FINANZA DIGITALE, Ignazio Rocco di Torrepadula, Credimi: «L’obbiettivo è semplificare»

Nessuna battuta d’arresto causa Covid-19 per il fintech, anzi. La finanza digitale cresce in media del 12%, rispetto al 2019 e, per alcuni settori, tra cui sicurezza, scambio dei dati, servizi di pagamento digitali, e per il risparmio, l’incremento è oscillato tra il 20% e 30%.  «Ma il prossimo futuro dell’industria dei servizi finanziari sarà l’embeddid finance» dice Ignazio Rocco di Torrepadula, Founder e Ceo di Credimi, realtà leader a livello europeo per quanto riguarda il digital lending per le imprese.

Di cosa si tratta? Sarà questa la naturale evoluzione del Fintech?

«Il settore si è evoluto così tanto che le società fintech non sono più solo competitor o partner degli istituti di credito, ma diventano anche fornitori di servizi digitali per le istituzioni finanziarie e le corporate perché è tutto integrato. I prodotti finanziari diventeranno invisibili, sempre più semplici, più istantanei quasi automatici. Il fintech entra in una nuova fase. L’obiettivo è semplificare i processi finanziari e facilitare la vita a consumatori e imprese».

Il Fintech è sempre più uno strumento di finanziamento nel tessuto imprenditoriale

«Gia prima della pandemia era cominciata la diffusione della finanza digitale, ma con il Covid è diventata chiaramente quasi d’uso comune da parte delle PMI. E l’accettazione di qualcosa che poco tempo prima sembrava un’assurdità, è stata rapidissima. In soli 3 anni e mezzo abbiamo risposto alle richieste di liquidità di quasi 30.000 aziende che hanno ricercato una soluzione più flessibile e veloce, oltre che alternativa alle tradizionali soluzioni di banche e factor. Se a fine 2017 l’erogato ammontava a 59 milioni, oggi supera il miliardo e mezzo, per una crescita media anno su anno del +40%. La richiesta è chiaro che va in quella direzione».

Cosa significa. È un’Italia che cambia?

«Le richieste raccontano di un’Italia di piccole e medie imprese che hanno scelto di rivolgersi ad una piattaforma digitale per ottenere finanziamenti in maniera rapida e semplice. E se prima del Covid servivano a investire in piani di sviluppo e nei team, in piena pandemia hanno certamente coperto anche altre esigenze come quella della liquidità per non fermare l’attività e pagare i fornitori, salvaguardando così la propria filiera. Il grande valore del poter richiedere da remoto i finanziamenti è di aver dimostrato che è possibile farlo. E questo ha cambiato per sempre il processo».

Nulla tornerà come prima? Come la mettiamo con una pessima digitalizzazione del Paese?

«L’unico problema che abbiamo nell’Unione Europea e in Italia in particolare, è che, pur lamentandoci di un’eccessiva deregolamentazione, che non c’è mai stata, al contrario regolamentiamo tutto. E questo sì che può ostacolare, come già sta facendo, lo sviluppo nell’Ue delle aziende fintech. A Londra sono già infinitamente di più di quelle dell’Unione ed è davvero un peccato. Speriamo si capisca che questo sia un fattore da scoraggiare a tutti i costi».

Il Recovery Plan può avere un’influenza positiva sul processo?

«Credo che i soldi servano a poco se non saranno accompagnati da provvedimenti molto drastici di semplificazione, ristrutturazione della Pubblica Amministrazione, accelerazione dei processi con cui facciamo investimenti. Voglio dire che tutta la parte di interventi normativi e decisionali è enormemente più importante dei fondi, che in grande misura c’erano già. Pensi ai fondi strutturali per il Mezzogiorno che effetto hanno avuto? Non manca la liquidità, manca moltissimo la capacità di utilizzarla al meglio. L’occasione del Recovery Plan è che con tutti questi soldi l’Unione Europea ci costringa a spenderli bene e a fare riforme efficaci».

Qual è il maggiore ostacolo che avete incontrato nella creazione della vostra azienda?

«Trovare le persone e i talenti giusti. Lo ripeto i soldi si trovano. Per trovare cento milioni ci mettiamo tre o quattro mesi, per trovare cento persone ci mettiamo 4 o 5 anni. Manca il capitale umano con esperienza e preparazione. Trovarlo è un processo lungo e faticoso perché sono pochi visto che il 90% se ne va e, soprattuto, non torna. Per non dire che non viene nessuno da fuori. Il processo funziona al contrario dove ci sono i talenti i soldi arrivano».

