• martedì, 4 Ottobre 2022

Letizia Magaldi: «Per la realizzazione di un impianto occorrono anni: è una follia»

Energie rinnovabili e Green New Deal: il piano d’azione potrebbe essere troppo ambizioso per l’Italia. Nel nostro Paese essere favorevoli alla lotta ai cambiamenti climatici non basta perché ci sono grandi difficoltà per le imprese che investono nel settore. Nell’ultima bozza del PNRR, in attesa di modifica del nuovo governo, la spesa complessiva dedicata alla “rivoluzione verde” è di 68,9 miliardi di euro. Ma il problema non sono i soldi. «I fondi ci sono ma manca l’azione», spiega Letizia Magaldi, vicepresidente Magaldi Power. «Grande è la criticità dal punto di vista autorizzativo e burocratico. Dalle normative nazionali si passa a quelle regionali per giungere a quelle provinciali e comunali: percorsi molto articolati che richiedono competenze specifiche e costi ulteriori».

Quindi il problema qual è?

«La problematica forte non è la realizzazione dal punto di vista economico, ma amministrativo. Servono due riforme, una sulla pubblica amministrazione e una sulla giustizia. Un imprenditore italiano che decide di avviare un iter di investimenti, scontrandosi con una burocrazia troppo lenta e complicata, sceglie di metterlo in atto all’estero».

Come risolvere il problema?

«Bisognerebbe fare in modo che l’Italia non sia solo recettrice ma anche sviluppatrice, direzionando i fondi su ricerca e sviluppo e su chi investe in tecnologie. Così potremmo essere leader non solo nell’installazione ma anche nella progettazione e produzione di impianti e componenti. Nell’ambito energetico siamo molto forti, tutti i settori connessi all’energia rinnovabile sono destinati a crescere: l’Italia è la seconda economia europea per quanto riguarda l’industria manifatturiera. Rafforzarne la capacità con i fondi per la ricerca e sviluppo per prodotti innovativi è fondamentale. In questo modo le aziende deterrebbero le proprie tecnologie e potrebbero poi esportarle nel mondo. È vero che non dobbiamo inquinare ma creare l’industria equivale anche a posti di lavoro. Se si riesce a presidiare tutta la catena del valore del prodotto si rafforzano l’identità dell’azienda e il sistema industriale del Paese. L’Europa ha già tecnologie di frontiera rispetto agli Stati Uniti, al Sud America, l’Asia. Bisogna cogliere l’opportunità per competere. In Usa hanno investito di meno nelle rinnovabili».

L’Italia riuscirà ad arrivare ad emissioni 0 di CO2 entro il 2050?

«Per colmare il gap servirebbero 120 GW complessivi installati sul territorio, mentre proseguendo con il trend attuale ci porteremmo appena a 66 GW: dovremmo installare 6,5 GW l’anno, mentre la media dei nuovi impianti rinnovabili degli ultimi anni si è fermata ad appena +1 GW/anno. Basti pensare che su 1.882 MW disponibili nell’ultimo bando indetto dal GSE, Gestore dei servizi energetici, solo il 25% è stato aggiudicato. Le imprese non partecipano! Per la realizzazione di un impianto occorrono anni: è una follia».

La costituzione del Ministero della transizione ecologica giocherà a favore del settore?

«È sicuramente un ottimo punto di partenza, ma non basta. Siamo tra i pionieri nelle capacità di istallare rinnovabili. Non ci manca la capacità progettuale, ma l’impresa. Abbiamo dei grandi campioni ma la pista sulla quale corrono deve essere sgombra da ostacoli burocratici e amministrativi. I soldi del Recovery potrebbero però colmare il grande gap infrastrutturale nel sud Italia che, nell’ambito delle rinnovabili, pur avendo una vocazione, è ancora molto indietro».

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