martedì, 20 Gennaio 2026

Occupazione, mancano gli specializzati: quasi metà dei posti resta vuota

DiIlaria Mariotti

15 Dicembre 2025
Sommario

C’è un problema che cresce anno dopo anno nel Mercato del lavoro. È il nodo del reperimento di competenze che servono alle imprese. Che denunciano difficoltà crescenti ad assumere le risorse che servirebbero in organico. Un aspetto che pesa sulla realtà economica di un Paese già piegato come l’Italia, nel pieno di una glaciazione demografica (siamo sotto la media europea per bambini nati in media per ogni mamma). «La questione non è il lavoro che non c’è… sono i lavoratori che mancano», dice Marco Granelli, Presidente di Confartigianato.

«È un’emergenza nazionale (ne parliamo in modo approfondito in questo numero a pag. 12, ndr) che penalizza soprattutto i comparti tecnici e produttivi. La quota di personale difficile da reperire è salita dal 40,5 del 2022 al 47,8% del 2024; nell’artigianato siamo al 59,2%».

Eppure i numeri dell’occupazione sembrano positivi…

«Sì, parliamo per il nostro comparto di più 274mila occupati a fine 2024 e più 1,7% di assunzioni previste dalle micro e piccole imprese per il primo trimestre 2025. Il problema è la disconnessione tra domanda e offerta. Il 72% delle figure richieste richiede un titolo tecnico-professionale o STEM, ma il sistema formativo non produce abbastanza profili con queste competenze».

Le imprese come reagiscono?

«Come possono: il 32,6% aumenta i salari, il 28,5% offre maggiore flessibilità, il 24,9% collabora con le scuole. Ma non basta. Il mismatch deve diventare una priorità nazionale, non un fenomeno da commentare ogni tanto».

C’è chi sostiene che i giovani non abbiano tanta voglia di lavorare…

«Generalizzare è sempre ingiusto. Abbiamo migliaia di giovani che entrano nelle nostre imprese con entusiasmo, dedizione e intelligenza. Il problema è piuttosto culturale e strutturale: negli anni si è svalutato il lavoro manuale, tecnico, artigiano, come se valesse meno di altri percorsi».

Senza contare il problema dell’inattività

«Abbiamo anche quello: 1,5 milioni di giovani NEET, che non studiano e non lavorano. Non è “mancanza di voglia”, ma spesso mancanza di orientamento, motivazione, aspettative realistiche. Dobbiamo ricostruire una narrazione positiva dei mestieri, far capire che dietro un artigiano c’è innovazione, tecnologia, creatività. Molti giovani, quando scoprono questo Mondo, restano sorpresi e trovano lì il loro futuro».

Cosa proponete, concretamente, a un ragazzo che si avvicina per la prima volta al settore dell’artigianato?

«Il percorso naturale è l’apprendistato professionalizzante, il contratto che più di tutti unisce formazione e lavoro. È stabile, fortemente orientato alla crescita professionale e retribuito secondo i livelli previsti dai contratti collettivi dell’artigianato. In media, un giovane entra con una retribuzione che cresce, anno dopo anno, insieme alle competenze acquisite».

Un inquadramento che potrebbe fare gola

«Esatto. Non parliamo di stagionalità né di lavori precari: nelle imprese artigiane gli apprendisti sono parte della squadra e spesso diventano figure chiave. Negli ultimi sei anni abbiamo formato oltre 502mila under 30: è la dimostrazione che questo sistema funziona, se sostenuto adeguatamente».

Quale tipo di formazione dovrebbe seguire un giovane prima di iniziare un percorso artigiano?

«L’ideale è una base tecnica solida: istituti professionali, ITS Academy, percorsi di qualifica o diploma professionale. Ma non basta la scuola: servono laboratori, esperienze in azienda, alternanza scuola-lavoro, contatto diretto con macchinari e processi produttivi».

Su cosa si dovrebbe puntare in particolare?

«Noi chiediamo di rafforzare l’apprendistato duale e professionalizzante. Le imprese hanno bisogno di giovani che conoscano il digitale, la progettazione, la sicurezza, l’uso delle nuove tecnologie, dalla robotica alla stampa 3D. Oggi il 66,8% investe in innovazione e 182mila utilizzano l’AI: chi entra deve essere parte attiva di questa trasformazione».

Un problema culturale arriva anche dalle famiglie, che spingono i figli a scegliere altri percorsi

«In molti casi sì. Per anni è passata l’idea che il successo passasse solo attraverso percorsi universitari o professioni tradizionali. Ma oggi molti stanno cambiando atteggiamento: vedono che gli artigiani lavorano, guadagnano, innovano, esportano. Essere artigiani significa essere protagonisti della produzione, avere un mestiere qualificato, creare valore. Non è un ripiego: è un’opportunità. Dobbiamo farlo capire meglio anche attraverso l’orientamento scolastico, che ancora oggi è troppo sbilanciato sui percorsi accademici».

L’imprenditoria giovanile soffre?

«Soffre come tutto il Paese, ma nell’artigianato continua a esserci vitalità. Nascono nuove botteghe, Startup artigiane che uniscono manualità e tecnologia, giovani che innovano il Made in Italy reinterpretando tradizioni antiche. Il problema è la demografia: meno giovani significa meno potenziali imprenditori. E poi c’è la difficoltà ad accedere al credito e a trovare personale qualificato. Per questo chiediamo misure strutturali per accompagnare chi vuole aprire un’impresa: serve un ecosistema che riduca i rischi e aumenti le opportunità».

