Paolo Costa

Opere digitali, arte, ma anche meme, canzoni e interi album musicali. I Non-fungible token (NFT) o anche gettoni unici e non interscambiabili basati su tecnologia blockchain sono il trend del momento. Secondo il portale Crypto.art, a novembre 2020 le vendite di opere d’arte basate sugli NFT hanno raggiunto quota 1,5 milioni di dollari, a gennaio 2021 hanno superato i 10 milioni.

«Le stime più attendibili parlano, per il 2020, di una capitalizzazione di mercato degli NFT pari a 338 milioni di dollari. Ma il fenomeno è esploso a partire da gennaio di quest’anno. Occorre tenere conto che la maggior parte degli scambi è svolta in Ethereum, il cui valore fluttua in misura sensibile. Nei primi quattro mesi del 2021 l’Ethereum si è apprezzato sul dollaro USA del 100%. Richard Chen, editor del portale Cryptoart.io, ritiene che solo nel mese di marzo di quest’anno il valore degli scambi relativi alla crypto art abbia superato i 200 milioni di dollari».

Dati che fanno ben sperare…

«Dipende. Fin qui il fenomeno ha interessato quasi esclusivamente l’ambito della crypto art in senso stretto, ossia l’arte digitale: illustrazioni 2D e 3D in formato GIF, JPEG, o MP3. Per farsene un’idea, può valere la pena di curiosare all’interno di marketplace come OpenSea, Rarible, Maecenas o SuperRare», dice Paolo Costa socio fondatore e CMO di Spindox Spa, azienda di Information & Communication Technology.

«Tuttavia nulla vieta, in linea di principio, di utilizzare gli NFT per certificare la proprietà di opere d’arte tradizionali, ossia appartenenti al mondo fisico: un dipinto o una scultura, per intenderci. A questo punto il mercato potrebbe ampliarsi enormemente. Ricordiamoci che il settore mondiale dell’arte ha oggi un valore intorno ai 65 miliardi di dollari e che tale valore è raddoppiato negli ultimi 25 anni».

Che tipo di mercato e clientela utilizza gli NFT e quale tipo di business c’è sotto?

«A questa domanda è davvero difficile rispondere. Si può supporre che vi siano i frequentatori abituali e i collezionisti, ma anche gli appassionati di arte digitale, ossia quel tipo di arte che fino a oggi non ha conosciuto un vero e proprio mercato. In aggiunta ci sono coloro che magari non sono particolarmente interessati agli oggetti trattati, ma all’opportunità di un investimento in criptovaluta».

Ci si può fidare ciecamente o ci sono dei rischi che non vediamo?

«A parte quelli legati all’investimento in un bene privo di valore oggettivo, com’è l’opera d’arte, ci sono i rischi che dipendono dalle caratteristiche degli NFT. Intanto il loro valore è agganciato a quello di criptovalute molto volatili. Ethereum, per dire, si scambiava a oltre mille dollari nel 2018, è precipitata fino a un valore di poco superiore ai 100 dollari nel 2019, per raggiungere oggi i 1800-2000 dollari. Poi c’è il problema dell’affidabilità delle piattaforme e delle tecnologie blockchain sottostanti, come ho già sottolineato. Infine in un mercato ancora poco regolato e sorvegliato, il rischio di affidarsi all’intermediario sbagliato è sempre in agguato. Il consiglio che si può dare è dunque quello di valutare sempre la reputazione degli attori con cui ci si confronta».

Facciamo un passo indietro. Nft, non-fungibile token: tutti ne parlano, ma di che cosa si tratta esattamente?

«Un non-fungible token è una sequenza di bit che viene registrata all’interno di una blockchain per rappresentare e certificare un diritto. A tale scopo essa è protetta da una funzione di hash di tipo crittografico, che ne garantisce l’unicità. In altre parole, un non-fungible token è un’informazione in formato digitale caratterizzata dal fatto di essere inalterabile, durevole e non duplicabile. Grazie al meccanismo della blockchain, nessuno può modificarla».   

Che cosa significa acquistare un bene non tangibile?

«In effetti nelle blockchain possono essere rappresentati vari tipi di token. Tutti hanno in comune il fatto di essere connessi a una chiave pubblica e di essere attribuiti al possessore della corrispondente chiave privata, però hanno un significato di volta in volta diverso. Intanto ci sono gli utility token, che riguardano i diritti di opzione per l’acquisto di un bene o un servizio. I security token, invece, certificano la titolarità di un’attività finanziaria e quindi conferiscono un diritto di credito. Talvolta i security token vengono confusi con le criptovalute, come Bitcoin, ma si tratta di cose diverse. Infine ci sono i non-fungible token, che hanno la peculiarità di non essere fungibili. I valori fungibili sono quelli interscambiabili in quanto indistinguibili l’uno dall’altro. Per capirci: due banconote da dieci euro sono fungibili, nel senso che non vi è differenza fra l’una o l’altra. Lo stesso può dirsi di due azioni della stessa società. Nel caso degli NFT, invece, non vi è interscambiabilità: ogni NFT rappresenta un bene unico. Va precisato che gli NFT rappresentano beni non tangibili, ossia in formato digitale».  

A che cosa servono gli NFT?

