• lunedì, 18 Ottobre 2021

GREEN DEAL E LAVORO, NASCE UNA NUOVA FIGURA PROFESSIONALE: L’ENERGY ANALYST

lavoro energy analyst

Il mercato del lavoro si muove. Gli ultimi dati Istat certificano che il tasso di disoccupazione è in discesa anche se non è ancora ai livelli pre-pandemia. Nonostante a luglio si registri un calo del numero di occupati, la forte crescita registrata nei precedenti cinque mesi ha determinato un saldo rispetto a gennaio 2021 di 550 mila occupati in più. Ma serve un cambio di passo deciso. E c’è bisogno di nuove figure professionali in grado di sfruttare l’evoluzione dell’offerta occupazionale. In questo momento storico, la riconversione energetica rappresenta il futuro ma anche il presente, sia economico che sociale ed offre nuove opportunità nel mercato del lavoro. Per questo l’Università degli studi di Genova lancia un master in “energia e sostenibilità”, che partirà a ottobre e avrà una durata di 12 mesi, suddiviso in 350 ore di lezioni frontali, 600 di studio individuale e 450 di stage. «Il contrasto al cambiamento climatico e la conseguente decarbonizzazione dell’economia stanno portando a un mutamento epocale nel settore dell’energia. Gli obiettivi vincolanti dell’Unione Europea relativi alla riduzione delle emissioni poi implicano una profonda trasformazione dei sistemi energetici e richiedono investimenti in capitale fisico e umano per dare corso alla transizione energetica. Il master rappresenta un’opportunità unica per partecipare ad un percorso formativo professionalizzante in un’area multidisciplinare di grande interesse per le aziende leader e gli stakeholder del settore di energia, ambiente e sostenibilità, e di impiego nelle diverse realtà afferenti al settore. Pianificazione e gestione delle tecnologie per la produzione, la trasformazione e il consumo di energie rinnovabili e sostenibili richiedono competenze interdisciplinari», spiega il professor Marco Fossa, direttore del corso. Gli insegnamenti saranno multidisciplinari e vanno da quelli prettamente economici come Economia dell’energia, mercati energetici e loro sviluppo, passando per elementi economico-finanziari nella gestione dei progetti fino a materie ingegneristiche come principi base di termodinamica e focus su efficienza energetica e sostenibilità nella filiera energetica. Il corso è realizzato in partnership con numerose aziende del settore energetico come Autogas Nord, Axpo, Confindustria Genova, Duferco Energia, Erg, Iren, Rina Consulting che parteciperanno, attraverso un co-finanziamento, alla copertura parziale dei costi di funzionamento del corso, che corrisponde a 1800 euro per studente. «Formiamo prevalentemente la figura dell’“Energy Analyst”, ovvero un esperto dei mercati dell’energia e delle tecnologie a essa correlate con competenze economico e giuridiche connesse alle energie rinnovabili e alle tecnologie atte a convertire, stoccare e rendere disponibile questa energia nei diversi settori».

Quali sbocchi lavorativi ci sono e dove?

«Sia nel settore pubblico sia in quello privato, in Italia come all’estero. Le aziende coinvolte garantiranno la disponibilità a ospitare in stage gli allievi, e al termine valuteranno l’inserimento lavorativo in caso sussistano le condizioni e si individuino tra i candidati soggetti idonei».

Questa decisa virata globale sul green potrebbe paradossalmente favorire chi rimane concentrato su “vecchi investimenti”, consentendogli di avere meno concorrenza?

«È vero che per quanto riguarda l’attrazione del greggio, per esempio, come milioni di barili giornalieri siamo praticamente tornati ai livelli del 2019, quelli pre-Covid. Ma la tendenza generale per il prossimo futuro, anche forti delle nuove direttive europee, è quella della riconversione. È la strada intrapresa da tutte le grandi industrie: nel giro di 5 anni ci saranno dei mutamenti notevolissimi in Europa. Resta da vedere cosa farà la Cina, dove la crescita del pil da decenni è sostenuta soprattutto dalle fonti fossili, di carbone in primis.  Ma anche in questo caso è una crescita non più sostenibile, non a caso c’è anche un’industria cinese fortissima nel fotovoltaico. Questo tipo di una svolta ormai è inarrestabile, con un cambio di passo inesorabile e mai visto nella storia. Non si torna indietro».
C’è un altro possibile paradosso. Non si rischia un sovra affollamento anche a livello occupazionale?

«Il problema non si pone. Studenti specializzati non fanno in tempo a laurearsi che trovano immediatamente lavoro. C’è una domanda fortissima e di sicuro non inflazioniamo il mercato adesso e non credo accadrà nemmeno nei prossimi anni, anzi. Ci sarà sempre più bisogno di questo tipo di figure professionali e la domanda continuerà ad aumentare».

MUSSO-STAGNARO: «SOSTENIBILITA’, L’ITALIA CRESCE. LA STRADA E’ QUELLA GIUSTA»

«Abbiamo fatto passi importanti verso un uso più sostenibile delle risorse», spiegano il professor Enrico Musso, direttore del centro italiano di eccellenza sulla logistica, i trasporti e le infrastrutture, e Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni, tra i docenti del corso. «Siamo uno dei paesi europei con le più basse emissioni pro capite (7,2 tonnellate di CO2 l’anno, contro una media Ue di 8,4). E abbiamo raggiunto gli obiettivi al 2020 sia per quanto riguarda le emissioni, sia per quanto attiene alle rinnovabili e all’efficienza energetica. Questo non significa che possiamo sederci sugli allori: resta ancora molto da fare e, sotto molti punti di vista, la strada da compiere è più complessa di quella che abbiamo alle spalle. Occorre rivedere radicalmente il modo in cui produciamo o consumiamo energia e le ragioni per cui lo facciamo. E i nuovi target europei – che ci chiedono di tagliare le emissioni del 55% entro il 2030 e di arrivare a “net zero” entro il 2050 – ci impongono di prendere tutto terribilmente sul serio».


