venerdì, 19 Aprile 2024

La sfida del 2024: investire con l’intelligenza artificiale

DiMarco Battistone

15 Gennaio 2024
Sommario
AI investimenti

Da curiosità per pochi a fenomeno di massa. Il 2023 ha visto l’ingresso dell’AI nell’Olimpo dei megatrend che danno forma al panorama finanziario. Anche se l’Italia si è posizionata appena 15esima al mondo per ricavi  generati dall’AI ogni 100mila abitanti (I-COM). Il Mercato ha seguito a ruota: dalla corsa dei chip di NVIDIA, che sui listini ha guadagnato più del 200% in un anno, al boom di nuovi fondi tematici, la corsa all’investimento non si è fatta attendere. Ma il ruolo umano dovrebbe rimanere comunque fondamentale.

«Credo che nel nostro Paese ci sia una grande opportunità», dice Tommaso Migliore, CEO e co-founder di MDOTM Ltd, società Fintech attiva nello sviluppo di soluzioni d’investimento con l’Intelligenza Artificiale per banche, assicurazioni, asset e wealth manager. «Uomo e macchina sono imprescindibili, anche perché abbiamo grandi menti che formiamo ogni anno nelle nostre università che possono sicuramente scaricare a terra questo valore». Insomma, anche noi possiamo giocare la partita. D’altronde, chi lavora nel mondo tech lo sa: spesso non è dai giganti che arrivano le novità. Anche per l’AI, il meccanismo è lo stesso. «L’innovazione parte dalle persone, che a loro volta partono dagli incentivi. Le grandi aziende, le Big Tech, hanno degli obiettivi amplissimi. Spesso l’innovazione è difficile da far crescere al loro interno. Non a caso, il loro approccio è investire verso l’esterno e acquisire i competitor più piccoli».

Tommaso Migliore, CEO e co-founder di MDOTM Ltd.

Perché e come si impiega l’AI nello spazio finanziario?

«Se ci pensiamo, ogni ecosistema complesso necessita di una tecnologia complessa per comprendere e spiegare la relazione tra i milioni di elementi che lo compongono, proprio come avviene sui mercati finanziari. Noi siamo abituati spesso a ragionare in maniera molto lineare: c’è un problema, ecco la soluzione. Non è sempre così. Quando ci si trova a gestire la complessità – le relazioni non lineari tra rischio, rendimenti e correlazioni – ecco che l’intelligenza artificiale porta valore. Questo è il motivo per cui se ne parla adesso, e per cui se ne parla in finanza, che è forse uno degli ambienti complessi più interessanti. Dopodiché, in questo momento l’AI generativa ha reso sicuramente la tecnologia più vicina a tutti. ChatGPT ha avuto un impatto più che tecnologico, divulgativo. Perché? Perché quello che prima una rete neurale faceva, ma lo si consumava con numeri e equazioni, di colpo è diventato tangibile, con testo, immagini e video che io posso capire molto più facilmente. Per questo è diventato uno dei temi più interessanti del momento».

In pratica, c’è un’evoluzione sia dell’interesse e della consapevolezza sia della tecnologia. Quale viaggia più veloce?

«Qui mi viene da citare Bill Gates quando diceva che si tende a sovrastimare l’impatto delle nuove tecnologie nel breve termine e sottostimarlo nel medio. È quello che sta accadendo adesso. In questo momento, molte persone si chiedono se l’AI ci toglierà il lavoro, ma credo che sarà come quando si è diffuso internet. Anche allora, la prima preoccupazione è stata sui posti di lavoro. Al tempo, nessuno avrebbe stimato quanto disruptive sarebbe veramente stato, quante nuove opportunità avrebbe creato e ci si focalizzava soprattutto ai casi d’uso più immediati. Si possono fare acquisti online? Allora chiuderanno tutti i negozi. I negozi ci sono ancora, ma il mondo è cambiato completamente. Ecco, io credo che con l’AI assisteremo a un fenomeno molto simile: evoluzione, piuttosto che rivoluzione».

Quali sono i casi d’uso dell’AI nel settore finanziario?

«Ce ne sono tantissimi, ma li dividerei in tre grandi aspetti. Innanzitutto, una parte di marketing e posizionamento, poi una di interazione del cliente e infine una relativa alle informazioni e alla loro elaborazione. Dal punto di vista marketing, che non è applicato solo alla finanza, ma anche all’e-commerce, ai siti che producono contenuti etc., l’AI porta una maggiore capacità di capire le preferenze, creando un’esperienza che è personalizzata, tailor-made. Questo nel mondo della finanza lo si vede innanzitutto con offerte più mirate. Poi c’è un utilizzo migliore delle informazioni del cliente. Cosa vuol dire? Vuol dire che una volta che ho capito meglio che cosa voglio, poi posso anche lavorare meglio con i dati per andarti a offrire qualcosa di veramente personalizzato. Questo è tutto finanza, perché è leggere il cliente a tutto tondo. Infine, c’è la parte computazionale applicata al mondo degli investimenti, che converte quel bisogno in un portafoglio, in una gestione patrimoniale, in una soluzione di investimento veramente su misura».

Per quanto riguarda nello specifico il mondo dell’asset e wealth management, invece?

