sabato, 2 Marzo 2024

Il giro d’affari dietro ai nostri rifiuti, tra illegalità e concorrenza

Sommario
economia circolare

La mala gestione dei rifiuti arricchisce sempre più la malavita e i nostri competitor internazionali, impoverendo gli imprenditori italiani. «Il problema è che oggi le risorse finiscono in filiere sbagliate» dice Andrea Giustini, fondatore e presidente del Gruppo EcoEridania, azienda leader in Italia e in Europa nello smaltimento rifiuti speciali pericolosi e non, di origine sanitaria e industriale.

La burocrazia pesa in maniera determinante sull’ammodernamento e sulla costruzione di nuovi impianti, attività che avranno un ruolo centrale nella transizione verso l’economia circolare. Le molte lacune nel sistema italiano creano una situazione paradossale, che pesa sulle tasche di tutti. Scarti industriali, biomasse agricole e altre risorse preziose in ottica di economia circolare viaggiano per chilometri o finiscono in filiere non tracciate, alimentando attività illecite. L’illegalità sempre più diffusa pesa come un macigno nel settore dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE).

economia

Economia circolare, i flussi clandestini

Un fenomeno aggravato dal caro materie prime. Infatti, l’aumento esponenziale del valore di queste risorse fa salire anche i flussi clandestini di RAEE. «Nel rifiuto elettronico potremmo recuperare fino al 97%, però bisogna farlo. Ci sono una serie di sotto mercati, dove gira il nero perché hanno valore. Basti pensare che il 50% dei RAEE si disperde per un mercato parallelo. Parliamo di metalli rari e preziosi che vanno a finire in filiere borderline, che non sono tracciate. Questo restituisce un dato finale sbagliato, perché ne viene recuperato molto di più rispetto ai numeri ufficiali. Una grande percentuale di questi materiali alimenta attività illecite. Quindi diventa difficile fare investimenti, perché i dati che hai a disposizione non sono reali. Bisogna costruirne di nuovi che permettano agli imprenditori di capire dove e come mettere le risorse.

Nuovi impianti di smaltimento potrebbero arginare il fenomeno, ma la burocrazia scoraggia sempre più imprenditori. Infatti, sono poche le infrastrutture per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti che riescono ad ottenere l’autorizzazione alla costruzione. Se vogliamo centrare gli obiettivi europei e annullare l’export di rifiuti tra le aree del Paese dovremo costruire termovalorizzatori in grado di trattare complessivamente 2,35 milioni di tonnellate, secondo Utilitalia. Il Nord dovrà aumentare la sua capacità di 150.000 tonnellate, il Centro di 1,15 milioni di tonnellate, il Sud di 550.000, la Sicilia di 550.000 e la Sardegna di 150.000. Le Regioni che vantano le percentuali più alte di raccolta differenziata si distinguono anche per il maggior numero di impianti, segno che la raccolta differenziata per il riciclo e le infrastrutture sono due facce della stessa medaglia.

Buone notizie arrivano dai rifiuti organici, grazie alla recente apertura di nuovi impianti di digestione anaerobica e all’avvio di diversi progetti, molti dei quali finanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

camion rifiuti

C’è ancora molta strada da percorrere, invece, sul fronte del recupero energetico degli scarti non riciclabili. Le discariche ospitano il 19% dei rifiuti urbani nazionali, pari a circa 5,6 milioni di tonnellate. Tuttavia, l’Unione Europea fissa un limite al conferimento in questi sistemi, che ammonta al 10%. In più, la vita residua di queste strutture è in esaurimento: 5 anni al Nord, 4 al Centro, 3 al Sud, 2 in Sardegna e 1 in Sicilia. L’età media degli impianti è un altro dei problemi che ostacolano l’avvento dell’Economia Circolare. Infatti, meno del 50% delle 1.104 infrastrutture controllate sono conformi alle norme, stando agli ultimi dati del Sistema nazionale protezione ambiente (SNPA)» aggiunge Giustini.

