Ugo Amaldi

Una società resiliente investe nella ricerca di base. Parte da questo assunto la proposta di Ugo Amaldi, fisico del CERN e creatore del Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica di Pavia, che ha preso forma nei mesi del lockdown confluendo poi nel volume «Pandemia e resilienza», realizzato dalla Consulta scientifica del Cortile dei Gentili. «Oggi la mano pubblica destina alla ricerca lo 0,5% del Pil, ossia nemmeno 9 miliardi di euro l’anno, ma all’estero si fa di più. L’idea è di portare in tre anni questa percentuale allo 0,75%, come avviene in Francia, per poi raggiungere in sei anni l’1% della Germania», spiega. Una proposta che è stata ribattezzata Piano Amaldi. E dal testo che lo illustra, breve ma denso, sono partiti già molti appelli a sostegno, come quello – tra gli altri – di Luciano Maiani, già Direttore del CERN e presidente dell’istituto nazionale di fisica nucleare e del Consiglio Nazionale delle ricerche. «La ricerca è un investimento per il futuro. Ed è lì che dobbiamo guardare, dedicandole una parte dei fondi del Recovery fund, per riuscire ad avere un tasso di crescita uguale a quello dei paesi del Nord Europa ed essere competitivi sui mercati internazionali. Bisogna gettare oggi le basi per nuovi mestieri e conoscenze e per avere imprese competitive. Si tratta di una scelta soprattutto politica».

Perché parlarne proprio adesso?

«Con la pandemia gli italiani si sono resi conto dell’importanza del parere degli scienziati. E uno studio recente mostra quanto l’alfabetizzazione scientifica nel Paese sia cresciuta negli ultimi 10 anni. La ricostruzione post Covid-19 è dunque il momento opportuno per riflettere sul tema, sia per i fondi europei in arrivo sia per la presenza di una base favorevole nell’opinione pubblica. L’inizio del nuovo piano settennale Ue nel 2021 ha inoltre permesso lo stanziamento di fondi. E se arrivano, occorre non soltanto pensare alla ricostruzione immediata ma anche al futuro delle nuove generazioni».

Qual è lo stato dell’arte dei nostri laboratori?

«Se prendiamo in esame i lavori eccellenti più citati al mondo, risulta che la produttività dei ricercatori pubblici italiani è più alta del 30% di quelli francesi e del 20% di quelli tedeschi. Ed è cresciuta negli ultimi 10-15 anni, contrariamente a quanto avvenuto oltralpe, nonostante la concorrenza della Cina. Ciò, nonostante i nostri studiosi siano meno numerosi e anche meno giovani: per fare un esempio noi abbiamo 9 mila dottori di ricerca all’anno contro i 28mila della Germania. È tragico vedere che, a dispetto della presenza di buone scuole e ottimi scienziati, tanti prendono la via dell’espatrio definitivo».

Quindi la qualità non è stata intaccata dalla mancanza di stanziamenti?

«In realtà con i tagli che si sono succeduti, specie dal 2010 in poi, qualcosa è cambiato. La ricerca pubblica si fa nelle Università e negli enti di ricerca e non riguarda solo l’ambito scientifico, ma anche quello umanistico, l’arte, le scienze sociali: in particolare il Cnr non si occupa solo di fisica e di tecnologia. E in ognuno di questi campi il numero di docenti e ricercatori è calato sensibilmente, tanto che nel giro di pochi anni la nostra capacità di educare nuovi giovani sarà notevolmente ridotta e, senza nuovi investimenti, anche la produttività, che adesso è ancora elevata».

E la ricerca applicata?

«Anche qui facciamo peggio di Francia e Germania. In fatto di produttività siamo fermi da vent’anni, le nostre imprese riversano in ricerca e sviluppo solo lo 0,9% del Pil. Così il nostro sistema industriale rischia di non stare al passo: secondo l’indice di competitività dello World Economic Forum, avendo come parametri di riferimento lo 0% di Les Seychelles e il 100% degli Stati Uniti, vediamo che l’Italia è pari al 50% mentre la Germania è al 92%».

Quali sarebbero quindi i benefici della sua proposta?

«Alcune scoperte scientifiche hanno ripercussioni immediate, altre ricadute sulla società dopo decenni. I benefici, dimostrati in centinaia di studi economici vanno dalle nuove conoscenze, utili ad affrontare la complessità del mondo, alla preparazione di giovani che fanno poi attività diverse dalla ricerca, alla introduzione di nuove tecnologie e di metodi innovativi».

Ci può fare qualche esempio concreto su questo tema?

«Uno tipico è il Web, inventato al CERN quarant’anni fa; oggi l’economia basata sul Web contribuisce per 100 miliardi al prodotto interno dell’italia. Ma investire in ricerca nel nostro Paese significa anche puntare sulle donne: da noi sono quasi la metà dei ricercatori pubblici, mentre in Francia e in Germania sono soltanto un terzo. Ma soprattutto potremmo dare più lavoro ai giovani che, anziché emigrare per riuscire a realizzarsi nel lavoro, resterebbero qui, creando start up innovative e producendo valore economico. Il Paese non può pensare di svilupparsi solo attorno al turismo che, come la pandemia ha mostrato, purtroppo non è resiliente».