«In questo caso, dove si vede grande valore è in tutto ciò che riguarda gli aspetti di asset allocation, tattica e strategica, attraverso la costruzione di portafogli personalizzati su scala. Viviamo già in un mondo iper-personalizzato. Se apro Netflix vedo una pagina diversa da tutte le altre, ma è sempre Netflix. Questo fa sì che le nostre aspettative vadano a loro volta in questa direzione. Ma in finanza, questo tipo di atteggiamento non esiste nella stessa misura. Soprattutto per quanto riguarda la gestione patrimoniale, è frequente, ad esempio, il ricorso ad approcci che ruotano intorno a portafogli modello. Perché? Perché riuscire a personalizzare su scala, in un ambiente non lineare non è affatto semplice. Ecco, lì l’AI cambia le cose».

Questo tipo di operazioni, quindi, non sarebbe eseguibile da un professionista umano?

«Innanzitutto, bisogna capire che l’AI è un modello. Teoricamente, tutto si potrebbe fare a mano, perfino costruire una macchina, volendo. Però ci si impiegherebbe troppo tempo. L’intelligenza artificiale, rispetto alla modellistica classica, riesce a risolvere dei problemi che non sono lineari e richiederebbero moltissime, migliaia di equazioni diverse. Quindi di fatto non si riuscirebbe. Faccio un esempio concreto: se una società di investimento ha due clienti con un posizionamento diametralmente opposto, com’è che si riesce a scaricare a terra una stessa idea d’investimento su questi due portafogli? Solo attraverso un’allocazione iper-personalizzata che tiene conto di tutti i vincoli e le preferenze d’investimento, attraverso cioè l’utilizzo di una matematica più elastica, dinamica e sofisticata di quella usata dai metodi tradizionali».

In un settore come questo, fatto di grandi nomi come Google o Microsoft, pensate ci sia spazio per operatori di più piccolo calibro?

«Basta pensare questo: ChatGPT l’ha sviluppata OpenAI, che non è certo Google. E non è neanche Microsoft. È vero che Microsoft ha investito, ma solo dopo. Alexa, Siri o Google Assistant li abbiamo provati tutti, e non sono neanche vicini a ChatGPT. Perché non l’hanno fatto loro? Creare innovazione in una grande organizzazione, seppur ipercapitalizzata, è sempre difficile. Questo perché l’innovazione comincia dalle persone. E i pezzi da novanta in un’organizzazione ci sono, ma sono sparsi. Invece in una scaleup tu metti questi cervelli molto vicini con un obiettivo chiaro, allineato. Non sempre servono risorse enormi per fare cose grandi. Poi magari per farlo su scala ne hai bisogno. Ma per creare l’innovazione di partenza non servono. Insomma, lo spazio c’è. E ricordiamoci sempre tutte le volte in cui credevamo che la situazione non sarebbe cambiata mai e poi di colpo è cambiata. Pensiamo a Nokia: nel 2007, Forbes scriveva in copertina: “Can anyone catch the cell phone king?” Nello stesso anno era stato lanciato l’iPhone e di lì a poco Nokia è praticamente scomparsa. In compenso, le stesse Big Tech, come Google o Meta, non esistevano trent’anni fa».

Insomma, il vostro settore, che sembrerebbe ad alta intensità di capitale, è in realtà ad alta intensità di lavoro, o meglio di persone?

«La variabile da considerare è sempre la fase di vita. Il software di solito è un settore che è un po’ meno capital intensive della manifattura. Certo, essere ben capitalizzati in partenza è un vantaggio, ma non è l’unica chiave. Dove servono soprattutto i finanziamenti è per scalare. Una volta che hai la soluzione, che hai mostrato a tutti come si fa, devi essere veloce a non perdere il vantaggio che ti sei costruito».

Su un orizzonte un po’ più ampio, quali sono le opportunità non ancora del tutto sfruttate nel panorama AI italiano?

«Il potenziale di crescita dell’AI in Italia è enorme nei prossimi anni. Questo perché, dal punto di vista di talenti tecnologici, noi formiamo grandi menti. Di conseguenza, abbiamo gente capace di sviluppare questo tipo di tecnologie. L’area che, secondo me, sarà oggetto di maggiore interesse sarà quella della iper-personalizzazione delle decisioni, in particolare quelle di tipo finanziario. Mettere a disposizione una tecnologia in grado di assistere, come un copilota, i decision-maker nelle scelte d’investimento e per costruire portafogli personalizzati su scala».

Guardando proprio alla finanza, pensate che questa sia un’innovazione importante per sopravvivere già oggi?

«È una priorità. L’innovazione, soprattutto quando è così disruptive, non può essere vista come un opzione, ma una vera e propria necessità. Bisogna agire, sperimentare. La cultura americana, in questo, insegna: le società della Silicon Valley hanno una vera e propria ossessione per il cambiamento e per le nuove tecnologie. Vogliono sempre essere sicuri di non perdersi un grande trend e un’occasione per aumentare l’efficienza e la produttività dei processi. Anche essere passivi o troppo attendisti rispetto all’innovazione può trasformarsi in un rischio».                                        ©

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📸 Credits: Canva.com

Articolo tratto dal numero del 15 gennaio 2024 de il Bollettino. Abbonati!

Studente, da sempre appassionato di temi finanziari, approdo a Il Bollettino all’inizio del 2021. Attualmente mi occupo di banche ed esteri, nonché di una rubrica video settimanale in cui tratto temi finanziari in formato "pop".