BCE E BOE ESPLORANO VALUTE DIGITALI. «Le banche centrali non possono più ignorarle»

Le banche centrali si avvicinano alle valute digitali. È recente l’annuncio, dato via Twitter dal ministro delle finanze britannico Sunak, che il Regno Unito sonderà le possibilità di creazione di una Central Bank Digital Currency, già battezzata scherzosamente “Britcoin”. Poche settimane fa, anche la BCE ha dichiarato che esplorerà le opzioni per la creazione di un euro digitale. Insomma, sembra che le digital currencies come il Bitcoin si avviino a perdere il loro status di “criptovalute” comprese ed utilizzate solo da pochi esperti. Nonostante alcune resistenze da parte di un mercato che le considera ancora in parte strumenti instabili e rischiosi, la creazione di CBDC testimonia come le valute digitali siano in cammino per diventare strumenti ufficiali adoperati dalle stesse istituzioni finanziarie. «Nemmeno le banche centrali e le Autorità Fiscali possono più ignorare questa realtà. S’impone loro una comprensione della materia per assolvere al ruolo tipico di una banca centrale: la politica monetaria ed il supporto all’economia» sostiene Andrea Sacha Togni, partner e CEO di BCO Swiss Family Office.

Quali fattori hanno portato al successo delle digital currencies sui mercati nell’ultimo anno?

«Gli elementi sono molteplici. Il primo è la liquidità messa a disposizione dalle banche centrali e che sta percolando nel mercato, un po’ da ogni dove. In secondo luogo, ha aiutato la pubblicità ricevuta da personaggi noti, come Elon Musk e società famose, che hanno dichiarato di investire una parte della loro cassa in crypto o che hanno deciso di accettare pagamenti per i loro prodotti in questa forma. Inoltre, le autorità fiscali di alcuni paesi hanno dichiarato di accettare in maniera sperimentale il pagamento delle imposte per il tramite di queste valute digitali, con tutte le conseguenze del caso. Un altro grande aiuto è poi derivato dalla cosiddetta fear of missing out, ovvero la paura di perdere un’occasione di facile guadagno: molti risparmiatori hanno deciso di partecipare al rialzo del settore, investendo un po’ ovunque una parte dei loro risparmi, sperando di beneficiare di veloci remunerazioni. Ultimo faro trainante, la quotazione di Coinbase sul NASDAQ della settimana scorsa ha creato ulteriore aspettativa sul settore».

Venerdì scorso si è registrato un forte calo della quotazione del Bitcoin, che in una giornata è crollata da 52000 a 40000 dollari. Semplici prese di beneficio o il sintomo di un mercato non ancora pronto ad accogliere un cambio di passo così consistente?

«Dopo diversi mesi di forte rialzo, il comparto in generale ha subito una flessione forte per ampiezza e velocità, se paragonata ad altri attivi quotati. Ciononostante, la contrazione risulta essere tutto sommato contenuta, se si considera con prospettiva relativa l’apprezzamento quasi verticale registrato dalla fine del 2020 ad oggi. I fattori che hanno indotto questa correzione possono essere diversi: presa di profitto, riduzione del rischio e delle quote nei portafogli (in alcuni casi decuplicate rispetto all’investimento iniziale), ma anche le dichiarazioni del Presidente Biden, che ha prospettato un aumento generalizzato delle tasse per gli americani più benestanti, andando anche a colpire il cosiddetto “capital gain”, cioè il delta positivo di apprezzamento di un titolo al momento della vendita. La proposta presentata dall’amministrazione prevederebbe un aumento dell’aliquota massima sul reddito al 39.6% dall’attuale 37% e un conseguente innalzamento delle tasse sul capital gain, che verrebbero praticamente raddoppiate».

Nonostante la popolarità e la tendenza rialzista dell’ultimo anno, il Bitcoin e le altre crypto-currencies restano ad oggi fuori dai portafogli della maggior parte degli investitori istituzionali e delle società di consulenza finanziaria. Come si spiega questa tendenza, semplice paura della novità o rischi ancora troppo alti?

«Il mondo della finanza è spesso molto conservatore e diffidente rispetto alle novità. Ancora oggi molti gestori manifestano scetticismo nei confronti di questo settore, per mancanza di fiducia o per scarsa competenza. Credo però che davanti a un fenomeno generalizzato come questo sia un errore ostinarsi ad essere refrattari alle tendenze di mercato. Per questo, nei nostri portafogli, soprattutto per i clienti più evoluti, una piccola quota di crypto è presente ormai da diversi mesi, poiché le cryptocurrencies in generale hanno beneficiato di un interesse che è andato aumentando nell’ultimo periodo, e abbiamo ritenuto non corretto decidere di ignorare questo trend, quando sempre più frequentemente sono gli stessi clienti a porci domande in merito».