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  • giovedì, 8 Dicembre 2022

Il Ministero del Merito sbloccherà la crescita?

DiEdoardo Lisi

1 Novembre 2022
merito

C’è un grande assente in Italia: il merito. La costituzione del neo Ministero dell’Istruzione e del Merito è un passo in avanti? Lo dirà il tempo. Certo è che non cresciamo da decenni. Per affrontare la competizione internazionale bisogna puntare su ricerca e valorizzazione dei talenti. Nella lunga e difficile strada per raggiungere un buon livello di competitività spesso il merito – importante riconoscimento per evolvere personalmente e professionalmente – viene però contrapposto all’egualitarismo. «A molti non è chiaro, anche ad alcuni addetti ai lavori, che negli ultimi 30 anni l’Italia è uno dei Paesi al mondo che è cresciuto di meno. Il nostro reddito pro capite è uguale a venti anni fa», spiega Giampaolo Galli, docente di Economia Politica dell’Università cattolica del Sacro Cuore, presentando il libro Crescita economica e meritocrazia. Perché l’Italia spreca i suoi talenti e non cresce, edito da Il Mulino e scritto a quattro mani con Lorenzo Codogno, Professore alla London School of Economics.

galli merito

Perché l’Italia spreca i suoi talenti e non cresce e quanto pesa questa arretratezza?

«L’Italia dalla fine degli anni ’90 ha dovuto confrontarsi con una maggiore concorrenza internazionale per l’avvio dell’euro, l’allargamento a est dell’UE, i progressi della Cina e altri Paesi emergenti nel commercio mondiale. Non ha più potuto ricorrere né a bassi salari, uno dei fattori del boom economico post bellico, né a svalutazioni e debito pubblico, usati per forzare la crescita negli anni ’70/80. Inoltre, dagli anni ’90 non è più stato possibile crescere per imitazione. Il nostro Paese avrebbe dovuto sostituire il binomio svalutazione/debito pubblico con il trinomio ricerca, innovazione, merito. Invece, nel libro scritto con Lorenzo Codogno diciamo che non si è dato il giusto peso al merito in tutti gli ambiti della vita economica e sociale».

Ci faccia qualche esempio.

«Si è lasciata decadere la Pubblica Amministrazione con carriere lente e progressioni di stipendio per anzianità. Fino ad arrivare ai livelli più alti, dove contano le relazioni. Questo ragionamento vale, in parte, anche nel mondo della finanza e di alcune imprese. Non riusciamo a costruire un moderno mercato dei capitali perché mancano trasparenza, regole e valutazione del merito, compreso il merito di credito. Le banche italiane non sempre hanno dato un buon esempio».

crescita e meritocrazia

In che senso?

«La scarsa valutazione del merito è sostanzialmente una difesa degli interessi costituiti delle grandi lobby di questo Paese, in primis i sindacati del pubblico impiego, degli insegnanti, della magistratura, ma anche di una parte delle imprese, specie nel settore dei servizi. Nel mondo corporate, le famiglie controllano la maggioranza delle imprese e mettono familiari anche nelle posizioni esecutive».

La carenza di merito è una frustrazione per i manager…

«Per questo spesso fuggono all’estero. Le lobby esistono ovunque, ma da noi pesano di più, per ragioni storiche e perché si valuta poco il merito individuale. In politica, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, pur fra grandi differenze, condividevano un’ideologia che al fondo aveva il germe dell’egualitarismo. I leader del ’68 venivano quasi tutti da organizzazioni cattoliche o dal Partito Comunista. La classe politica italiana in parte condivideva quelle idee e comunque non ebbe la forza o il coraggio di contrapporsi adeguatamente. I movimenti di quegli anni hanno meriti, primo fra tutti il miglioramento della condizione operaia, ma hanno anche portato il Paese sull’orlo di una crisi economico finanziaria semi-permanente, dagli anni ’70 a oggi e sono all’origine di gravissimi errori di politica economica».

Entra nello specifico?

«L’accordo Lama-Agnelli del 1975 sul punto piatto di scala mobile è il simbolo di tutto ciò che di sbagliato c’era nell’ideologia dominante di quegli anni: uguali aumenti assoluti a fronte di una data variazione percentuale dei prezzi, cosicché alla lunga tutti gli stipendi diventavano uguali. Agnelli lo fece nella speranza di ridurre le tensioni nelle fabbriche, ma è incredibile che qualcuno abbia pensato che potesse essere un buon accordo».

Valorizzare il merito aiuta a combattere la disoccupazione?

«Le imprese hanno bisogno di ricerca di eccellenza. In Italia non abbiamo centri di livello mondiale perché nella cultura dominante le università devono essere uguali. Esistono fondi che dovrebbero andare ai dipartimenti d’eccellenza, ma in realtà la distribuzione è a pioggia o per costi storici. L’Italia non è riuscita a fare il salto verso quella che in Europa è definita “un’economia aperta basata sulla conoscenza”, cosa che richiede grandi investimenti in istruzione e ricerca e la valorizzazione dello sforzo individuale. In fondo, la disoccupazione, specie dei giovani, è un prodotto della bassa crescita. Come lo sono i bassi salari dei giovani. Il messaggio è che i giovani, per quanto dotati di talento, possono aspettare».

Come invertire il trend negativo e puntare sul merito?

«Fondamentalmente crediamo che si debba attuare il PNRR, che prevede molte riforme fondamentali. C’è un gap di valori, bisogna assumere persone competenti e motivate nella Pubblica Amministrazione, con una cultura generale di fondo che consenta loro di adeguarsi alle nuove tecnologie. La Banca d’Italia non è perfetta, ma è una delle poche istituzioni meritocratiche in Italia. Non a caso ha prodotto professionisti e civil servants eccellenti».

La scarsa fiducia nelle istituzioni è uno dei pilastri su cui lavorare…

«Questa è un’eredità storica. Spesso economisti e politologi citano i Promessi Sposi per far capire che cosa potesse significare, nel 1600 (data di ambientazione del romanzo, n.d.r.) o nel 1800 del suo autore Alessandro Manzoni, una dominazione straniera popolata di signori e signorotti incuranti delle leggi che essi stessi promulgavano. È difficile immaginare che un milanese dei tempi potesse avere un gran rispetto per le istituzioni. I parallelismi storici sono sempre un po’ forzati, ma aiutano a capire».

E le criptovalute?

«Sono attività finanziarie altamente speculative, con oscillazioni enormi, quindi non sono adatte a svolgere la funzione di strumenti del sistema dei pagamenti. Tutt’altra cosa sono invece le valute digitali che possono essere emesse dalle Banche Centrali: la Fed e la BCE ci stanno ragionando. Forse un valuta digitale emessa con le tecnologie blockchain può essere utile». ©

Edoardo Lisi

📩 news@ilbollettino.eu. Il suo motto è "Scribo ergo sum". Si laurea in Editoria e Scrittura presso La Sapienza specializzandosi in giornalismo d’inchiesta, culturale e scientifico. Per "il Bollettino" si occupa di energia e innovazione, i suoi cavalli di battaglia, ma scrive anche di libri, spazio, crypto, sport e food. È autore per Istituto per la competitività (I-Com), Istituto per la Cultura dell'Innovazione (ICINN) e Innovative Publishing. Collabora con Nuova Energia, Staffetta Quotidiana e Giano.news.

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