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Carlo Stagnaro, Ist. Bruno Leoni: «PIL, per risalire l’Italia deve investire in sanità, istruzione e infrastrutture»

DiSimona Sirianni

1 Ottobre 2020

L’Italia soffre. E a darle sollievo non basta il lieve miglioramento del Pil rispetto alle previsioni con una caduta del 10,5% nel terzo trimestre, anziché dell’11,3 previsto né il rimbalzo che ci sarà nel 2021 con un recupero stimato al più 5,4%.

«L’impatto della pandemia ha colpito tutti gli Stati membri dell’Ue, che nel 2020 sperimenteranno una recessione drammatica», dice Carlo Stagnaro, direttore dell’Osservatorio sull’economia digitale dell’Istituto Bruno Leoni. «Per il nostro Paese è stato particolarmente feroce, perché mentre gli altri hanno alle spalle un decennio di continua espansione, al contrario noi abbiamo alternato fasi di contrazione del Pil ad altri di crescita asfittica».

Quali strumenti serviranno per ripartire?

«Le risorse di Next Generation EU, dalla capacità finanziaria di 750 miliardi di euro di cui circa 209 dedicati all’Italia, per esempio, saranno molto utili per aiutare il Paese ad affrontare alcuni problemi profondi, dalla qualità del sistema scolastico, universitario e della formazione, al servizio sanitario nazionale, alle infrastrutture, la banda larga, ecc».

Ha fiducia che la politica riuscirà a utilizzare i soldi che arriveranno in maniera corretta?

«Il rischio che si corre è che il Governo voglia anche usarli per “ingessare” il sistema produttivo, rallentando, anziché agevolando, quelle trasformazioni strutturali che sono rese necessarie dal cambio tecnologico e dalla globalizzazione».

Qual è la nostra posizione rispetto agli altri Paesi?

«Alla fine del 2019 l’Unione europea nel suo complesso aveva guadagnato più del 14% rispetto al 2010. E mentre la Germania era a 116,1, la Spagna 110,5, la Francia 112,5, l’Italia, insieme alla Grecia, non aveva recuperato il Pil, neppure in termini nominali (per il nostro Paese, il dato è 99,7). Pro capite, i dati sono simili».

Perché?

«Come dice l’Istat, a trascinare la caduta del Prodotto interno lordo durante il lockdown è stata soprattutto la mancanza di domanda interna, con un notevole calo dei consumi privati».

Di che cosa abbiamo bisogno?

«Di guadagnare in dinamismo, non di imbalsamare l’esistente, come invece sta accadendo con il divieto di licenziamento, l’uso estensivo della cassa integrazione, l’adozione diffusa di norme anti-concorrenziali, l’ingresso dello Stato nel capitale delle imprese e così via. Queste sono tutte misure finalizzate a difendere lo status quo, che bloccano la trasformazione evolutiva del nostro ecosistema economico».

Come potremmo vincere la battaglia della ripresa economica?

«Dobbiamo affrontare una doppia sfida: da un lato adottare politiche adeguate per rendere possibile la convivenza con il pericolo del Covid-19, dall’altra recuperare, il più rapidamente possibile, il terreno perso nel 2020».

Però in alcuni settori si cominciano già a vedere dei segnali positivi…

«Sì ci sono, per esempio la produzione industriale negli ultimi mesi ha dato buoni segni di vitalità. Però ci sono anche le problematiche, legate all’incapacità del Paese di crescere, che non abbiamo affrontato negli ultimi 20 anni, se non in modo parziale e contraddittorio, e che non mi sembra stiamo affrontando adesso».

A che cosa si riferisce?

«Alla stagnazione della produttività, prima di tutto, che dipende da una molteplicità di cause come la poca concorrenza, l’inefficienza del settore pubblico, l’assenza di efficaci politiche attive del lavoro, la complessità ed esosità del sistema fiscale».

Ed è quindi su questo aspetto che bisogna agire?

«Sì. Bisogna usare le risorse del recovery fund per finanziare investimenti nella modernizzazione dei servizi essenziali. Ma tutto questo servirà a poco se contemporaneamente non si interviene sulle cause del declino: bisogna aprire i mercati, fare riforme, togliere vincoli, e migliorare la capacità dello Stato di svolgere in modo efficiente i suoi compiti, anziché dilatare in modo inefficiente e confuso gli ambiti nei quali interviene. Altro che Stato imprenditore: ci vuole uno Stato che faccia lo Stato e degli imprenditori che facciano gli imprenditori».

In che tempi?

«Si tratta di interventi che avremmo dovuto mettere in atto nell’arco degli ultimi venti o trent’anni. Non esiste, quindi, una cura indolore o rapida. Ma bisogna partire il prima possibile e soprattutto dare un’agenda credibile dei passi futuri»

Quali sono le sue previsioni?

«Come diceva Einstein, non faccio mai previsioni sul futuro, tanto arriva in fretta…».

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