Che cosa serve al Paese per ripartire?

«L’Italia cresce quando sostiene chi produce. Abbiamo 1,3 milioni di imprese artigiane, pari al 22% del totale, con 2,6 milioni di addetti; insieme alle micro e piccole imprese rappresentiamo il 99% dell’intero sistema imprenditoriale e occupiamo il 65% della forza lavoro. Siamo la spina dorsale dell’economia reale. Ma servono continuità, stabilità e visione. Meno vincoli e più fiducia, meno burocrazia e più strumenti per investire, meno costi energetici e più formazione tecnica. La finanza pubblica va tutelata, certo, ma non può diventare un freno alla crescita. Le imprese artigiane sono il motore dell’Italia: metterle davvero al centro significa mettere al centro lo sviluppo, l’occupazione e la coesione sociale».

La Manovra 2026 vi soddisfa?

«La nostra valutazione complessiva è di una Legge di bilancio equilibrata e costruita con senso di responsabilità. Tiene conto dei vincoli della finanza pubblica, ma allo stesso tempo compie scelte concrete per sostenere imprese e lavoro».

Che cosa condividete maggiormente?

«Abbiamo apprezzato la riduzione dell’aliquota IRPEF e la proroga degli incentivi per l’efficientamento energetico e la riqualificazione edilizia. Per molti settori dell’artigianato – dall’impiantistica al legno-arredo – questi strumenti sono ossigeno vero e rappresentano un tassello essenziale della transizione Green. Bene anche il rifinanziamento della Nuova Sabatini, un meccanismo semplice ma efficace per sostenere gli investimenti delle piccole imprese (ovvero ottenere beneficio fiscale a fronte dell’acquisto di macchinari, ndr). Ora auspichiamo che le risorse siano adeguate a coprire l’intero fabbisogno del 2026. Guardiamo con favore anche agli incentivi alle assunzioni e alle misure di detassazione del lavoro».

C’è qualcosa invece che vi preoccupa?

«La restrizione al sistema delle compensazioni fiscali: tante piccole imprese si ritrovano con crediti maturati grazie a investimenti o allo sconto in fattura e vederne limitato l’utilizzo può creare gravi tensioni di liquidità. E se giudichiamo positiva la conferma della detrazione al 50% per la riqualificazione degli immobili, chiediamo però che la misura diventi stabile per almeno un triennio. E ancora, accogliamo il rinvio della sugar e plastic tax, mentre siamo contrari all’aumento dell’accisa sul gasolio: penalizza i veicoli sotto le 7,5 tonnellate, tipici del trasporto artigiano».

Quali sono le principali richieste all’Esecutivo?

«Chiediamo con forza che la Legge di bilancio istituisca un fondo stabile per facilitare l’accesso al credito delle micro e piccole imprese e valorizzi il ruolo dei Confidi (consorzio di garanzia collettiva dei fidi). E ribadiamo la necessità di interventi strutturali sul caro energia e sul passaggio generazionale: due nodi che rischiano di frenare la competitività delle nostre imprese».

Su tasse e burocrazia?

«La priorità è alleggerire la pressione fiscale e contributiva. Il 42,9% di pressione media e un cuneo del 47,1% gravano in modo insostenibile soprattutto sulle piccole realtà. Poi c’è il capitolo energia: paghiamo ancora il 22,5% in più della media europea, un differenziale che nel periodo recente ha generato un aggravio di oltre 1,6 miliardi per il nostro sistema produttivo. Chiediamo anche una semplificazione burocratica vera: oggi il 74% degli imprenditori si sente ostacolato nelle attività quotidiane da procedure inutilmente complicate. Infine, serve un piano nazionale dedicato al ricambio generazionale nelle imprese artigiane: quasi un terzo è guidato da imprenditori over 50 e rischiamo di perdere competenze uniche se non agiamo subito».

Da tempo la produzione industriale è in calo: il Made in Italy è a rischio?

«Il Made in Italy non è solo un marchio: è un ecosistema che combina saper fare, qualità, innovazione, radicamento nei territori. È resiliente, ma non invulnerabile. Negli ultimi anni, nonostante guerre, inflazione e costi energetici altissimi, il nostro PIL è cresciuto più della media europea e le piccole imprese hanno garantito 64 miliardi di export nei settori chiave: moda, legno-arredo, alimentare, metalli, gioielleria, occhialeria».

Che cosa può salvarlo?

«Una strategia chiara: investimenti stabili nell’innovazione, sostegno all’internazionalizzazione, formazione tecnica di qualità, politiche energetiche finalmente competitive. E poi serve continuità: senza strumenti prevedibili e duraturi, le piccole imprese non possono programmare». ©

📸 Credits: Canva   

Articolo tratto dal numero del 15 dicembre de il Bollettino. Abbonati!   

Giornalista professionista, classe 1981, di Roma. Fin da piccola con la passione per il giornalismo, dopo la laurea in Giurisprudenza e qualche esperienza all’estero ho cominciato a scrivere. All’inizio di cinema e spettacoli, poi di temi economici, legati in particolare al mondo del lavoro. Settore di cui mi occupo principalmente per Il Bollettino.