Le risorse del PNRR possono fare davvero la differenza?

«Possono rappresentare un fondamentale contributo a innescare i cambiamenti. Ciò è particolarmente importante se teniamo conto, da un lato, della drammatica crisi del 2020 e, dall’altro, di quanto sono impegnativi i target per il 2030 e 2050. Il Pnrr, in particolare, può dare una importante spinta su tre fronti: lo sviluppo delle rinnovabili, la decarbonizzazione dei settori cosiddetti “hard to abate” (come acciaio e cemento), e la mobilità sostenibile. Tuttavia, sarebbe sbagliato pensare al Pnrr come a un oggetto estraneo e scollegato dal resto. Deve coordinarsi alle altre azioni, a partire dall’aggiornamento del Piano nazionale integrato energia e clima, che proprio nei prossimi mesi dovrà essere aggiornato per dar conto dall’aumento dell’obiettivo di riduzione delle emissioni dal 40 al 55%».

Il Ministero per la transizione ecologica è un segnale?

«Si tratta di un segnale importante ma, come in tutti i casi simili, il segnale non basta: serve anche la sostanza. Le funzioni del vecchio ministero dell’Ambiente e quelle in campo energetico che precedentemente erano incardinate nel ministero dello Sviluppo economico devono amalgamarsi non solo dal punto di vista procedurale, ma anche da quello culturale. Nel passato questi due mondi erano in un rapporto dialettico: adesso che si trovano sotto uno stesso dicastero bisogna evitare che una voce prevalga sull’altra. Mi pare che il Ministro Cingolani abbia ben chiara questa sfida, e abbia giustamente insistito anche sulla necessità di ampliare l’organico assumendo professionalità tecnico-economiche per promuovere una migliore comprensione di tutte le implicazioni sottostanti alla transizione ecologica».

Quello della transizione ecologica è probabilmente un raro caso in qui opportunità di cambiamento e business vanno di pari passo. C’è abbastanza consapevolezza?

«Se guardiamo ai sondaggi di opinione, gli italiani sono certamente consapevoli di quanto sia importante e cruciale la sfida climatica. Naturalmente non mancano le resistenze, perché cambiare comportamenti e abitudini rappresenta sempre una fatica, un costo. In generale, bisogna evitare la retorica secondo cui tutto è facile e conveniente. Senza dubbio, se ben disegnata la transizione ecologica rappresenta un’opportunità non solo di miglioramento della qualità ambientale ma anche di progresso economico e sociale. Tuttavia, sarebbe ingenuo non riconoscere che vi sono dei costi e dei “perdenti” dalla transizione, e che molte risorse andranno investite nella riqualificazione professionale delle persone nei settori in declino e nella formazione di capitale umano per quelli in ascesa. Non si tratta di un processo semplice né lineare. L’unico modo di vincere la sfida è riconoscerne le complessità e prenderle sul serio».

Quali esempi virtuosi dovrebbe seguire il nostro Paese?

«In alcuni campi l’Italia stessa è un esempio virtuoso. In altri abbiamo storie di successo in paesi europei ed extraeuropei. Per esempio, in Spagna – un paese che ha caratteristiche molto simili alle nostre – le ultime aste per gli incentivi alle fonti rinnovabili sono state un successo, e si sono chiuse con prezzi assai competitivi e una richiesta nettamente superiore all’offerta. Al contrario, in Italia le stesse aste sono state un fiasco: gran parte dei contingenti messi a gara non sono stati assegnati e le tariffe incentivanti sono state doppie o triple di quelle spagnole. La differenza va cercata soprattutto nelle difficoltà dell’iter autorizzativo e nei costi della burocrazia. Per questo credo che il decreto semplificazioni e le altre misure annunciate in materia siano assolutamente determinanti».

A livello economico, quali prospettive possono esserci?

«Vediamo prospettive sotto almeno tre punti di vista. In primo luogo, ovviamente, anche grazie alle risorse del Pnrr, la transizione ecologica mobiliterà investimenti e, soprattutto, può spingere le nostre imprese a giocare nel campo dell’innovazione. Si tratta di cogliere l’opportunità anziché subirla, anche alla luce delle esperienze e degli errori passati quando spesso siamo stati meri importatori di tecnologie prodotte altrove. Secondariamente, in Italia abbiamo diverse filiere industriali che possono essere protagoniste della transizione, per esempio nell’efficienza energetica. In terzo luogo, se leggiamo la transizione ecologica anche dal punto di vista della trasformazione digitale, le opportunità di razionalizzazione dei consumi e riduzione delle emissioni possono comportare anche un miglioramento delle condizioni di vita delle persone, e in tal modo controbilanciare gli inevitabili costi a cui andremo incontro. Si tratta, insomma, di massimizzare i benefici cercando di gestire, ridurre e distribuire equamente i costi. Ma per farlo servono soprattutto imprese dinamiche e innovative e grandi investimenti in capitale umano e formazione».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *