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  • giovedì, 8 Dicembre 2022

Milan e Inter: stessa sorte?

DiMatteo Runchi

15 Novembre 2022
inter

La cessione dell’Inter è sempre più vicina. Si stanno intensificando le voci sulla vendita della società nerazzurra da parte del Presidente e proprietario Steven Zhang, nonostante le smentite di quest’ultimo. Se tutto ciò accadesse, Inter e il Milan potrebbero andare incontro a un destino societario molto simile. Il condizionale, però, è d’obbligo. Ma andiamo con ordine. Esattamente come accaduto ai rossoneri pochi mesi fa, quindi, anche la società nerazzurra starebbe per vivere un passaggio di proprietà. Ma le somiglianze tra le situazioni delle due milanesi non si limitano alla sola cessione. Entrambe infatti hanno affrontato, durante le ultime gestioni, un significativo taglio dei costi al fine di limitare le perdite a bilancio e valorizzare la società. La razionalizzazione delle spese e gli investimenti più mirati hanno poi portato anche risultati sportivi, con la vittoria di uno scudetto l’una. Ma i motivi e i processi con cui i due club arrivano a queste cessioni sono molto diversi e testimoniano situazioni quasi opposte.

Il passaggio del Milan dalle mani di Elliott a quelle di un altro fondo americano, Redbird Capital, è l’atto finale di un processo chiaro e semplice. Perché quello che il Milan ha vissuto è la classica gestione di un’azienda fatta da un fondo di investimento come Elliott. La squadra rossonera viene individuata come un asset in grado di rendere ancora molto e di apprezzarsi in maniera significativa se gestito nel modo corretto. Grande importanza in questa selezione ha avuto il valore del marchio Milan, ancora molto famoso nel mondo tra i tifosi di calcio nonostante i risultati sportivi non esaltanti degli anni precedenti all’acquisto.

Grazie alla situazione in cui versava il Milan nel 2018, con una proprietà incerta e risultati carenti, la spesa per l’acquisto è stata relativamente bassa. Quell’anno Elliott investì 171 milioni di euro, un’inezia per un marchio come quello del Milan. Negli anni successivi non mancarono gli investimenti, che portarono la spesa totale, al netto dei prestiti restituiti, a 705 milioni di euro. Dopo l’acquisto e il consolidamento a livello di quadri dirigenti, Elliott ha proceduto all’avvio dell’operazione di taglio delle spese. Esempio più eclatante sono i mancati rinnovi dei contratti di Gianluigi Donnarumma e Hakan Calhanoglu. In entrambi i casi i giocatori, giunti in scadenza di contratto, chiedevano alla società uno stipendio che andava oltre i limiti imposti dal Elliott per preservare i conti. In entrambi i casi, piuttosto che fare uno strappo alla regola, hanno preferito perdere i giocatori senza guadagnare nulla dal loro cartellino. E questo nonostante il portiere della nazionale fosse il capitano della squadra e che sul centrocampista turco si fosse manifestato l’interesse dei rivali dell’Inter, poi concretizzatosi.

Non sono quindi stati quattro anni semplici quelli della gestione Elliott per i tifosi milanisti, ma in fondo i risultati sono arrivati. Alla fine della stagione 2022 il Milan è campione d’Italia e il fondo americano ha completato il proprio lavoro. Così, in maniera parzialmente inaspettata, trova in RedBird un acquirente credibile e vende la società per 1,2 miliardi di dollari. Un guadagno finale che ammonta a quasi mezzo miliardo di dollari, 495 milioni per essere precisi. Per questo atteggiamento a volte Elliott è stato definito come un fondo avvoltoio, ma non si può negare che, anche se opportunista, questa strategia abbia lasciato entrambe le parti più che soddisfatte. All’apparenza l’Inter sta per avere un destino societario simile a quello del Milan. La nuova proprietà cinese di Suning acquista la squadra in un momento di difficoltà, taglia le perdite, ottiene risultati sportivi con uno scudetto per poi vendere una società rinata. Se si scruta sotto le apparenze, però, diventa evidente come le somiglianze siano solo una coincidenza, perché emergono differenze evidenti.

