Dubai ha un nuovo volto. Non più vetrina per lo shopping di lusso in Medio Oriente, ma città di saracinesche abbassate e negozi vuoti. È la conseguenza del conflitto USA-Israele contro l’Iran, scoppiato a inizio marzo. Una stangata per il settore del lusso, già attraversato da una crisi post-pandemica.
Un esempio? La storia di Chalhoub Group, distributore di beni di lusso con sede a Dubai e proprietario di 900 rivenditori di brand tra cui Versace e Jimmy Choo. Il colosso fa sapere che nel Bahrain tutti i negozi hanno chiuso e che in altri Mercati, inclusi Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Giordania, alcuni esercizi restano aperti ma i dipendenti lavorano solo come volontari. Lo stesso per Kering: tutto temporaneamente chiuso. «Se si considera che il Mercato dell’area viaggia tra i 5 e 6 miliardi di dollari e presumendo una chiusura della durata di un mese, si parla di centinaia di milioni di dollari che rischiano di andare in fumo», ha detto Victor Dijon, senior partner della società di consulenza Kearney.
Come reagiscono i titoli del settore? La performance di Lvmh, il più grande conglomerato del lusso al Mondo, al comando di brand come Christian Dior, Louis Vuitton, Dior, Fendi, Bulgari, Tiffany & Co. e Sephora, risulta in calo del 19,86% sui sei mesi. E Kering, a capo di marchi come Gucci, a metà aprile ha perso in un solo giorno il 10% sulla piazza di Parigi. Anche se questa volta la causa parrebbe essere il piano di rilancio lanciato dal CEO Luca De Meo, che prevede la chiusura di decine di store Gucci.
Gli investimenti
È proprio sul Medio Oriente che il lusso stava puntando: secondo alcune stime il settore dovrebbe arrivare a toccare quota 36,11 miliardi di dollari entro il 2031, in crescita dagli attuali 21,85. Sul totale può intestarsi una quota compresa solo tra il 5 e il 10%, eppure è qui che si stanno registrando le migliori performance per l’acquisto di borse (fonte: Bain), mentre nel resto del Mondo è stallo.
Che si tatti di un’area strategica lo dimostrano alcuni recenti investimenti. Il marchio ammiraglia di Lvmh, Louis Vuitton, aveva per esempio allestito a febbraio una mostra al Jumeirah Marsa Al Arab Hotel di Dubai. E il beauty retailer Sephora ha di recente lanciato il primo brand saudita di bellezza. «La crescita i Medio Oriente è significativa» aveva detto in una intervista Cecile Cabanis, Chief Financial Officer del gruppo.
Poi è scoppiata la guerra. E a marzo le vendite dei marchi Lvmh nel Mercato mediorientale sono precipitate del 70%. E se nel primo trimestre i ricavi hanno superato i 19 miliardi di euro, l’aumento è stato dell’1% rispetto al trimestre precedente: la metà rispetto alle previsioni.
Il caso Hermés
Emblematico anche il caso di Hermés, che finora si era contraddistinto per il mantenimento – quasi unico nel settore – di risultati positivi. Grazie a una strategia, è il commento da più parti, basata sull’aura di esclusività. Le sue borse iconiche, per intendersi la Birkin, sono prodotte in numero inferiore rispetto alla domanda. Non tutti possono aggiudicarsele ed è così che la maison francese, pur con ricavi contenuti (16 miliardi di euro nel 2025), ha generato un utile netto di 4,5 miliardi. Ma non è restata immune all’effetto Iran.
Il calo segnalato della Borsa di Parigi è del 10% e i ricavi di inizio 2026 si sono fermati a 4,1 miliardi di euro, con una riduzione dell’1,4%. I consumi di marzo sono scesi del 40%, con una flessione localizzata principalmente negli Emirati Arabi Uniti, regione che pesa per il 4% sul fatturato totale. In tutta l’Asia, Giappone escluso, la contrazione è del 4,6% a 1,88 miliardi di euro. Con una tenuta della Cina, che però è lontana dai fasti di un tempo quando si posizionava a traino delle vendite del lusso. Il gruppo compensa solo con gli Stati Uniti, dove i ricavi sono aumentati del 17%, più delle attese.
Non stupisce: è l’effetto geopolitico, che non si dispiega solo nel Medio Oriente. I grandi acquirenti provenienti dalla zona, sono pilastro delle boutique di Parigi, Milano e Londra, ma hanno smesso di viaggiare. Ad ammetterlo è stato in diverse dichiarazioni il direttore finanziario Eric du Halgouët. A soffrire non sono solo i negozi degli Emirati ma l’intero flusso generato dalle capitali europee. In Francia le vendite Hermés sono diminuite del 2,8%. E du Halgouët ha fatto sapere che più della metà degli acquisti nel Paese dipende dai turisti.
Un Mercato già segnato
Il valore globale del Mercato dei beni di lusso si è attestato nel 2025 intorno ai 358 miliardi di euro, a fronte dei 369 del 2023 e dei 364 del 2024 (fonte: Bain&Company). Un calo dovuto al rallentamento delle vendite, che gli analisti ricollegano alla discesa del potere d’acquisto del ceto medio. Tale da far sparire in un triennio, dal 2022 al 2025, 70 milioni di consumatori del lusso: erano 400 milioni nel 2022, sono 330 milioni nel 2025. Gli alto spendenti sono passati nel frattempo dal 30% del totale nel 2019 al 45% del 2024, per poi attestarsi intorno al 46–47% nel 2025.
Che non siano anni rosei per il comparto del lusso lo dimostra anche l’analisi del fatturato del gruppo capitanato da Bernard Arnault Lvmh, con oltre 211.000 dipendenti. Il totale risulta sceso a 80,8 miliardi di euro nel 2025, rispetto ai 84,7 miliardi del 2024. Non un episodio isolato, ma il culmine di un trend. Non sono certo scomparsi i profitti: quelli delle operazioni ricorrenti sono a 17,8 miliardi di euro. Ma l’andamento non brillante si riscontra nel 2025 anche in Kering, dove il fatturato è crollato a 14,7 miliardi (-13%) e il reddito operativo ricorrente è precipitato del 33% a 1,6 miliardi.
Un quadro frutto dell’erosione della fiducia dei consumatori, logorata da tensioni geopolitiche e volatilità dei Mercati finanziari. Con il risultato che a pagare il prezzo più alto sono i player dall’offerta all’apparenza meno esclusiva. Al contrario delle aziende – è il caso di Hermés – che reagiscono meglio perché percepite come “irraggiungibili”.
