GIAPPONE: IL NIPPO-CENTRISMO SUI CHIP DANNEGGIA IL MERCATO, LE OLIMPIADI SVELANO LA CADUTA DEL TECH

Si nasconde lo spettro della delusione dietro ai sorrisi di Tokyo 2020. Mentre il Giappone mostra al mondo il volto tenace e soddisfatto per essere riuscito a ospitare le Olimpiadi in un momento di recrudescenza dei contagi, il settore tech – punta di diamante nell’economia del luogo – vive una delle epoche più critiche. L’età d’oro, in cui il Paese del premier Yoshihide Suga dettava legge in materia di televisori, registratori e computer è molto lontana. Basti pensare al videoregistratore della Sony, la memoria USB Toshiba e lo Space Invaders, lo sparatutto che ha rivoluzionato l’industria dei giochi, che hanno reso il Paese leader della tecnologica globale. Ma oggi i paralleli con le Nazioni rivali sono sempre più marcati: dall’altra parte del mondo Apple ha creato l’iPhone e tutto l’universo collegato a questa invenzione. Ma senza andare troppo lontano, la Corea del Sud con il gigante tecnologico Samsung Electronics ha superato il suo rivale regionale negli smartphone e nei chip di memoria.

Il premier Suga

Questo non è semplicemente un colpo all’orgoglio nazionale giapponese, è un dilemma aziendale e una responsabilità economica che – proprio come la quarta ondata di Covid-19 deruba il territorio degli spettatori olimpici e delle entrate che questi porterebbero per stimolare una ripresa dalla pandemia – danneggia il futuro competitivo economico del Paese. «C’è un senso di crisi profondo», ha detto Tetsuro Higashi, chairman di Tokyo Electron Ltd., produttore di apparecchiature per semiconduttori, e capo di un gruppo di esperti che consiglia il governo sulla sua strategia sui chip. «Il timore è che se le cose andranno male, l’intera economia giapponese ne soffrirà». Higashi, ha anche affermato che il compito di affrontare il declino del Giappone non è semplice come ricostruire un settore. Ha citato la forza della produzione dei semiconduttori giapponese, come Kioxia per la memoria e i sensori di immagine di Sony, insieme ai produttori di componenti e chip di alimentazione e apparecchiature per la produzione di chip, affermando che «la strategia deve collegare quei pezzi e formare un nucleo».
In un mondo sempre più polarizzato in cui gli Stati Uniti e la Cina stanno definendo standard tecnologici e di dati, il Giappone corre il rischio di essere lasciato indietro. Per questo il primo ministro Suga sta mettendo in atto piani strategici per rafforzare l’industria dei chip per computer, elevati a progetto nazionale al pari della sicurezza alimentare o energetica. I dirigenti e funzionari governativi del settore, però, affermano che la soluzione richiederà anche un cambiamento fondamentale nel paradigma con cui il Paese ha condotto gli affari per decenni.


Al momento la terza economia mondiale dopo gli Stati Uniti e la Cina, sta stanziando centinaia di miliardi di yen da spendere in chip, ma è una goccia nell’oceano rispetto alla quantità di denaro che viene investito negli USA, dove almeno 52 miliardi di dollari (5,7 trilioni di yen) sono messi a disposizione per sostenere la produzione nazionale di semiconduttori.
In Corea del Sud, aziende come Samsung e SK Hynix stanno impegnando 450 miliardi di dollari ogni dieci anni, mentre Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, Limited – la più grande fabbrica indipendente di semiconduttori al mondo – sta stanziando 100 miliardi per i prossimi tre anni.
«Alcuni Paesi stanno offrendo supporto su un diverso ordine di grandezza, rendendo difficile competere», ha affermato Akira Amari, ministro per il rilancio economico del Partito Liberal Democratico al potere ed ex ministro dell’economia, del commercio e dell’industria. Ma mettere solo mano alle casse non basterebbe. Per ridare vigore alla produzione e, quindi, al mercato servono ben altre virate.
A cominciare dal ridurre la burocrazia, reclutare talenti stranieri nella produzione di chip e abbandonare completamente un’ostinata insistenza sul nippo-centrismo. «Questo approccio di autosufficienza made in Japan non ha funzionato. Vogliamo evitarlo questa volta», ha sottolineato Kazumi Nishikawa, direttore della divisione IT del Ministero dell’Economia, dell’Industria e del Commercio METI. Già un grande passo in quella direzione è stato fatto: il Giappone ha attenuto l’aiuto di Taiwan Semiconductor Manufacturing Co. per aiutarlo a ricostruire l’industria dei chip.