Parlando di economia circolare, il tema dei rifiuti urbani è sempre al centro del dibattito. Spesso, invece, dimentichiamo quelli industriali. A quanto ammontano più o meno ogni anno?

«Noi gestiamo milioni di tonnellate di rifiuti all’anno, che circolano dai produttori italiani agli smaltitori. In particolare vanno verso il mercato estero, perché l’Italia non è in grado di gestire la grande mole di scarti che produce. Così facendo arricchiamo i nostri amici Oltralpe. Il rifiuto nell’idea dell’economia circolare è una risorsa e chi la può trattare la gestisce al meglio e ne tira fuori i maggiori benefici. È importante sottolineare però che oggi lo scarto vero e proprio è una piccolissima percentuale, il resto può essere tutto recuperato attraverso il riciclo o riuso della materia stessa oppure la produzione di energia. È molto meglio produrre energia bruciando rifiuti che utilizzare fonti fossili».

rifiuti

Parlando con gestori di impianti che producono biometano, un problema che emerge è che la maggior parte delle risorse che utilizzano spesso non arrivano dal territorio dove sorge l’infrastruttura, ma da diverse parti dell’Italia. Quanto pesa questo problema e come si potrebbe risolvere questo gap nella catena di approvvigionamento?

«La spiegazione si chiama burocrazia, questo Paese ne è schiavo. A volte rende impossibile fare le cose in modo semplice. Dobbiamo sempre peggiorare il risultato, perdendo opportunità più convenienti. Ma in Italia spesso non si riesce a ottenere l’autorizzazione che permetterebbe di far venire la materia prima dai terreni agricoli circostanti. Tutto questo è la conseguenza di errori di organizzazione del Paese, che ormai ha perso la fiducia. Non si fa più nulla senza vedere effetti concreti, non basta la visione. La conseguenza è che per colpa di questo sistema si perdono i benefici legati ad attività virtuose che riguardano l’energia Green, perché le filiere sono lontano mille chilometri».

Simbiosi ed economia circolare possono guidare la crescita dei distretti produttivi. Come accelerare la transizione verso un nuovo modello economico?

«La simbiosi è un meccanismo che esalta la vicinanza. Bellissimo in teoria, ma se la burocrazia non ci permette di connettere i diversi attori non si potrà mai realizzare. Ci sono una serie di interruzioni che alla fine gravano anche sul processo economico perché impediscono di diventare vincenti. I rifiuti di Roma, ad esempio, pesano sull’economia della città in maniera spaventosa. Però c’è una grande opportunità legata al termovalorizzatore, speriamo che Acea riesca finalmente a realizzare quest’infrastruttura. Nonostante sia un competitor, faccio il tifo affinché riescano a portarlo a termine, perché è un’opera che andrà a giovamento di tutti quanti. Si libereranno spazi, ci saranno maggiori opportunità e la filiera sarà sempre più corta».

infrastrutture

Potrebbe anche mostrare alle comunità locali i benefici delle infrastrutture che riguardano il ciclo dei rifiuti, che spesso sollevano proteste da parte della popolazione…

«Assolutamente. Non a caso a Copenaghen le persone sciano sopra un termovalorizzatore, alimentato da rifiuti che inviamo noi».

Quali infrastrutture e tecnologie saranno centrali per il futuro?

«Il ruolo dei nuovi impianti è fondamentale. Bisogna comprendere cosa compone il rifiuto, avere la possibilità di separarlo e di utilizzare tutte queste risorse nel modo migliore. Non dimentichiamo che c’è sempre una parte non recuperabile che va smaltita. Le stesse discariche, che spesso suscitano terrore, servono all’interno di un processo di gestione, ma devono rappresentare una parte residuale. Tutto il resto può essere recuperato, se riusciremo a fare questo allungheremo la vita dell’esaurimento annuale delle risorse che abbiamo a disposizione. Oggi siamo in grado di arrivare a malapena a maggio, se le sfruttiamo in modo efficiente possiamo avere risorse per i mesi successivi. Uno dei problemi principali è che c’è grande ignoranza dal punto di vista culturale. Purtroppo ci vorranno decenni per fare il salto. Siamo il peggiore ostacolo a questa transizione perché siamo pieni di pregiudizi.

