• mercoledì, 5 Ottobre 2022

MODA: VAGO, SMI: «8 miliardi di investimenti per la ripresa della filiera e sul green regole uguali per tutti»

Perdita di fatturato nei prossimi 3 anni di circa 9 miliardi di euro rispetto ai dati 2019, la chiusura di circa 6.500 imprese (il 15%) con la perdita di circa 70mila posti di lavoro (il 17,8%). Il Settore Tessile-Abbigliamento non ripartirà a breve. Anzi sarà una ripresa lenta, rispetto alle previsioni, che darà risultati solo nella seconda metà del 2023. Gli ultimi dati elaborati per Sistema Moda Italia dal Centro Studi di Confindustria Moda, lasciano poco spazio all’ottimismo.

«Un vero e proprio tsunami economico e sociale» dice il presidente di Sistema Moda Italia, la federazione delle industrie del tessile-abbigliamento, Marino Vago. «Una crisi che però potrebbe essere meno grave se fosse messa in atto una solida e articolata politica di investimenti da attivare tempestivamente, non solo per preservare, ma soprattutto per rilanciare la filiera». 

Per questo motivo SMI ha ritenuto indispensabile attivarsi come referente istituzionale del Governo? «Abbiamo proposto una strategia di intervento strutturale per il rimbalzo della filiera, concepita su tre livelli operativi e con investimenti complessivi per circa 8 miliardi di euro».

Quali interventi sono indispensabili per la federazione?

«Subito, interventi di emergenza, da attivarsi nell’immediato e finalizzati a salvaguardare le professionalità e ad agevolare i processi di ristrutturazione, consentendo sia di affrontare il delicato tema sociale delle uscite dal lavoro che quello delle entrate di nuove professionalità richieste dal settore nei prossimi anni. Poi, senz’altro interventi strategici di medio periodo, per cui previsti stanziamenti per 4 miliardi di euro che serviranno per la messa in atto degli effetti relativi agli ambiti qualificanti della circolarità, innovazione creativa, digitalizzazione e recupero di competitività settoriale. Infine, interventi strategici di lungo periodo, in rafforzamento e completamento delle misure previste nella fase precedente, eminentemente strutturali, negli ambiti della promozione, della formazione e della riqualificazione delle risorse umane».

Alla luce di ciò che è accaduto, non sarebbe corretto ripensare il modello di business?

«L’attuale crisi costituisce per dimensione e complessità una vera minaccia al patrimonio di imprese e competenze della filiera, molto fragile nella sua unicità. Il dossier, costruito con la collaborazione della Divisione Ricerca Applicata e Advisory della Business School LIUC – Università Cattaneo e di Luca Bettale di Long Term Partners prevede, proprio grazie agli interventi strutturali di ridisegnare il modello di business delle imprese del settore, che usciranno da questa crisi molto cambiate»

Parliamo di digitale e open innovation?

«Certamente. Sono due concetti che sono già diventati leve fondamentali per il business delle nostre aziende, durante questo anno eccezionale. Sono elementi chiave per traghettare il tessile verso un ritorno alla competitività. La crisi ci ha reso tutti più digitali in un tempo brevissimo e abbiamo imparato che l’open innovation può fare davvero grandi cose. Il tessile ha adottato nuovi sistemi di presentazione digitale che entrano a pieno titolo nel nostro lavoro di tutti i giorni. Col ritorno alla normalità questi elementi saranno perfettamente integrati nel nostro nuovo modo di fare impresa».

L’Unione Europea chiede una filiera dell’abbigliamento sempre più sostenibile e introduce una legislazione radicale per incoraggiare produttori, rivenditori e consumatori a diventare “verdi”. È fattibile secondo lei?

«Negli ultimi tempi è diventato di moda parlare di sostenibilità, di filiera verde e quant’altro, ma è importante sottolineare come siano molte le aziende della filiera italiana, che da più di dieci anni la sostenibilità la perseguono con serietà e investimenti importanti. Per cui, non sarà certo la nostra filiera a non condividere una legislazione europea green, purché venga pensata e realizzata nell’interesse comune sia del consumatore che del produttore e non nasca “strabica” come troppe altre volte è successo, un esempio per tutti il REACH».

Perché cosa c’era che non andava?

«Che non funziona per tutti allo stesso modo. La finalità del regolamento (CE) n. 1907/2006l dell’Unione europea, è adottare norme per migliorare la protezione della salute umana e dell’ambiente dai rischi che possono derivare dalla presenza di sostanze chimiche. Un’ottima cosa che le aziende italiane ed europee rispettino una legislazione per la tutela di tutti, in particolare della salute dei consumatori. Del resto la sostenibilità sociale, ambientale e di qualsiasi altro tipo è una priorità di tutte le aziende della filiera del tessile-moda-abbigliamento. Non da oggi né da ieri, bensì da almeno dieci anni. Però a Bruxelles e alla Wto chiediamo regole uguali per tutti, non scorciatoie». 

Cosa intende?

«Che le norme non si applicano ai prodotti importati. Detto molto semplicemente, quelle stesse regole che noi dobbiamo rispettare, permettono al contempo che una maglietta invece importata in Europa non subisca alcun controllo sulla presenza di sostanze chimiche ammesse. Parlo del tessile-abbigliamento e delle imprese asiatiche, perché è la situazione che conosco meglio. Ma il ragionamento vale per tutti i settori del made in Italy che utilizzano prodotti chimici e che puntano a essere competitivi in Italia, nell’Unione europea e in tutto il mondo. Perché questa è la vocazione di una manifattura votata all’export, come quella italiana».

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