Le domande di finanziamento a MLT (medio lungo termine) da quali settori sono arrivate maggiormente?

«Essendo un prodotto digitale accessibile a tutti, c’è una grandissima diversificazione. Più o meno la composizione dei nostri settori rispetta fedelmente quella dell’economia. Quindi ci sono imprese manifatturiere (parliamo sempre di quelle piccole, meno di dieci milioni di fatturato) di alimentari, di abbigliamento, metallurgia e di meccanica. Ci sono imprese di commercio al dettaglio, della filiera edilizia, del settore trasporti, molte del settore servizi. In particolare ci sono tutte quelle piccolissime imprese che nelle grandi città forniscono i servizi che usiamo tutti i giorni. E la cosa interessante è che le domande provengono da tutta l’Italia. Sia dalle Regioni,  Lombardia int testa, in generale il Nord pesa un po’ di più del Centro Sud, che da tutte le province». 

Le aziende in che modo impiegano maggiormente i finanziamenti ricevuti?

«Prima della pandemia i fondi venivano soprattuto usati per finanziare le spese straordinarie, investimenti per la crescita o l’ampliamento del personale, per la creazione di un nuovo stabilimento. Con la pandemia chiaramente questi finanziamenti sono serviti a fronteggiare la crisi di liquidità e nel prossimo futuro, nelle indagini che facciamo, vediamo un grandissimo orientamento su investimenti sul digitale, in particolare sul potenziamento dell’e-commerce e del marketing sui social media. Questa è diventata la prima causale di investimento».

Il digital lending che voi erogate usa fondi in cui sono stati coinvolti investitori istituzionali, giusto?

«Si tratta di cartolarizzazioni. Le prime che abbiamo fatto erano soprattutto acquistate da gestori del risparmio che poi le usavano come uno dei mattoncini da inserire nei propri fondi. Nell’ultimo anno e mezzo direi che gli acquirenti sono diventate soprattutto banche, incluse grandi banche internazionali, che prendono queste cartolarizzazioni, le tengono in magazzino per poi o tenerle sui propri bilanci o rivenderle sui mercati dei capitali. Quindi all’inizio erano uno strumento per gestori del risparmio prevalentemente italiani, adesso stanno diventando uno strumento di investimento per grandi banche che poi circolerà sui mercati dei capitali».

L’innovazione “disturba” il canale tradizionale bancario o in futuro si aprono scenari di collaborazione e convergenza?

«Più che disturbo, credo che stimoli le banche a fare meglio offrendo la dimostrazione che in effetti è possibile fare le cose in maniera differente. I clienti stanno cambiando radicalmente le proprie abitudini: basti pensare che almeno 700.000 aziende italiane in tre mesi hanno richiesto un finanziamento senza andare in filiale. Tutto questo porterà le banche, ma più in generale tutti gli operatori del settore, a lavorare in un mercato completamente trasformato.  Del resto, io ho seguito le banche come consulente per tanti anni e quando si parla di innovazione c’è sempre la fazione del “rischiosissimo, non funziona, non si può fare, nessuno lo ha mia fatto”. Alcune banche mi hanno detto che una delle nostre funzioni sociali è stata proprio quella di eliminare il “nessuno lo ha mai fatto”. Un bel passo avanti. E poi noi collaboriamo con gli istituti di credito, molte delle nostre transazioni di finanziamento sono fatte con banche, Generali, Sella, Deutch Bank con Bpl per dirne solo alcune. Siamo per loro uno strumento di investimento e un modo di servire i clienti in una maniera che per loro non è attuabile. Di qui a poco anche le banche avranno prodotti simili, io non ho dubbi. La faranno è certo, nel frattempo noi siamo già oltre e stiamo già facendo cose nuove».

Ci può svelare qualche novità?

«Abbiamo aperto un nuovo finanziamento pensato e creato per le ditte individuali che cercano liquidità in tempi rapidi. Nessuno lo aveva mai prima. E adesso lanceremo un prodotto che servirà alle imprese per finanziare tutti i loro investimenti nel digitale e che includerà anche dei servizi collegati, di cui però non parliamo ancora». 

Quali previsioni di crescita vi siete prefissati? 

«Nei prossimi mesi, ci aspettiamo di continuare a crescere con questi ritmi, di rafforzare ulteriormente la nostra rete di connessione con sistemi terzi quali banche, provider di servizi digitali (e-commerce e gestionali) e di lanciare nuovi prodotti sempre più flessibili che rispondano alle esigenze delle imprese italiane, anche quelle più piccole, alcuni dei quali porteranno a una innovazione radicale del concetto stesso di finanziamento per le PMI».