sabato, 2 Marzo 2024

Natalità al minimo: le conseguenze su PIL e pensioni

Sommario
natalità

La natalità è al minimo storico, con 393mila nuovi nati, poco più della metà dei decessi. Nel 2022, la popolazione residente italiana è calata di 179mila abitanti. La speranza di vita, nel frattempo, sale ancora per attestarsi a 82,6 anni. «Tutti lanciano allarmi sulle culle vuote e la natalità, ma nessuno fa niente per prepararsi. Eppure, il processo è irreversibile», dice Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali e autore di Italia 2045. Una transizione demografica e razionale. «Ciò che occorre è aiutare le famiglie, cercare di dare tutto quello che possiamo. Ma bisogna frenare con le agevolazioni: al momento, ad esempio, il 70% della popolazione paga il 10% dell’IRPEF. Tuttavia, i politici continuano a promettere per raccogliere consenso. Quello che invece dovrebbero fare è prepararsi, per far sì che a fronte di un calo del PIL, non cali il PIL pro capite».

Calo demografico, cambiamento climatico e potenziale riduzione del PIL: qual è il rapporto tra queste 3 tematiche?

«Abbiamo di fronte un invecchiamento della popolazione, una sua parziale diminuzione, di conseguenza, anche una prospettiva di riduzione dei consumi e del PIL. Al contempo, si verifica una altrettanto forte transizione climatica. La maggior parte degli umani in vita oggi ha vissuto nel periodo della grande accelerazione: alla fine della Seconda Guerra Mondiale eravamo poco più di due miliardi. In 78 anni, con una velocità sempre maggiore, siamo riusciti a superare gli 8,1 miliardi. Una quota enorme di persone che ha portato anche il PIL a decuplicarsi. Una situazione in cui la prima domanda che ci dobbiamo porre è se uno sviluppo enorme e continuativo sia possibile in maniera assoluta in un mondo che non è inesauribile. In altre parole: una crescita infinita è possibile in un mondo finito?».

Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

Qual è la risposta?

«La prima risposta la dà l’overshoot day, cioè il giorno in cui la popolazione consuma tutte le risorse che la Terra produce in un anno. Al momento, si colloca intorno al mese di luglio a livello globale e molto prima in Italia, circa a metà maggio. Il punto vero è che non sappiamo quanto il cambiamento climatico dipenda in percentuale da fattori naturali o dall’uomo, anche se la maggior parte degli scienziati propende per la seconda risposta. Ma su una cosa possiamo essere sicuri, e cioè dell’effetto moltiplicatore che l’intervento umano imprime a questo cambiamento».

Quali fattori muovono questo calo e guideranno la dinamica demografica?

«Negli ultimi dieci anni del secolo scorso il mondo, salvo alcune eccezioni, è notevolmente progredito dal punto di vista della cultura e dell’alfabetizzazione, soprattutto femminile. E più le donne studiano, più acquisiscono una parità con gli uomini, più cala la fecondità. Cosicché tutti i Paesi sviluppati osservano oggi un calo legato a fattori di questo tipo. Oggi in Italia abbiamo un tasso di fecondità dell’1,23 e in media l’Europa non arriva a un 1,4. È dunque evidente che di qui al 2045 avremo una diminuzione della popolazione, così come Giappone, Nuova Zelanda e Corea. Avremo dunque un invecchiamento e un conseguente rallentamento della crescita. Dovremo adeguarci a una società che, in un certo senso, si riduce. Si riduce come PIL complessivo, ma probabilmente non come PIL pro capite. Quello che dobbiamo fare è prepararci adeguatamente a questo processo, che avrà il suo picco nel 2045. Dopodiché, ripartirà un nuovo ciclo».

La correlazione tra crescita demografica ed economica e cambiamento climatico è sostenuta da sempre più scienziati. Ma è così automatica l’inversione di causalità, per cui una decrescita produrrebbe invece effetti positivi per il pianeta?