Va in piazza a protestare solo chi è contrario, chi è favorevole resta a casa. Bisogna coinvolgere il territorio e tutti gli stakeholder, affinché tutti comprendano che è importante esprime anche il consenso, non solo il dissenso. In un Paese di 20.000 abitanti basta una protesta di 200 persone per bloccare un progetto. Spesso dimentichiamo le persone che sono d’accordo. Il Prodotto Interno Lordo (PIL) di questo Paese può cambiare grazie alla transizione ecologica. È un fattore che interessa tutti, non solamente noi operatori di questo mondo. Possiamo avere tutto a condizioni migliori, dall’energia ai servizi. Tutto potrebbe avere un impulso positivo dal recupero del rifiuto. Bisogna invertire la rotta, sconfiggere la pigrizia».

Come si evolve la tecnologia verde?

«Il mondo corre, oggi i primi pannelli fotovoltaici hanno venticinque/trent’anni. La nuova tecnologia va a sostituire i vecchi pannelli, che sono totalmente riutilizzabili. Tutto quello che abbiamo distribuito può essere ripreso e gli si può dare nuova vita. Bisogna creare impianti che li smontino e riescano a recuperare ogni granello di questi pannelli. Il silicio e altri materiali possono essere messi tutti al servizio di nuovi prodotti con tecnologie migliori».

Quest’anno avete acquisito 5 società attive nei settori dell’economia circolare ed end-of-waste, leggevo che avete in programma di andare avanti…

«Per noi è un modello di business, ci occupiamo di gestire società che smaltiscono rifiuti. L’attività principale del gruppo è fare aggregazione industriale. Gli investitori credono fortemente in questo, è una necessità perché nel nostro Paese fare impianti nuovi di smaltimento è impossibile. Quindi l’unica cosa che possiamo fare è comprare storie di imprenditori, che magari hanno raggiunto il loro obiettivo. Li contattiamo per lavorare con noi, dando nuova vita alle aziende e al tempo stesso sfruttando le loro capacità. In questo modo riusciamo a gestire la stragrande maggioranza dei rifiuti che produciamo. Raccogliamo direttamente il rifiuto e lo gestiamo in tutte le sue fasi. Così possiamo cogliere tutti gli aspetti della filiera e avere fonti autonome, migliorando così anche l’EBTDA del gruppo. La semplicità di gestione è uno dei maggiori punti di forza per una grande impresa».

È importante anche l’impegno sociale. Quali saranno le vostre prossime iniziative, con la Fondazione EcoEridania Insuperabili?

«Nel presente, la nostra mission è far giocare a calcio ragazzi disabili, attualmente abbiamo già superato i 700 calciatori. Siamo la più grande società italiana di calcio per questi ragazzi, operiamo in 19 Regioni, stiamo pensando di realizzare un centro sportivo all’avanguardia. Il fatto più stupefacente è la quantità di denaro che riusciamo a raccogliere. Non siamo più solo sostenitori, oggi abbiamo il nostro conto economico, un bilancio di quasi 3 milioni di euro di costi di gestione, che dobbiamo alimentare con risorse adeguate. Siamo orgogliosi di dire che dai rifiuti si possono tirare fuori cose belle. Uno dei nostri obiettivi per il futuro è anche aiutare le famiglie e le madri, in particolare, ad avere un po’ di tempo libero mentre i ragazzi giocano a calcio». ©

📸 Credits: Canva.com

Articolo tratto dal numero del 1 dicembre 2023 de il Bollettino. Abbonati!

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