• giovedì, 2 Dicembre 2021

SVIZZERA APERTA A RINEGOZIARE ACCORDI DI SCAMBIO CON L’UE. «MANTENERE RAPPORTI PROFICUI SENZA INTACCARE LA SOVRANITÀ».

La Svizzera riapre al dialogo con l’Unione Europea. Stando a quanto dichiarato dalle commissioni preposte, sembra che il parlamento elvetico si deciderà a sbloccare nelle prossime settimane il versamento del secondo contributo al fondo di coesione europeo. È un segnale importante, che mostra la volontà di riprendere a interloquire con Bruxelles, dopo il mutismo degli ultimi mesi. Da quando, il 26 maggio scorso, il Consiglio federale aveva deciso di interrompere definitivamente le negoziazioni per un accordo quadro che regolasse i rapporti con l’Unione, in corso da ben sette anni, le comunicazioni si erano nettamente diradate. A riempire il silenzio c’erano state solo le dichiarazioni della segretaria di stato Livia Leu, che assicurava di non essere «sull’orlo di un precipizio», e l’incontro di Ignazio Cassis, a capo del dipartimento degli Affari Esteri svizzero, con il vicepresidente della Commissione europea Josep Borrell, che aveva rassicurato sulla volontà di continuare a dialogare. Ora, le trattative dovranno proseguire sulla via degli accordi bilaterali, presumibilmente da rinegoziare, visto che la Commissione, in una nota pubblicata a maggio, ha definito quelli in vigore al momento «non al passo con ciò che dovrebbero essere le relazioni tra UE e Confederazione Elvetica». Per adesso, i problemi rimangono, a partire dalle incomprensioni su temi e settori rilevanti che hanno caratterizzato l’ultimo periodo: non da ultimo la decisione europea di trattare la Svizzera, nell’ambito dell’iniziativa di ricerca “Orizzonte Europa”, come “paese terzo non associato”, con notevoli penalizzazioni per i ricercatori elvetici, che non potranno presentare progetti singoli e potranno prendere parte solo ad alcune classi di concorso. E, se la ricerca è senza dubbio una delle aree più rilevanti a rischio, dubbi e timori permangono anche su altro, e in primis sui rapporti economici e commerciali: la Svizzera è il quarto più importante partner commerciale dell’Unione, dietro a USA, Cina e Regno Unito con un volume di scambio giornaliero di praticamente un miliardo di franchi (dati Dipartimento federale degli affari esteri e Commissione europea).

Lugano: BCO Swiss Family Office SA, Group. © Ti-Press / Alessandro Crinari

Inoltre, come ricorda Stefano Conti, Senior Relationship Manager e Vicedirettore di BCO Swiss Family Office, «molti cittadini Europei entrano in Svizzera ogni giorno per lavoro (solo in Ticino, in un territorio di 350000 abitanti vi sono più di 70000 frontalieri), come molti Svizzeri si recano in Europa per lavoro ed acquisti, permettendo alle fasce di confine, e non solo, di beneficiare di grande prosperità reciproca». Un legame dunque a doppio nodo, che però la parte elvetica sembra restia a stringere ulteriormente: una causa importante, sottolineata dalla stessa Commissione europea, potrebbe essere nelle differenze importanti nel salario e nel tenore di vita. In pratica, il Consiglio federale temerebbe che una partecipazione a pieno titolo al mercato comune europeo possa ridurre la ricchezza e la competitività della Svizzera e costringerla ad un adeguamento al mercato comunitario. Secondo Conti, «se è vero che in Svizzera gli stipendi sono generalmente più elevati che nel resto dell’Europa, d’altra parte è bene ricordare che questi sono pagati al lordo delle tasse (versate poi dal singolo contribuente), e che il costo della vita è più elevato: il potere di acquisto reale risulta quindi ridimensionato. È tuttavia diffusa l’opinione che l’accordo, così come delineato, avrebbe nociuto alla sovranità della Svizzera, introducendo regolamentazioni onerose e complicate e indebolendo le misure di accompagnamento a protezione del mercato del lavoro.» Alla base della decisione di maggio vi sarebbero anche cause più profonde: «In Svizzera il concetto di sovranità, indipendenza, tradizioni, potere decentralizzato, idioma è radicato e tutelato. Ogni tentativo di cambiamento è stato, sin dalla prima votazione popolare sull’adesione allo Spazio Economico Europeo del 1992, rifiutato», continua Conti. Insomma, diverse e importanti le riserve che i negoziatori dovranno sciogliere per raggiungere una nuova soluzione, anche se ci fossero i margini. Il risultato però, neanche a dirlo, potrebbe portare grande profitto a entrambe le parti: un esempio virtuoso in cui questo è già accaduto è la via di collaborazione e di adeguamento alle direttive OCSE intrapresa negli ultimi anni nel settore finanziario, con l’avvio allo scambio d’informazioni nel 2018, che ha di fatto definitivamente eliminato il segreto bancario. «L’istituto del segreto è stato un tassello importante della storia Svizzera, come di altre nazioni, ma è anche vero che la sua fine non è stata la fine delle banche svizzere, né della Svizzera» chiosa Conti. Anzi, questo adeguamento ha di fatto permesso la permanenza del Paese nella lista delle più importanti piazze del mercato mondiale, tutelandone uno dei settori tradizionalmente più importanti da una situazione di “ostracismo” da cui avrebbe avuto tutto da perdere.

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