociale, poiché si pone come primo facilitatore della quotidianità di tutti, anche grazie all’utilizzo della sensoristica presente in molti degli oggetti di uso comune (IoT/IoE) e perché è un forte e democratico aggregante, in virtù dei media alla portata di ogni fascia economica, culturale e anagrafica. Non dovrebbe esistere per queste ragioni una differenza di genere in chi opera e sviluppa in questo settore perché la digitalizzazione è uno strumento di progresso e globalizzazione, che mal si accorda con qualsivoglia tipologia di ghettizzazione, compresa dunque anche quella di genere».

In Italia è stato approvato il Decreto transizione 4.0 che mobilita sette miliardi di euro per le imprese che puntano sulle nuove tecnologie. Basteranno?

«Per uscire dallo stallo dell’approssimazione e permettere una progettazione seria e analitica di strumenti, servizi e piattaforme digitali utili ed efficienti, è necessario che i settori pubblico e privato uniscano le forze per accelerare l’acquisizione di competenze altamente specializzate nel settore delle tecnologie digitali. L’alfabetizzazione tecnologica è differente tra una zona e l’altra dell’UE. È necessario colmare questo gap per arrivare all’appuntamento del 2030 con il raggiungimento dell’obiettivo fissato all’80% della popolazione digitalizzata. Appuntamento che oggi sembra impossibile da rispettare, anche perché il miglioramento delle competenze, nonché l’aumento del numero di donne nei ruoli delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, sono stati lenti negli ultimi cinque anni. L’inclusione femminile nelle aziende tecnologiche è auspicabile anche per l’attuazione dell’Agenda 2030, perché gran parte dell’economia sarà mossa dalla totale digitalizzazione dei processi aziendali, convertendo e riqualificando le competenze dei lavoratori già presenti in quelle stesse aziende».

Quanto inciderà il PNRR?

«Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza assegna la necessità, nei bandi in gara, di requisiti volti a perseguire la parità di genere, requisiti che assumono anche un valore premiale, oltreché pregiudiziale. Un ulteriore passaggio, individua nel piano normativo del PNRR e nel Decreto semplificazioni bis, unito al Decreto Legge n.36/2022, in vigore dal maggio scorso e che ha l’intento di accelerare la realizzazione del Next Generation EU – Italia, un accentuazione delle misure a favore della parità di genere, offrendo alle aziende e amministrazioni l’opportunità di gestire misure ad hoc per favorire agevolazioni alle donne. Contemporaneamente, la certificazione della parità di genere, viene inglobata nel Codice dei Contratti Pubblici. Tutto ciò è importante per comprendere lo sforzo che le istituzioni nostrane stanno facendo nel segno dell’emancipazione femminile perché, se è vero che l’Italia si trova al 14esimo posto in Europa per parità di genere, è altresì vero che la certificazione sul gender gap, nonché la direzione impressa al PNRR, fino all’esplicita valorizzazione della parità nei contratti pubblici, hanno fatto schizzare di 10 punti negli ultimi 7 anni il punteggio dell’Italia nel Gender Equality Index, annoverando così la sua evoluzione come la più eclatante tra tutti i paesi dell’UE». ©

Photo by A.Solano on Canva.com

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