• martedì, 4 Ottobre 2022

UK: il dopo Elisabetta II. La sfida del Primo Ministro Liz Truss e il nuovo corso dell’economia di Re Carlo III

Il denaro non teme neanche gli scossoni della monarchia. All’indomani della scomparsa della Regina Elisabetta II, il London Stock Exchange ha riaperto i battenti come al solito, registrando perfino un ottimo rialzo di 89 punti, l’1,23 % in più. «Non mi aspetto effetti significativi a breve termine derivanti dalla morte della Regina, nonostante la gravità e la delicatezza della situazione internazionale», dice Marcello Signorelli, Professore ordinario di politica economica presso l’Università degli studi di Perugia.

Ma la transizione è resa più delicata dal fatto di essere contemporanea a quella del governo e a una grave crisi energetica. E il vuoto istituzionale che viene a crearsi dovrà essere riempito al più presto, per evitare minacce alla stessa unità nazionale. Come risponderanno il nuovo sovrano e la nuova premier a una situazione tanto complessa? Come per la Borsa, neanche la moneta (che, pure, raffigura il volto della sovrana) registra virate importanti.

Ci sono da aspettarsi cambiamenti, su questo fronte, anche in vista dell’immissione di altra valuta raffigurante il nuovo monarca?

«No. Vista l’età molto avanzata della sovrana la sua morte era comunque attesa e quindi già considerata. Oramai questo e altri eventi altamente simbolici hanno effetti scarsi sui mercati borsistici e sugli andamenti valutari. Al massimo ci possono essere gli effetti degli “scommettitori”, visto che i britannici, e non solo, tendono a scommettere su qualsiasi evento o sull’andamento di qualsiasi prezzo. Questa ultima questione è in realtà più seria di quanto appaia, visto che oramai da decenni la maggioranza delle transazioni (acquisti e vendite) finanziarie sono “allo scoperto”, cioè non comportano un passaggio di proprietà di un’attività finanziaria. Consistono invece in una “scommessa ribassista o rialzista”, con i due contraenti che proiettano sul futuro previsioni diverse. In tale dinamica, concorrono a determinare sia l’evoluzione dei prezzi sia una rilevante instabilità (ondate di scommesse al ribasso seguite da ondate di scommesse al rialzo)».

La regina è, quasi simbolicamente, morta a Balmoral, a pochi chilometri dal parlamento scozzese dove da mesi si parla di un nuovo referendum di indipendenza. L’unità nazionale rischia di esserne compromessa?

«Indubbiamente la Regina ha contribuito in maniera importante a mantenere unito il Regno e la Brexit ha accentuato le forti tentazioni della Scozia per l’indipendenza. Tuttavia, è probabile che le maggiori criticità e rischi internazionali (inclusa la guerra in Ucraina) possano contribuire a dissuadere gli scozzesi. In ogni caso le conseguenze economiche sarebbero limitate e l’eventuale indipendenza sarebbe essenzialmente un evento prettamente politico». 

Carlo è stato da sempre coinvolto politicamente in senso di una svolta più radicale sul piano ecologico. Ha, tra l’altro, lanciato il piano del “great reset” assieme a Klaus Schwabb durante il Covid-19. Un cambio di passo in senso ecologista e innovativo potrebbe influire anche su Downing Street?

«Credo che – tutto sommato – abbiano effetti limitati le note sensibilità “green” del nuovo Re Carlo III poiché oramai la necessità di una complessa transizione “green” è sufficientemente diffusa, anche nel Regno Unito, dove semmai si potrebbe ricercare ancor meglio che altrove quel “saggio pragmatismo” che dovrebbe anche favorire una definizione di obiettivi possibili in contesti che mutano rapidamente e imprevedibilmente, cambiando considerevolmente costi e benefici, come si è visto soprattutto con l’invasione Russa in Ucraina».

L’ex primo ministro australiano Tony Abbott si è detto sicuro che Carlo porterà uno spostamento del focus strategico del Regno Unito verso i Paesi del Commonwealth. Potrebbe costituire una valida alternativa strategica ed economica all’Europa, dal punto di vista britannico?

«Il Regno Unito con la Brexit ha già accentuato i già forti legami storici sia con gli Stati Uniti che con i Paesi del Commonwealth e, detto francamente, non credo che il nuovo Re influirà molto su tali dinamiche, anche perché – presumibilmente – potrebbe essere essenzialmente un sovrano “traghettatore” e forse per un tempo non lungo (soprattutto se deciderà di abdicare a favore del ben più popolare figlio primogenito)».

Il decesso della regina arriva proprio nel pieno della discussione sulla crisi energetica. Da poco si è annunciato un cap sui prezzi dell’energia nel Regno Unito. È una soluzione sufficiente a una crisi di questa portata? Potrebbe essere “importata” nel nostro Paese?

«Un meccanismo di “price cap” sul costo dell’energia potrebbe avere qualche effetto positivo sulle aspettative e quindi sul ribasso dei prezzi delle materie prime, purché portato avanti da molti paesi in modo coordinato. Ma non bisogna dimenticare che la Russia è purtroppo in grado di “chiudere i rubinetti” e proseguire la guerra a lungo, anche vendendo di più in Asia e in altri continenti. Va anche considerato quanto è alta la diversità di dipendenza e esposizione ai rischi fra i paesi. Come è noto, l’Italia è la capofila di un progetto di “price cap” a livello di Unione Europea, ma la questione non è così semplice come appare, né per i dettagli da definire né per la valutazione e distribuzione dei costi e rischi».

Quali sono le altre grandi sfide in vista per la Primo ministro Liz Truss?

«Le sfide sono enormi e i rischi elevati, soprattutto dopo l’invasione della Russia in Ucraina che ha sviluppi e durata ancora imprevedibili. Il nuovo primo ministro britannico dovrà anche scegliere tra il permanere di un rapporto privilegiato e quasi esclusivo con gli Stati Uniti (oltreché con i Paesi del Commonwealth) oppure provare a giocare un ruolo più collaborativo e sinergico con i paesi dell’Unione Europea. In sintesi, potrei concludere, forse un po’ cinicamente, dicendo che la morte della Regina, seppure di grande importanza simbolica in quanto sancisce la fine di un Regno che fu la prima potenza economica e la culla della rivoluzione industriale, conta molto poco per gli sviluppi economici e politici del vecchio continente e globali ma, forse, anche per lo stesso Regno Unito».                                                 ©

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