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  • giovedì, 8 Dicembre 2022
Mosca

Le sanzioni alla fanno crollare le importazioni nel Paese. L’ di Mosca è paralizzata e non solo a causa degli Stati che hanno imposto i blocchi. Secondo uno studio del Peterson Institute for International Economics (PIIE), infatti, non vanno bene nemmeno le importazioni da parte degli Stati cosiddetti “amici”. Ovvero quelle che riguardano soprattutto componenti ad alta tecnologia, essenziali alle forze armate russe. La valuta instabile e il timore di incorrere nelle sanzioni accrescono lo scetticismo anche delle compagnie asiatiche. «Con la svalutazione del rublo, ogni vendita parte già in perdita», ha spiegato Shen Muhui, capo di un gruppo che rappresenta più di 20.000 aziende del Dragone che commerciano con Mosca.
«La domanda per i servizi di stoccaggio nel Paese sovietico è diminuita di circa un quinto dallo scoppio della guerra, calo che per il 90% riguarda società cinesi. Queste compagnie non possono neanche aumentare i prezzi, perché i russi non possono permetterseli e, quando convertono le fatture in yuan, ci perdono. Quindi esportare diventa quasi impossibile».
Ma gli effetti del conflitto ucraino rischiano di cancellare completamente anche il dalle tavole di Mosca. L’alimentare, infatti, è nel mirino delle ritorsioni di Putin. E in pericolo per l’Italia ci sono le vendite degli elementi base della dieta mediterranea come vino, pasta e olio, che hanno raggiunto lo scorso anno il valore di 670 milioni di euro con un aumento del 14% rispetto al 2020, secondo le proiezioni Coldiretti su dati Istat.
Tutto questo aggrava ulteriormente gli effetti dell’embargo posto nel 2014 e, da allora sempre prorogato, in risposta alle sanzioni decise dall’Unione Europea, dagli Usa e altri Paesi per l’annessione della Crimea, denuncia la Coldiretti. Un blocco che è già costato alle esportazioni tricolori 1,5 miliardi negli ultimi 7 anni e mezzo. L’agroalimentare è, fino a ora, l’unico settore colpito direttamente dall’embargo, che ha portato al completo azzeramento delle esportazioni in Russia dei prodotti presenti nella lista nera, come salumi, formaggi e ortofrutta Made in Italy.


Ma se non stupisce il blocco dell’ nostrano, il ridimensionamento delle importazioni dai Paesi pro-Putin, o quantomeno neutrali, merita una riflessione più approfondita.
Dopo quattro mesi di guerra economica, il Cremlino non pubblica più dati. Un segnale ufficiale c’è, un rublo in piena salute, ma in realtà è un depistaggio: la moneta è forte perché, per via delle sanzioni, la Russia non riesce a spendere in importazioni quello che incassa con l’. E un’economia moderna non sopravvive senza importazioni.


Nonostante veti ed embargo, invece, l’ingranaggio delle esportazioni macina incassi. Dopo iniziali esitazioni, e India hanno compensato il calo di vendite di petrolio verso Occidente. A giugno, la Repubblica Popolare ha toccato, con 2 milioni di barili al giorno, il record di importazioni di greggio dalla Russia, che ha scavalcato i sauditi come maggior fornitore. A maggio, Pechino e Delhi hanno comprato 1 milione di barili in più, rispetto ad aprile, coprendo un quinto di tutto l’export sovietico. In totale, fra marzo e maggio, i due Paesi hanno versato l’equivalente di 24 miliardi di dollari nelle casse di Mosca, per petrolio e gas. Il problema, però, è spenderli.