I problemi del settore infatti sono stati aggravati da una risposta del governo che ha favorito la creazione di patrocini nazionali rispetto alla collaborazione straniera. Nel 1999, Tokyo ha incoraggiato la fusione delle società di memory (schede di memoria) Hitachi e NEC sotto il nome di Elpida. Nel 2012 la società ha dichiarato bancarotta con un passivo di 5,5 miliardi di dollari, vittima del crollo dei prezzi. È stata poi acquistata dall’americana Micron Technologies. «Si è tentato di tutto per fermare la tendenza al ribasso – progetti nazionali, consorzi, joint venture – tutti falliti», hanno detto alcuni funzionari governativi. «L’industria dei chip è irrecuperabile».
Come gli altri, tuttavia, ha intravisto un raggio di speranza per quanto riguarda la quota detenuta dal Giappone nel mercato globale delle apparecchiature per chip e materie prime, che si traduce in migliaia di piccole aziende che producono cose come wafer e liquidi specializzati. La migliore possibilità del governo è di concentrarsi su quei pochi successi e «rendere il forte ancora più forte».
Il Giappone vanta ancora l’eccellenza in campi come la robotica e il supercomputing, mentre gli ingegneri giapponesi hanno appena battuto il record mondiale per la massima velocità di Internet. Nella supply chain review della Casa Bianca pubblicata a giugno, il Giappone è citato 85 volte, appena davanti a Taiwan e Corea del Sud, e ha lo stesso numero di citazioni dell’Europa.
Come tutte le Nazioni più avanzate del mondo, le carenze tecnologiche del Giappone sono state esposte dalla pandemia. Ma Il suo riconoscimento a Washington smentisce un declino dell’influenza tecnologica per una serie di ragioni, politiche, economiche e culturali.
Prendiamo i semiconduttori, l’attuale focus del governo: nel 1990, il Giappone deteneva circa il 50% del mercato globale dei chip; ora è del 6%, secondo IC Insights. Un’analisi degli articoli scientifici presentati alle principali conferenze sui semiconduttori condotta dal think tank berlinese Stiftung Neue Verantwortung mostra un rapido calo dei contributi giapponesi negli ultimi 25 anni, al punto che la Cina lo ha superato lo scorso anno. «La diminuzione delle quote di mercato sembra andare di pari passo con la diminuzione del potere di ricerca e sviluppo», scrivono i ricercatori SNV Jan-Peter Kleinhans e Julia Hess nel loro rapporto, «Chi sta sviluppando i chip del futuro?».
Il mese scorso, in una presentazione al Comitato per la scienza e la tecnologia, il consulente indipendente Takashi Yunogami ha messo a nudo i fallimenti del Giappone, che produceva memoria per computer mainframe, dove i clienti richiedevano alta qualità e una garanzia di 25 anni. Ma con l’avvento dei personal computer, l’industria giapponese non ha risposto, lasciando Samsung a offrire memoria per PC con una garanzia di tre anni a una frazione del costo. In un’era digitale sempre più monouso, il Giappone ha sofferto di una «malattia di alta qualità».


Con un approccio strategico, la spinta tecnologica del governo potrebbe essere un’occasione per riformare il settore manifatturiero giapponese per l’era digitale. «Senza investire per il futuro, il Giappone dipenderà sempre da qualcun altro», ha detto un esponenete governativo.
Ma c’è un’altra ragione per cui i funzionari giapponesi citano per il relativo declino del Paese, che suonerebbe familiare agli osservatori cinesi: una guerra commerciale con gli Stati Uniti. Circa 40 anni fa, spaventati dall’ascesa del Giappone, gli USA imposero l’obbligo di utilizzare una certa percentuale di chip statunitensi o affrontare tariffe commerciali. «L’America ha visto l’emergere del Giappone come una minaccia e l’ha respinta», ha detto Akira Amari, ministro delle tasse del partito al governo. «Eppure l’industria giapponese era anche colpevole di compiacenza, contenta di concentrarsi sul mercato interno senza avventurarsi nel mondo», ha affermato, citando la caduta di Docomo, la prima azienda a connettere i telefoni cellulari a Internet. Ha perso contro Samsung e Apple.
Oggi, i problemi di sicurezza nazionale legati alla tecnologia significano che il governo deve affrontare «il tipo di cambiamento che accade una volta ogni cento anni, ovvero che deve accettare la sfida o restare indietro», ha detto. «Il Giappone è bravo a portare le cose da zero a uno e non tanto a portarle da uno a 10», ha incalzato, concludendo: «Vince nella tecnologia, ma perde negli affari…». ©