«La maggior parte degli scienziati e il Segretario generale delle nazioni unite António Guterres dicono che il calo della popolazione è un fatto positivo. Come dicevo all’inizio, le nostre conoscenze non sono in grado di stabilire esattamente in che percentuale l’antropizzazione abbia avuto effetto. Di certo ha fatto da moltiplicatore. Per dirlo abbiamo una serie di punti di riferimento. Di certo l’overshoot day: si può dire ciò che si vuole, ma nel 1960 il Pianeta in un anno consumava ciò che produceva, mentre oggi non è così. Nell’atmosfera soggetti come la NASA, l’EPCC e l’ONU hanno misurato una concentrazione di anidride carbonica di 419 parti per milione. Un numero che, dai carotaggi effettuati sui ghiacci artici, che consentono di tornare indietro di circa 400mila anni, non si era mai visto. Poi c’è il consumo di acqua. Noi oggi, come italiani e come europei, dovremmo fermarci e fare una riflessione su questi aspetti. Quando ci facciamo una doccia, non è scontato: su 8 miliardi di individui, almeno 4 miliardi non se la possono permettere, o solo raramente. A dirlo è l’ONU, affermando che più di un terzo della popolazione mondiale è in crisi idrica e più della metà è quantomeno in stress idrico. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale consumavamo 1.000 miliardi di metri cubi di acqua dolce. Oggi ne consumiamo circa 400mila miliardi, di cui la maggior parte dall’agricoltura e gli allevamenti intensivi».

Lei sostiene dunque l’idea di una decrescita felice?

«No, ma sono per fare profonde riflessioni. Il fatto che avremo meno consumi, meno spostamenti, meno globalizzazione porta a un’altra domanda che ci dovremmo porre: noi esseri umani siamo qui per vivere appieno la nostra vita o siamo diventati strumenti di consumo bersagliati 24 ore su 24 da pubblicità che ci costringono a spendere? Quanta parte della nostra ricchezza va in consumi non necessari? Io sono dell’idea che bisogna passare da un capitalismo fortemente mercatista e consumista a uno di tipo solidale, una sorta di Terza Via, alternativa alla crescita incontrollata e alla decrescita “infelice”».

Quali sono le caratteristiche di questa strada alternativa?

«Il punto che mi sforzo di analizzare è che le forme di capitalismo odierno sono basate su un paradigma di crescita della popolazione associata a una crescita del profitto. Bisogna incamminarsi, invece, sulla via di un profitto giusto, basato sulla responsabilità sociale d’impresa e sui criteri ESG. Serve un mondo che non ottenga profitti sull’altro, ma solidale e consapevole dell’interdipendenza tra le persone. È un cambio di mentalità con le sue conseguenze anche sul piano delle decisioni politiche».

A livello globale, abbiamo una dinamica potenzialmente instabile, con molti Paesi già in fase calante, ma anche con intere regioni in cui la popolazione cresce a ritmi impressionanti. Come affrontare la situazione per evitare squilibri?

«Il problema sono tutte quelle aree del mondo ancora soggette a un’alta crescita demografica, che nei prossimi anni saranno probabilmente territorio di migrazione economica, oltre che climatica. La metà del mondo è donna, ma molte di loro sono in stato di semi-schiavitù. Cambiando questo, cambia la dinamica demografica. Con School for Africa abbiamo costruito una scuola primaria in Kenya e osserviamo che le ragazze che non vengono a scuola tendono a stare in tribù e fare molti più figli, ma la fecondità decresce visibilmente con la scolarizzazione. Le universitarie, anche in Kenya o Tanzania, ad esempio, non arrivano a un figlio. Quello che dobbiamo fare, come Europa, è investire per migliorare le condizioni di vita e l’alfabetizzazione di queste aree. Sarebbe un investimento fondamentale per il futuro del Pianeta. Non come sta facendo la Cina, depredando l’Africa, in una vera e propria colonizzazione che non fa crescere il continente».

Più la popolazione cala, più tende a calare. Dobbiamo temere una dinamica simile per l’economia?

«Bisogna prepararsi. Molti Paesi, come la Corea, Singapore, la Russia o i Paesi nordici, hanno portato avanti nel tempo iniziative dispendiose per tentare di incrementare i tassi di natalità. Gli unici risultati appena accettabili li ha avuti la Francia, con un esborso enorme. Ma anche lì, il tasso di fecondità resta ben al di sotto di quello di sostituzione, né l’Italia potrebbe permettersi una spesa simile. Anche in Cina, hanno varato tutti gli incentivi del caso ma, come stima l’Università di Washington, il Paese ha ormai intrapreso una transizione che ne porterà la popolazione molto sotto il miliardo. È un percorso irreversibile e non è per forza una cattiva notizia. Se guardiamo all’aspettativa di vita, ha avuto un aumento di circa vent’anni dal 1960 a oggi. Allora, per prepararci al futuro, dovremmo cercare di associare la miglior salute possibile. Ma cosa fa lo Stato? Invece di fare prevenzione, manda gli anziani in pensione prima. Con il risultato di avere pensioni più basse e dover poi investire in ulteriori misure assistenziali».