«A rappresentare un oggetto digitale in modo univoco. Sembra un controsenso, dal momento che il paradigma digitale ci ha abituato alla logica del copia-e-incolla, ossia all’idea della replicabilità di qualunque cosa a costo zero. E invece con un NFT l’oggetto digitale è certificato e protetto proprio nella sua unicità. Intendiamoci: la replicabilità tecnica dell’artefatto digitale è sempre possibile. Ma, appunto, il valore si sposta dall’artefatto in sé al certificato che ne attesta la proprietà. Se la Gioconda si digitalizza, tutti possono crearne una copia, ma nessuno potrà creare una copia dell’NFT atto a stabilire che la Gioconda è mia. L’NFT diventa un sostituto simbolico dell’opera. Com’è facile capire, ciò rende possibile non solo garantire la titolarità di un’opera, ma anche regolarne l’acquisto e la vendita. Va chiarito che non stiamo parlando dello scambio dei beni digitali in quanto tali, ma dei certificati di autenticità emessi dai loro creatori: gli NFT, appunto. Siamo di fronte alla nascita di un nuovo mercato. Talvolta si parla di crypto art, ma è davvero difficile classificare come arte tutto ciò che viene scambiato attraverso questo meccanismo. Sono di gran moda, per esempio, le aste dei tweet, come quelle che si svolgono sulla piattaforma Valuables». 

Per quanto riguarda il funzionamento degli NFT, la tecnologia blockchain utilizzata è la stessa di quella dei Bitcoin? 

«Com’è noto, esistono diverse tecnologie di tipo blockchain. Quella fino a oggi la più utilizzata per creare e scambiare NFT è Ethereum. Per non fare confusione, occorre ricordare che il nome Ethereum designa sia una criptovaluta sia una piattaforma blockchain, nata proprio per la negoziazione degli smart contract. Gli NFT, infatti, possono essere definiti come una nuova tipologia di smart contract. Ma non c’è solo Ethereum, che comunque è considerata oggi una piattaforma sufficientemente affidabile. Anche Binance ha messo a punto il suo standard per NFT e lo stesso ha fatto la cinese Tron. Il successo del fenomeno di cui stiamo parlando potrebbe portare alla nascita di marketplace su tecnologie blockchain meno robuste e poco collaudate. Questo rappresenta sicuramente un rischio. Dorsey ha venduto il suo primo tweet e Musk un brano di musica elettronica “sotto forma” di NFT.

Però, gli NFT pur potendo essere associati a qualunque (o quasi) contenuto digitale, è soprattutto nel mondo dell’arte che si sono affermati. Perché?

«Forse ciò dipende dal fatto che nel mercato dell’arte si avverte da tempo il bisogno di un modello nuovo, capace di garantire tutti gli attori: chi crea, chi compra, chi vende e chi intermedia. Come spesso succede, quando i modelli tradizionali manifestano evidenti disfunzionalità, è più facile che una nuova tecnologia venga utilizzata per provare a scardinarli. La blockchain, in particolare, potrebbe indirizzare tre questioni tipiche del mercato dell’arte: in primo luogo la certificazione dell’autenticità dell’opera, secondariamente l’accesso al mercato da parte degli artisti emergenti, da ultimo l’eliminazione delle forme di intermediazione parassitarie. In questo senso osserviamo dinamiche simili anche in altri mercati. Penso, per esempio, al mondo del diritto d’autore e dei diritti connessi. Ovviamente siamo ancora in una fase sperimentale».

Che cosa comporta?

«Da un lato l’assenza di standard universalmente riconosciuti, dall’altro la presenza di fenomeni speculativi, comportamenti irrazionali e vere e proprie bolle destinate a scoppiare. Nascono poi nuove forme di intermediazione, che finiscono per svolgere la funzione delle “vecchie” gallerie. È il caso di realtà come Dadiani Syndicate o di Nft.Art.ch, che perseguono la missione di rappresentare gli artisti digitali e di valorizzarli all’interno dei grandi marketplace globali, nei quali le loro opere vengono scambiate».    

Esistono due distinti standard di NFT. Il primo e più diffuso, noto come LRC721 unico. Il secondo denominato LRC1155. Che differenza c’è tra i due?

«Secondo lo standard LRC721 un token descrive e identifica l’opera nella sua interezza. Pertanto chi compra l’NFT di quell’opera ne diventa l’unico proprietario. Invece con lo standard LRC1155 è possibile parcellizzare la proprietà dell’opera e dunque venderne solo una parte o suddividerla in lotti assegnati a più acquirenti».  

Gli Nft sono un nuovo trend che si sgonfierà velocemente o una rivoluzione che non abbiamo ancora capito del tutto?

«Stiamo assistendo a un fenomeno difficile da valutare sulla base della teoria della scelta razionale. Da un certo punto di vista investire 2,5 milioni di dollari in un tweet di Jack Dorsey ci appare un atto privo di qualunque sensatezza. Ma questo potrebbe valere anche per i titoli di una società come Tesla, regolarmente scambiati al Nasdaq, quantomeno se guardiamo al rapporto fra prezzo e utili per azione o ad altri indicatori fondamentali di tale società. Del resto sappiamo che gli investitori commettono spesso errori, perché si allineano al comportamento di altri senza valutare correttamente le informazioni disponibili. Così come in talune circostanze può essere razionale assumere che il valore di un bene, quantunque sopravvalutato, sia destinato a crescere ancora. Immagino che presto o tardi talune bolle scoppieranno, e che qualcuno si farà male. Ma gli NFT e gli altri elementi dei sistemi blockchain hanno il potenziale di cambiare radicalmente il modo in cui in futuro ci scambieremo la maggior parte dei beni. Succederà per i valori finanziari, per gli immobili, per le merci e – perché no? – anche per le opere d’arte».