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  • giovedì, 9 Febbraio 2023

I BRICS sfidano il dollaro con una nuova valuta

BRICS

I sfidano l’Occidente con una nuova valuta alternativa al che mira a scardinare le gerarchie economiche. Prima di procedere con l’analisi, però, ricordiamo la storia che ha portato alla nascita del termine BRICS – acronimo di , , , e – che accomuna Paesi dalle caratteristiche simili: tra queste la condizione di economie in via di sviluppo, una popolazione numerosa, un vasto territorio, abbondanti risorse naturali strategiche e caratterizzati, nell’ultimo decennio, da una forte crescita del PIL e della quota nel commercio mondiale. In sostanza, i futuri leader dell’ globale. Nel settembre del 2006, i ministri degli esteri di Brasile, Russia, India e Cina costituirono una sorta di coordinamento, che poi, a giugno del 2009, è stato ufficializzato con l’obiettivo di creare un nuovo ordine mondiale multipolare, maggiormente equo. Dal primo incontro, nel 2009, le quattro nazioni hanno gradualmente aumentato gli scambi e rafforzato la collaborazione in materia di sviluppo. Quando il Sudafrica si è unito, nel 2010, trasformando i BRIC in BRICS, il gruppo ha ribadito il comune obiettivo di costruire un sistema commerciale globale attraverso accordi bilaterali che non fossero basati esclusivamente sul dollaro. «Esplorare come stabilire un assetto internazionale più equo e discutere i parametri per un nuovo meccanismo finanziario», così il presidente russo descriveva gli scopi del gruppo, durante il primo vertice a Ekaterinburg nel 2009.

Nel 2010, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) aveva incluso i Paesi BRICS tra i dieci maggiori azionisti, insieme a , Giappone e alle quattro nazioni più popolate dell’Unione Europea di allora (Francia, Germania, Italia e Regno Unito). Tuttavia, a seguito della mancata ripartizione delle quote, giacente presso il Congresso degli Stati Uniti, una cui redistribuzione era stata avanzata dai BRICS, decisero di creare una propria strutturazione finanziaria autonoma, la Nuova Banca di Sviluppo, alternativa al FMI. Fu durante il sesto summit a Fortaleza, in Brasile, il 15 luglio 2014. In quell’occasione, venne anche espressa la volontà di aumentare la collaborazione tra i singoli Paesi e diminuire la potenza del dollaro nel commercio internazionale.

I BRICS rappresentano oltre il 40% della popolazione, e quasi il 30% dell’economia mondiale. Eppure, fino a oggi, gli obiettivi prefissati erano ben lontani dall’essere raggiunti, soprattutto per le difficoltà create dalle profonde differenze economiche e politiche. In questo momento storico segnato dal conflitto in Ucraina, i BRICS sono venuti alla ribalta e si torna a parlare di accordi e progetti per una maggiore collaborazione. La guerra, infatti, sta accelerando il processo di unificazione, alla luce di un’intesa sempre più forte. Sembrerebbe addirittura profilarsi l’idea della costituzione di una nuova valuta in comune, che andrebbe a sostituire il dollaro negli scambi inter-BRICS. Non è così remota, quindi, la possibilità che si crei un nuovo sistema monetario e anche finanziario, a livello internazionale. Insomma, una cooperazione e un ruolo rilevante dei BRICS nel disegnare un assetto globale multipolare, come dichiarato da Putin, e con l’ONU al centro, come dichiarato da Xi Jinping. E una crescente presenza e considerazione di questi Paesi all’interno del sistema economico mondiale. Non serve neanche dirlo: tutto questo mira a scardinare le gerarchie economiche, che sino ad oggi sono state filoccidentali. Non è un caso che nell’ultima riunione, tenutasi in modalità virtuale tra i rispettivi capi di Stato, siano state definite un “abuso” le sanzioni dell’Occidente verso la Russia.

Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica stanno concretamente esplorando la creazione di una nuova valuta di riserva che, per servire meglio i loro interessi economici, si baserebbe su un paniere formato dalle valute dei cinque Paesi. La questione non è una novità, ma l’attuale situazione geopolitica e geoeconomica mondiale pone certamente un’accelerazione allo strutturarsi di nuove istituzioni internazionali che non dipendano dall’esclusiva volontà di Washington. «La possibilità e le prospettive di creare una moneta unica comune, basata su un paniere di valute dei Paesi BRICS, è in discussione. Gli Stati membri stanno studiando attivamente meccanismi che permettano lo scambio di informazioni finanziarie, col fine di sviluppare un’alternativa affidabile per i pagamenti internazionali», ha dichiarato il diplomatico russo Pavel Knyazev. I BRICS, infatti, prevedono di costruire un’infrastruttura finanziaria congiunta che consentirebbe di contrastare il dominio del dollaro e degli special drawing rights (i diritti speciali di prelievo – l’unità di conto del FMI, il cui valore è ricavato da un paniere di valute nazionali). «Estendendo gli insediamenti in moneta locale, verrebbe meno il rischio di essere puniti dagli Stati Uniti con mezzi finanziari, come il congelamento dei beni in dollari USA coinvolti nel commercio di questi Paesi», ha spiegato Dong Dengxin, Direttore del Finance and Securities Institute dell’Università di Wuhan.

Ben prima dell’inizio del conflitto, la questione della supremazia del dollaro nel mercato mondiale era sul tavolo dei Paesi BRICS, consci del fatto che gli Stati Uniti detengono un potere economico-finanziario smisurato. Un esempio su tutti? La possibilità di decidere, da un giorno all’altro, di congelare fondi di Stati sovrani che hanno la sola colpa di non voler seguire ciecamente le volontà di Washington e i suoi interessi. E con lo scoppio della guerra e le immediate misure restrittive nei confronti della Russia, il problema è diventato ancora più palese e di urgente risoluzione. A livello mondiale, la risposta alle sanzioni occidentali non è stata quella sperata dai committenti. Si è, invece, accentuata una linea di condotta già in atto da qualche anno, che ha visto molti Paesi stipulare accordi di commercio bilaterali basati sulle proprie valute anziché sul dollaro. Il conflitto, però, ha mostrato che questo non basta a mettersi al riparo dalla volontà egemone statunitense. Si rende, invece, necessario operare una più stretta collaborazione, che dia vita a una nuova moneta di riferimento globale, oltre che a un nuovo sistema di organizzazioni internazionali smarcato dalle attuali, controllate dagli Stati Uniti. Il paniere di valute su cui si baserebbe la nuova moneta targata BRICS attirerebbe le riserve valutarie degli stessi Paesi dell’organizzazione e, molto probabilmente, anche di nazioni orbitanti nella loro sfera di influenza, come i membri della Shanghai Cooperation Organization (organismo intergovernativo di cui fanno parte Cina, India, Russia, Kazakhistan, Kirghizistan, Pakistan, Tagikistan e Uzbekistan), alcuni Stati dell’Asia meridionale e del Medio Oriente, ma anche del Sud America e dell’Africa. Prima dell’avvento del Covid-19 e della guerra in Ucraina, le stime davano per certo il sorpasso della Cina sugli Stati Uniti, che nel 2030 sarebbero scesi al terzo posto, con l’India al secondo. Quanto ai Paesi UE, soltanto la Germania sarebbe riuscita a rimanere tra i primi dieci. Ma il conflitto cambia continuamente gli equilibri e oggi, mentre gli USA cercano di rafforzare la loro presenza in Europa, Russia e Cina non possono stare a guardare. In più, c’è la crescita demografica in Asia e Africa e il capitolo “sanzioni”, enorme boomerang per l’Europa, e ancor più per l’Italia. Mentre i BRICS hanno dalla loro un grosso vantaggio. Quale? Materie prime e crescita demografica, unite a un intenso lavoro per conquistare un ruolo sempre più rilevante nello scacchiere globale. ©

Sara Teruzzi

Nata e cresciuta in Brianza e un sogno nel cassetto – il mare. Ama leggere e scrivere ed è appassionata di comunicazione. Dopo la laurea magistrale in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, entra nella redazione de “il Bollettino” con un ricco bagaglio di conoscenze linguistiche acquisito durante il percorso scolastico. Ai lettori italiani porta notizie che arrivano da lontano – dall’Asia al mondo arabo.

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