Si può fare qualcosa, allora, per evitare che la transizione demografica riduca il benessere?

«Guardando all’Italia, se diminuisce la popolazione, lo faranno anche i lavoratori necessari per mantenerla. C’è da seguire una precisa strategia. Dobbiamo prendere atto che l’inversione demografica è irreversibile e prepararci a questi prossimi 20/25 anni. Ci sono cose da non fare, cioè mandare la gente in pensione troppo presto, e ci sono cose da fare. Ad esempio, la prevenzione: per fare in modo che queste vite più lunghe siano anche vissute in buona salute. Se facciamo ciò che occorre si potrebbe perfino produrre un aumento del benessere. Intorno al 2030 avremo un tasso di disoccupazione intorno al 3%, cioè fisiologico. Di conseguenza, potrebbe ingenerarsi una crescita dei redditi da lavoro»

Quali sono, in definitiva, gli ingredienti per la transizione razionale di cui parla nel libro?

«Bisogna guardare più in là del proprio naso. Da un lato, se cresce l’aspettativa di vita, così dev’essere anche per l’età pensionabile. Ad esempio, provvedimenti come Quota 100 vanno evitati. Perché se la popolazione italiana è la più vecchia d’Europa, non può pensionare gli anziani prima di Francia e Germania, entrambe con debiti pubblici ben più bassi. In Italia abbiamo quasi 38 milioni di persone in età da lavoro con un milione di posti scoperti. E siamo tra gli ultimi nei Paesi OCSE per tasso di occupazione. Non arriviamo a 23 milioni di persone che lavorano. Per questo i problemi li abbiamo oggi, non domani, con le culle vuote. L’altro aspetto fondamentale è quello della salute: ora che viviamo di più, le cronicità portano via il 70% della spesa sanitaria totale. Perché allora non pensare a una società che cambia e diventa un pochettino più vecchia? Stiamo pensando al piano nazionale degli asili nido e delle scuole, quando se facciamo le previsioni, tra trent’anni almeno il 20% delle scuole non servirà più».

Lei si occupa di pensioni e previdenza sociale. Il fatto che le nuove generazioni producano, nel complesso, meno delle precedenti può essere armonizzato con il sistema pensionistico attuale?

«Noi abbiamo avuto un ciclo, fino al 1992, di instabilità politica endemica. La conseguenza è stata una continua rincorsa a chi faceva le promesse più grandi, soprattutto in materia di pensioni. Allora si sono fatte cose che oggi sarebbero impensabili. Le persone andavano in pensione anche a 50 anni, con prepensionamenti in anticipo anche di più di dieci anni. Quando è iniziato il ciclo delle riforme, nel 1992, noi avevamo 17 milioni di pensionati, con circa 21 milioni di lavoratori attivi. Un rapporto di quasi 1,2 a 1. Le riforme hanno riportato il rapporto vicino all’1,5 nel 2019, con i pensionati ridotti a 16 milioni. Anzi, se non ci fosse stata proprio in quell’anno Quota 100, si sarebbe potuti scendere ancora oltre. Ora si è già tornati a circa 16,1 milioni. Il punto è che se noi andassimo in pensione secondo i due stabilizzatori automatici introdotti nel 2010, cioè aggancio dell’età di pensione all’aspettativa di vita e importi ragguardati, tramite coefficienti di trasformazione, non avremmo particolari problemi. Attenendoci a questo, mantenendo il metodo di calcolo contributivo, il sistema resterebbe pienamente sostenibile. Anche nel 2045, quando avremo 1,5 attivi per ogni pensionato».                                   ©

Articolo tratto dal numero del 1 ottobre 2023 de il Bollettino. Abbonati!

Studente, da sempre appassionato di temi finanziari, approdo a Il Bollettino all’inizio del 2021. Attualmente mi occupo di banche ed esteri, nonché di una rubrica video settimanale in cui tratto temi finanziari in formato "pop".