Prima di tutto, Suning non è un fondo come Elliott, anzi non è proprio un fondo di investimento. È un colosso dell’elettronica cinese, una delle aziende più importanti del Dragone, che fornisce elettrodomestici a mezza Cina. Quando acquista l’Inter, l’obiettivo è quello di sfruttare il prestigio della squadra nerazzurra per affacciarsi in Occidente. Il piano di taglio delle spese e di raggiungimento dei risultati sportivi c’è ed è forse anche più ambizioso di quello del Milan, specialmente per quanto riguarda il secondo aspetto. Ma il fine ultimo non è il profitto di una rivendita, ma la gestione di un asset importante in Occidente. 

In Italia le cose vanno per lo più come previsto. Suning investe, con allenatori come Antonio Conte e Simone Inzaghi e giocatori come Lukaku e Škriniar e vince uno scudetto che interrompe il dominio decennale della Juventus. Le cose però in Cina non procedono altrettanto bene: l’azienda, duramente colpita dalla pandemia, vede l’ingresso del Governo cinese e del colosso delle spedizioni e del commercio online Alibaba al suo interno. Il Presidente e fondatore Zahng Jindong è relegato a un ruolo onorario e il figlio Steven, presidente dell’Inter, dopo un breve periodo da amministratore delegato viene accantonato in favore di un dirigente di Alibaba. Rimane però a capo di Suning International e dei nerazzurri, ma alcune banche cinesi, a cui avrebbe chiesto prestiti in passato, lo accusano di non averli mai restituiti. Si arriva così all’estate 2022, quando iniziano a diffondersi le prime voci che Steven Zhang abbia dato mandato ad alcuni intermediari di trovare acquirenti per l’Inter. La valutazione, basata proprio su quella strappata da Elliott per il Milan, è di 1,2 miliardi di dollari. Ma difficilmente questa operazione porterà a grandi guadagni: la cifra permetterebbe infatti all’imprenditore cinese di andare in pari, tra gli investimenti e il prestito chiesto al fondo americano Oaktree. 

Nonostante le voci di cessione siano sempre più intense, quelle sui possibili acquirenti stentano. Anche per questa ragione ha suscitato interesse la proposta denominata INTERSPAC. L’idea, di cui si è fatto portavoce l’economista Carlo Cottarelli, ma che coinvolge diversi interisti famosi, dal cantante Enrico Ruggeri al presentatore televisivo Alessandro Cattelan, è quella di modificare l’assetto societario dell’Inter, trasformandola in una public company. L’azionariato popolare diffuso è estremamente raro nel calcio italiano. I pochi casi che esistono sono quasi tutti parziali e comunque relegati al settore dilettantistico. Nel professionismo esistono partecipazioni marginali alle grandi società, come nel caso di Milan e Roma, dove i piccoli azionisti gravitano attorno all’1% del totale. All’estero invece, i club dei tifosi sono più diffusi. Caso limite la Germania, dove il regolamento della Bundesliga, la prima divisione del calcio tedesco, impone che ogni squadra abbia almeno il 50%+1 delle proprie quote in mano a piccoli azionisti. 