Fonte: General Administration of Customs of the People’s Republic of China


Ma se l’export sovietico verso la Cina è da record, l’import dalla Cina è al collasso. Più in generale, i ricercatori americani del PIIE (Peterson Institute for International Economics) calcolano che non solo le importazioni dai Paesi che hanno varato sanzioni contro Mosca, ma anche quelle dagli Stati che non le hanno adottate, sono bruscamente crollate. Insomma, i neutrali non hanno fatto da salvagente: le nazioni del blocco anti-Putin hanno tagliato del 60% le vendite, i neutrali del 40%. E la Cina, nonostante tutte le assicurazioni di Xi Jinping sulle solide relazioni con Mosca, le ha diminuite del 38%. In pratica, quindi, solo la UE ha ridotto l’export verso la Russia più del Dragone. E in parte è inevitabile, visto che metà degli scambi sino-russi sono in mano a multinazionali occidentali con sede nella Repubblica Popolare, che però rispondono ai loro quartier generali in Europa o negli Stati Uniti. Ma questo non basta, secondo il PIIE, a spiegare il crollo dell’export cinese verso Mosca.

Totale importazioni ed esportazioni UE-Russia
Fonte: Elaborazioni ExportPlanning


Sulle aziende, infatti, pesa anche il monito degli USA a regolare le esportazioni, pena l’impossibilità di accedere alla tecnologia americana e di continuare a fare affari in dollari o in euro. Ma le ragioni non si esauriscono qui. Nonostante le insistenze della Cina, all’inizio della guerra, per mantenere regolari attività commerciali con Mosca, l’import dal Dragone è ora grandemente influenzato dalla fluttuazione del tasso di cambio del rublo, che rende difficile eseguire in maniera normale molte transazioni.

Export cinese per destinazione (2000 – 2022)


E la cosa acquista ancora più rilevanza se si considera che la Cina è in cima alla lista dei Paesi che esportano in Russia, arrivando a coprire un quarto dell’import sovietico. Ma di cosa si tratta? Per il 57% sono chip, per il 20% circuiti integrati. In altre parole, il collante di qualsiasi economia moderna. E anche di qualsiasi esercito moderno. Ecco, dunque, che le notizie sparse e disparate su un impoverimento tecnologico dell’offensiva rossa in Ucraina – sempre più affidata a vecchi cannoni e sempre meno a sistemi nuovi e sofisticati – sembrano trovare riscontro in un’industria nazionale strangolata dalla carenza di importazioni high-tech.


Questa emergenza traspare anche dalle ultime affannose mosse del governo russo, ormai costretto a piegare il Paese a un’economia di guerra. Putin continua a rifiutarsi di dichiarare una mobilitazione generale che porterebbe sotto le armi centinaia di migliaia di cittadini, svuotando l’inganno dell’“operazione speciale”. Ma nell’industria, l’equivalente di una mobilitazione generale è già realtà: in canna c’è una legge per cui le imprese possono essere obbligate a sottoscrivere contratti con l’esercito e a modificare la produzione in base alle esigenze delle forze armate. Anche a ritmi forzati, senza orari, ferie, né weekend. Contemporaneamente il Cremlino, preoccupato dalla carenza di specialisti e personale qualificato nell’apparato militare, corre ai ripari aprendo i ranghi a persone sempre più anziane. Se prima si dovevano avere almeno 40 anni per entrare nell’esercito, ora lo si può fare anche a 65, a ridosso della pensione.


Certo, il tasso di crescita del commercio sino-russo si è significativamente ridotto dall’inizio del conflitto. E il mercato resta la ragione principale: le aziende cinesi sono più caute perché temono di cadere nella rete delle sanzioni contro Mosca e, in più, paventano il rischio di svalutazione della moneta russa. Ma quello che è innegabile, pure a fronte del calo, è che il volume degli scambi continua a crescere a un ritmo più rapido rispetto all’incremento complessivo del commercio estero cinese del 7,7%. ©

Sara Teruzzi

Nata e cresciuta in Brianza e un sogno nel cassetto – il mare. Ama leggere e scrivere ed è appassionata di comunicazione. Dopo la laurea magistrale in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, entra nella redazione de “il Bollettino” con un ricco bagaglio di conoscenze linguistiche acquisito durante il percorso scolastico. Ai lettori italiani porta notizie che arrivano da lontano – dall’Asia al mondo arabo.

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