MODA E CONTRAFFAZIONE: l’avvocato Andrea Filippo Mainini: «100.000 posti e 14 mld di gettito in meno»

Moda e contraffazione un fenomeno in espansione. Il mercato del falso fa tremare l’economia mondiale. La realtà della contraffazione si fa sempre più allarmante, raggiungendo picchi elevatissimi in tutta Europa, ma con dati preoccupanti soprattutto in Italia. «Nel nostro Paese, che rappresenta il terzo mercato a livello europeo, la contraffazione costa circa 100.000 posti di lavoro in meno, un minore gettito fiscale per 14 miliardi e un mancato pagamento dei diritti di proprietà intellettuale per 6 miliardi all’anno», spiega Andrea Filippo Mainini, partner di Mainini & Associati. 

«Si tratta di un enorme problema che causa ingenti danni alle imprese, agli stati e ai consumatori stessi. Secondo EUIPO (l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale incaricato di gestire i marchi dell’Unione europea, i disegni e i modelli comunitari registrati) si stimano perdite per 60 miliardi di euro in Europa e 340 miliardi di euro a livello globale secondo l’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo economici». 

E i dati appena citati riguardano solo i danni diretti e non gli ulteriori oneri che le imprese e i consumatori subiscono a causa del fenomeno. Alcuni prodotti, come giocattoli, pezzi di ricambio e medicinali molte volte sono di qualità pessima e rappresentano un concreto rischio per la salute e la sicurezza nazionale…

«Per le imprese, il costo diretto può essere individuato nell’assioma che ogni prodotto venduto contraffatto causa una perdita secca e diretta all’impresa pari al valore dello stesso prodotto originale e i danni indiretti possono essere riconducibili anche alle risorse da investire per combattere la contraffazione dei propri prodotti o per monitorare e gestire il rischio (l’OCSE quantifica questi costi in 120.000 euro annui di media ad azienda). Ancora. I marchi più rinomati possono veder diminuire il proprio valore se molti prodotti del marchio stesso diventano facilmente reperibili sul mercato: il consumatore non ha più la sensazione di possedere un prodotto d’elite se trova in commercio una grossa quantità dello stesso prodotto, originale o falso che sia». 

Nessun settore economico è esente dal fenomeno, ma i dati confermano che i prodotti maggiormente colpiti sono quelle riconducibili alla catena del lusso e ai prodotti Made in Italy. E una menzione a parte va fatta per il settore della moda

«L’industria del fashion è molto appetibile per gli attori della contraffazione, perché è regolata da tendenze in continua evoluzione ed è caratterizzata da prezzi elevati, motivo per cui il prodotto contraffatto viene venduto in tempi celeri e con prezzi che, benché inferiori a quelli originali, garantiscono ampi margini di guadagno. In aggiunta, il consumatore che non si possa permettere un capo di top di gamma, è invogliato ad acquistare sul mercato del falso un prodotto che, se posseduto, rappresenta uno status symbol».

L’ammontare dei guadagni essendo molto consistente, interessa e alimenta il giro della malavita sia nazionale che internazionale. E i Paesi da cui proviene la maggioranza dei prodotti contraffatti sono Cina, Hong Kong, Turchia, medio-oriente. Ma cosa si intende per contraffazione?

«La contraffazione è una molteplicità di atti diretti a produrre e commercializzare prodotti che recano un marchio identico o riconducibile a un marchio già registrato. Ciò può avvenire sotto più forme: contraffazione di modello, ovvero la forma estetica, e o le caratteristiche esteriori del bene vengono utilizzate senza autorizzazione del titolare, l’utilizzo abusivo di un’indicazione geografica di provenienza, che significa l’apposizione illegittima del marchio “Made in Italy”, contraffazione di brevetto, che vuol dire l’abusivo utilizzo di un’invenzione protetta da un brevetto». 

Dal punto di vista normativo, il legislatore italiano e quello europeo e internazionali, come intervengono per porre un freno al fenomeno?

«A livello nazionale si possono menzionare alcuni articoli del codice civile e penale e il codice della proprietà intellettuale. Esistono poi numerose iniziative promosse dal governo o da enti pubblici. Basti pensare alle apposizioni dei marchi di tutela giuridica, alla certificazione “100% Made in Italy”, alle circolari dell’Agenzia Dogane e Monopoli o al nuovo sistema FALSTAFF, la piattaforma telematica per la semplificazione burocratica e per l’informazione alla popolazione. La lotta alla contraffazione vede come protagonisti anche la Guardia di Finanza con i suoi nuclei speciali. A livello europeo e mondiale, poi, esistono numerosi regolamenti succeduti negli anni promossi dagli organi comunitari. Da ultimo, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione relativa alla conclusione di un accordo di cooperazione tra la UE e la Repubblica Popolare Cinese. Con questo ultimo accordo 100 prodotti europei dovrebbero essere maggiormente protetti tramite l’indicazione di provenienza geografica (IG)».

Che cos’è la protezione del luxury brand nella legislazione cinese. E che differenza c’è tra il mondo occidentale e la Cina nella tutela dei diritti della proprietà intellettuale?

«La Cina rappresenta il primo produttore di falsi al mondo. La disciplina della tutela del marchio nell’ordinamento cinese è differente rispetto a quello dei Paesi occidentali, si parla di doppio binario amministrativo/penale, e risulta molto frammentata. Inoltre, la veicolazione dei prodotti contraffatti avviene soprattutto tramite piattaforme di commercio elettronico e il quadro giuridico del commercio elettronico in Cina è ancora incompleto e, soprattutto, manca di forza esecutiva. È innegabile che negli anni siano state incrementate le azioni di enforcement sia ad opera del governo sia per merito delle politiche di contrasto delle imprese. Ma a tutt’oggi risulta comunque essere la Nazione nella quale il prodotto del falso, proveniente dunque dal mercato nero, è maggiormente diffuso. Case di moda (Gucci, Prada e LV, ecc.) da decenni ormai sono costrette a fare i conti con la realtà cinese, al punto di dover elaborare delle strategie atte a contrastare il fenomeno della contraffazione».

Ma il governo cinese fa qualcosa materialmente per ridurre il fenomeno?

«Sintomatico è stato l’intervento della polizia cinese su indicazione del colosso dell’e-commerce Alibaba nel 2019 che ha portato all’arresto di 4.125 sospetti coinvolti nel traffico internazionale di prodotti contraffatti. Si può rafforzare la protezione doganale cinese per i prodotti in uscita e si può attivare una forte struttura di brand protection – i marchi noti godono di una protezione maggiore – ovvero costruire una nuova rete start-up di consulenti locali, formata da avvocati cinesi, ma la Cina rimane un territorio molto favorevole alla contraffazione innanzitutto per le enormi dimensioni geografiche, l’alto tasso di criminalità organizzata e la propensione dei consumatori ad acquistare prodotti contraffatti. Il mercato dei falsi esiste da tempi lontani e difficilmente potrà essere completamente smantellato, data l’enorme mole di denaro che circola con esso. L’unica soluzione, oltreché combattere il fenomeno alla fonte, dovrebbe essere quella di sensibilizzare il consumatore finale affinché comprenda gli svantaggi di comprare una borsa falsa quando è in riva al mare in vacanza».