Come sottolineato dallo stesso progetto INTERSPAC, il primo problema da affrontare in Italia è quello del vuoto legislativo. Anche se un decreto del 2019 abilita il Governo alla creazione di norme apposite per l’azionariato popolare diffuso nel calcio, un regolamento preciso è ancora assente. Esistono però anche diversi vantaggi nell’adozione dell’azionariato popolare, mostrati soprattutto dai risultati dei club di Bundesliga. Il campionato tedesco, secondo per fatturato dietro all’irraggiungibile Premier League inglese, è l’unico tra i quattro grandi campionati europei in cui i ricavi dalla parte commerciale superano quelli dei diritti televisivi. Inoltre le indagini di Interspac riportano che i club di Bundesliga sono tra quelli più solidi e con la migliore profittabilità all’interno del sistema calcistico europeo. Oltre ai club tedeschi, un altro esempio di azionariato diffuso nel calcio è quello del Barcellona. Il club catalano basa la propria identità sul supporto finanziario dei propri tifosi, coinvolgendoli il più possibile nelle scelte societarie, come dimostrato dal motto della società «Més que un club», più di una squadra. 

La proposta alla società dovrebbe arrivare a fine novembre 2022, e sta raccogliendo molto supporto da parte di illustri tifosi interisti. L’impatto positivo dell’azionariato diffuso sulle squadre di calcio è stato confermato anche dallo studio del dottor Lapo Cianchi, coadiuvato dal professor Carlo Ambrogio Favero nel lavoro con cui ha conseguito la laurea in Management all’Università Bocconi di Milano. La ricerca analizza non solo l’azionariato popolare, ma soprattutto la proposta Interspac, mostrando sia i punti di forza che i punti deboli delle previsioni di impatto che il nuovo assetto societario potrebbe avere sull’Inter. La principale critica che proviene da questa ricerca alla proposta INTERSPAC è l’eccessivo ottimismo delle previsioni. Secondo le analisi di Cianchi e Favero, l’azionariato popolare dovrebbe avere un impatto positivo per 34 milioni di euro, mentre i calcoli del progetto ponevano come obiettivo un aumento delle entrate apri a 70 milioni.

L’azionariato popolare nel calcio non ha mai preso piede in Italia. Nonostante gli esempi tedeschi, il campionato italiano non ha mai visto grandi realtà nascere dal supporto dei tifosi. Eppure ci sarebbero alcuni fattori a favore di un’ipotesi del genere. Il primo è proprio l’enorme attaccamento dei supporter nei confronti delle squadre, e l’ampia diffusione che il calcio ha nella popolazione. Con oltre 24 milioni di appassionati, l’Italia vanta tra le squadre con più fan al mondo, che rappresenterebbero un bacino amplissimo da cui pescare azionisti. C’è poi da rilevare che da noi esiste una forte tendenza al risparmio privato. Secondo i dati di Fabi, il sindacato autonomo dei bancari, nel 2022 la ricchezza privata in Italia ha raggiunto i 5.256 miliardi di euro. Lo stesso rapporto sottolinea che la forma di risparmio preferita rimane la liquidità. Il 31% del totale dei risparmi degli italiani sono depositati sui conti corrente sotto forma di denaro contante, un tesoretto di possibili risorse che l’azionariato popolare delle squadre di calcio potrebbe sfruttare a proprio vantaggio. Questo dato ricorda però anche un problema cronico del risparmio italiano. Nel nostro Paese non esiste una cultura dell’investimento finanziario. Molte famiglie rimangono spaventate dalla prospettiva di investire in azioni o obbligazioni e preferiscono accumulare denaro nei propri conti corrente. Un atteggiamento premiato dal bassissimo tasso di inflazione dell’ultimo decennio, ma che potrebbe rivelarsi presto deleterio a causa dell’aumento dei prezzi verificatosi negli ultimi anni. Questo fattore potrebbe frenare un eventuale progetto di azionariato popolare, a meno che la passione per il calcio non venga utilizzata per vincere questa resistenza culturale. 

Matteo Runchi

Attento alle tendenze e profondo conoscitore della stampa estera, è laureato in Storia del giornalismo all’Università degli Studi di Milano. Dinamico, appassionato e osservatore acuto, per il Bollettino si occupa principalmente del mondo dello sport legato a quello finanziario e del settore dei videogiochi, oltre che delle novità del comparto tecnologico e di quello dell’energia.

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