• venerdì, 27 Maggio 2022

Turchia-Italia: ecco dove gli investimenti rendono di più

Turchia

La Turchia chiama l’Italia con un obiettivo: raggiungere 30 miliardi di scambi commerciali nei prossimi anni. Il Belpaese è il suo secondo partner nell’Unione Europea e tra i primi cinque a livello internazionale. Quali saranno i settori trainanti del Paese dove possono trovare spazio le aziende italiane? «Sicuramente l’automotive. Penso all’elettromobilità, l’elettrificazione e la mobilità intelligente», spiega Gino Costa, Investment Office of the Presidency of Turkey. «La mobilità, da un paio di anni, sta ottenendo incentivi molto elevati, e la strategia del Presidente turco è di farne un polo europeo. Le aziende italiane che operano in questo settore, parlo di elettronica, gestione batterie o punti di ricarica, hanno le capacità per diventare un player importante. Un altro ambito è quello delle cosiddette ict, in particolare il fintech».

Da un punto di vista fiscale, quali sono i vantaggi messi in campo dal governo turco?

«Una politica di forte attrazione di investimenti stranieri che l’ha portata, anche l’anno scorso, a raccogliere investimenti per 14 miliardi di dollari, l’81% in più dell’anno precedente, però sempre sulla base di trattamento equitativo con gli investitori locali. Cominciamo a dire che la tassazione e contribuzione di un’azienda in Turchia è nell’ordine del 41%, mentre in Italia superiamo il 50%. Gli investitori esteri possono usufruire di incentivi che vanno dall’esenzione iva e doganale, anche se, comunque, dall’Unione europea non ci sono dazi, alla defiscalizzazione completa per un periodo fino al raggiungimento del 50% dell’investimento, quest’ultimo vale per determinati settori e aree particolarmente svantaggiate. A ciò si aggiunge anche la possibilità di sgravio fino a un periodo di sei anni e l’esenzione totale di qualsiasi tributo per chi opera in free area, nelle zone economiche speciali che sono dedicate agli esportatori. Chi esporta dall’85% in su del proprio prodotto può operare nella free zone con una defiscalizzazione pressoché totale».

Sembra che l’instabilità monetaria incida poco nella realizzazione di business nel Paese. Cosa ne pensa?

«Nel corso degli ultimi due decenni l’inflazione è scesa molto. Nel 2001 c’è stata una svalutazione violentissima che ha portato alla chiusura di 12 banche. Da un paio di anni l’export è uno dei punti di forza della politica economica turca, toccando nel 2021, 175 miliardi di dollari. In questi mesi l’inflazione è risalita sopra il 55%, un dato che, secondo la Confindustria turca, non rappresenta un problema, anzi, può essere una grande opportunità».

La Turchia sta investendo molto su infrastrutture e grandi opere. Quanto possono facilitare la realizzazione di business e investimenti?

«La Turchia, negli ultimi 16-17 anni, ha investito 13 miliardi di dollari in infrastrutture, come la rete stradale e aeroportuale ma anche nella sanità, un settore che, nel 2020 non è mai stato ingolfato e gode di ottima salute con i suoi 43 letti ogni 100 mila abitanti in terapia intensiva. Ha investito molto nei porti e sta facendo altrettanto per la rete ad alta velocità. Diverse aree fino a qualche anno fa “selvagge” adesso sono diventate zone industrializzate grazie alla vicinanza con i porti, che stanno avendo un ruolo strategico nella transizione ecologica e permettono anche trasporti domestici nazionali con un impatto ridotto».

Le aziende italiane approdate in Turchia ritengono il Paese un’interessante testa di ponte per accedere ad altri Paesi dell’area o del continente africano. Quali opportunità potranno aprirsi per le italian business che investiranno in Turchia?

«Nel Paese, il livello di scolarizzazione è cresciuto enormemente, quasi tutti parlano l’inglese e c’è molta flessibilità, aspetto che si fa fatica a trovare in Italia».

Quanto incide positivamente la posizione geopolitica della Turchia per chi vuole realizzare business? Il conflitto Russia-Ucraina in che modo modificherà i rapporti geopolitici ed economici?

«Le aziende russe, ucraine ed europee che hanno attività in Russia, stanno cercando di spostare alcune di queste in Turchia perché, al di là della posizione baricentrica politica che ha assunto, è una piattaforma favorevole che stava già beneficiando della revisione della Global Value Chains, partita con il post pandemia, vedendo le debolezze e le difficoltà di una catena troppo lunga verso l’Asia».

La crisi pandemica sembra aver posto la Turchia in una posizione strategica nelle nuove catene di approvvigionamento globale…

«La Turchia è un hub fondamentale sia dell’Eurarsia sia dell’Africa, non solo da un punto di vista geografico, ma anche dall’equidistanza geopolitica e dei vantaggi di distribuzione e collegamento. Forse è stato un bene che non sia entrata nell’Unione europea perché gode di un sistema economico moderno ma molto flessibile, reattivo, di grande volatilità e capacità di reazione molto rapida. È un terreno molto ricco di un tessuto industriale competitivo».

L’ingresso della Turchia nell’Unione europea quanto può incidere positivamente sugli investimenti?

«Credo che avrebbe difficoltà con il dinamismo dell’economia di cui parlavo prima. Tutta la legislazione turca è stata allineata a quella europea e, in alcuni aspetti, è più restrittiva, penso alla protezione dei dati. Secondo me, comunque, l’Europa probabilmente può trarre numerosi vantaggi». ©

Mario Catalano

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Photo by ekrem osmanoglu on unsplash.com

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