• lunedì, 28 Novembre 2022

La siderurgia e la meccanica italiana puntano a cambiare. La parola d’ordine per sopravvivere, ormai, è sostenibilità. «Quello che notiamo è una forte consapevolezza della necessità di cambiare il nostro mix energetico e di interrogarci sulle fonti di energia. Le imprese si stanno già impegnando per scambiare energia attraverso la rete, per entrare in comunità energetiche (di cui abbiamo parlato nel numero scorso n.d.r.) e fare cogenerazione», dice Carlo Guidotti, analista dell’Ufficio Studi e Statistica della Camera di Commercio di Como e Lecco, comune in cui è situato uno dei distretti metalmeccanici più grandi d’Europa. «Conta oltre 2100 imprese, ovvero oltre il 9% del totale della provincia, e più di 31.000 lavoratori, il 29% del totale. Su entrambi i dati è la prima provincia in Lombardia e Italia». Insomma, un conglomerato industriale massiccio, che è sopravvissuto alla crisi pandemica, addirittura aumentando l’output e il numero di addetti. Ora però, i prezzi crescenti di energia e materie prima lanciano agli imprenditori una nuova sfida: innovare o soccombere. Per riuscire a superarla, le loro sole forze potrebbero non bastare».

Qual è l’entità del danno provocato al vostro distretto dalla crisi energetica?

«I dati parlano chiaro: nel primo semestre 2022 l’export del distretto è aumentato di più di 450 milioni rispetto all’anno scorso e di quasi 600 milioni rispetto alla media pre-Covid. Questo vuol dire che alla fine del primo semestre 2022 il settore era in salute e aveva recuperato tutte le perdite della pandemia. Poi sono esplosi l’aumento del prezzo delle materie prime e dell’energia, entrambi legati in parte al conflitto in Ucraina, ma non solo. Chiaramente, il metalmeccanico lecchese sta a valle rispetto alle acciaierie, che forniscono la materia prima. A monte, il prezzo dell’acciaio aumenta notevolmente perché le acciaierie ucraine non funzionano più, perché quelle russe esportano molto meno per i dazi e forse un po’ per la speculazione. D’altra parte, forse non tutti sanno che il problema energetico viene anche dalla Francia. Uno storico esportatore di energia nucleare, si trova oggi con centrali in fin di vita soggette a manutenzioni sempre più lunghe e costose. Per questo ha ridotto notevolmente le esportazioni, il che ha squilibrato il mercato europeo dell’energia. Questa combinazione di fattori crea grossi problemi alle imprese locali: in quanto imprese spesso piccole, che fanno subfornitura, fanno fatica a trasferire nelle loro vendite gli aumenti di spesa, con una conseguente compressione».

Nell’immediato, avete già osservato realtà costrette addirittura a chiudere?

«È sempre difficile associare in maniera diretta la chiusura a una causa specifica. I nostri imprenditori hanno dimostrato in questi anni una grande resilienza, anche in occasione delle ondate di pandemia. Per questo, non ci aspettiamo a breve un boom di fallimenti, anche perché il fallimento è portato da un processo lungo. C’è grande preoccupazione, unita a un sospetto di speculazione. Al di là di questo, le imprese sono preoccupate e chiedono al Governo e all’Europa interventi per poter sopportare questi costi. Soprattutto con uno sguardo al medio periodo, per esempio anche al prossimo inverno, che secondo le previsioni sarà ancora più duro».

Quali sono le principali soluzioni da mettere in campo, anche guardando al futuro?

«Per risolvere il problema, molto dipende da condizioni esogene, che non dipendono né dai territori né dagli imprenditori. Ma esistono soluzioni, anche su piccola scala, che si stanno cominciando a percorrere. Una di queste sono, per esempio, le comunità energetiche rinnovabili, che forniscono a famiglie e imprese strumenti per diventare produttori e consumatori di energia. D’altra parte, le imprese un po’ più grandi hanno la possibilità di installare il fotovoltaico sui tetti dei loro capannoni, aumentando la propria autonomia. In generale, l’attenzione alle energie rinnovabili e alla green economy sta crescendo molto. È il modo con cui gli imprenditori cercano di rispondere alla situazione».

Se si dovesse imporre una riduzione nazionale dei consumi, che effetti potrebbe avere sull’industria pesante?

«Un razionamento sarebbe veramente disastroso, ma come ogni razionamento dovrebbe avere delle regole. Fermo restando che su realtà come ospedali e scuole non è in discussione una riduzione dei consumi, sulle imprese bisogna fare un discorso diversificato. Ci sono settori considerati strategici, che anche nel lockdown più duro sono stati autorizzati a operare. Anche in caso di razionamento, eventuali tagli a questi settori sarebbero da valutare con prudenza. Dopodiché, i fattori sono vari, perché non tutte le imprese consumano allo stesso modo: per esempio, le acciaierie sono molto energivore, ma chiuderle ha un impatto fortissimo su quasi tutti i settori. Ma dai dati che leggo, per questo inverno il gas dovrebbe bastare, anche se i prezzi, come quelli del petrolio, potrebbero ancora aumentare considerevolmente».

L’industria sta riuscendo a soddisfare la ripresa di domanda post-pandemica?

«Appena ne hanno avuto la possibilità, le imprese hanno ripreso a produrre più che potevano. Il settore meccanico è stato uno dei primi a ripartire e stava andando bene. Poi gli aspetti esogeni causati dalla guerra si sono abbattuti sulle imprese. Ma fino ad allora le imprese stavano producendo e lavorando, facendo un buon uso degli input produttivi e delle materie prime. Chiaramente, ora che i costi dell’energia sono così alti, la ripresa viene fortemente rallentata. E spesso gli imprenditori, fiutando l’incertezza, frenano gli investimenti».

Il PNRR non parla molto dell’industria siderurgica e metalmeccanica, se non come settori hard-to-abate, in merito all’utilizzo di idrogeno. Se fosse possibile, pensa sarebbe necessario rivederlo, sotto questi aspetti?

«Il PNRR è frutto di una mediazione con l’Europa, per cui è difficile pensare di rimodularlo, anche se si può provare a riaprire la trattativa. Di sicuro è necessario tutelare le nostre imprese perché la concorrenza da fuori è pronta. Per giunta, l’Italia è più svantaggiata di altri Paesi dalla situazione corrente. Quello che si può fare è guardare al PNRR come a una serie di strumenti trasversali. Non è così necessario che si parli di più di metalmeccanica, nel momento in cui si parla a sufficienza di energia e Green economy. Tutti questi sono elementi che permettono di tenere sotto controllo i costi, oltre a far bene al pianeta».

L’idrogeno può essere già una valida alternativa?

«Qui si entra in un ambito più tecnico, ma non mi sembra che le tecnologie siano ancora sufficientemente mature per un uso concreto dell’idrogeno. In tempi rapidi ci sono cose più fattibili. Ad esempio, tutti gli esperti concordano sul fatto che, a livello nazionale, il più grande contributo alla riduzione del costo dell’energia lo porterebbe un cambiamento di abitudini. In più ci sono tecnologie più mature, come il fotovoltaico, visto che il sole non ci manca».                                               ©

Marco Battistone

Giovane studente di lettere, da sempre appassionato di temi finanziari, approda al Bollettino all’inizio del 2021. Attualmente cura le rubriche di business ed educazione finanziaria dell’edizione cartacea, nonché una rubrica video settimanale in cui tratta temi finanziari nel modo “pop” caratteristico del Bollettino.

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