venerdì, 19 Aprile 2024

Violenza economica, non si vede facilmente ma può uccidere

Sommario

Esiste un tipo di violenza di genere che si fa più fatica a riconoscere. Perché «è meno visibile della violenza fisica, più subdola» commenta Alessandra Balla, 33 anni, responsabile della comunicazione del Telefono Rosa, associazione che si batte contro gli abusi sulle donne. Parliamo di violenza economica, quella che sottrae alla donna la possibilità di gestire autonomamente le proprie risorse finanziarie, ammesso che ne abbia. E che non siano magari «una paghetta», afferma Balla, che i compagni o i mariti concedono loro ogni tanto. Ascoltare storie di sopruso da parte degli uomini nei confronti delle donne è il suo pane quotidiano. Solo nel 2023 le richieste d’aiuto arrivate al centralino del Telefono Rosa sono state 8.120. Di queste, 750 hanno richiesto l’attivazione di percorsi psicologici, 875 l’apertura di consulenze di avvocate dell’associazione. Numeri ancora maggiori rispetto a quelli del lockdown. Uno dei periodi più neri per l’umanità, che ha fatto esplodere i casi di violenza domestica a scapito delle donne. Balla ha deciso di raccogliere le testimonianze di chi ci è passata. E lo ha fatto nel libro Chiuse in casa (Castelvecchi editore, pp. 96 – 12,50 euro), raccontando storie per riflettere e denunciare quello che accade intorno a noi.

Sono storie realmente accadute quelle riportate nel volume?

«I nomi sono di fantasia, e anche gli ambienti e i contesti lo sono. Ma si tratta di storie vere. Sono emerse da una ricerca che è stata possibile grazie alle schede compilate nel corso delle chiamate ricevute tra marzo e maggio 2020. Ne ho scelte solo alcune. Ma sono tantissime quelle che hanno raccolto durante il lockdown le professioniste del nostro team, psicologhe e avvocate, svolgendo un lavoro prezioso e necessario. Nel corso della pandemia non si poteva uscire di casa e le donne hanno subito ancora di più. Le situazioni di violenza non hanno fatto altro che acuirsi. Ci chiamavano nascoste nella doccia o quando uscivano per fare la spesa. E seppur rintanate in casa anche noi di Telefono Rosa abbiamo lavorato tantissimo».

I casi succedono di continuo

«A noi arrivano storie di donne che, nel 2024, non sanno cosa significhi gestire il denaro. Non solo non possiedono un conto corrente, che in Italia è una circostanza più diffusa di quanto si creda. Ma nei casi più gravi vediamo donne che non hanno neppure idea del fatto che possa esistere o meno un conto a loro nome e quanti soldi ci siano dentro. Non sono mai state neppure titolari di una carta ricaricabile».

La violenza economica al pari di quella fisica non conosce classe sociale. Può riguardare tutte le tipologie di donne…

«È così. Anche se si tende a pensare che le persone più esposte siano anche quelle meno alfabetizzate o con lavori poco remunerati. Va invece sottolineato che esistono donne, anche laureate e in ruoli apicali, che non hanno il controllo dei propri soldi e il cui stipendio viene interamente gestito da mariti e fidanzati. Esattamente come la storia di Margherita raccontata nel libro».

«Bella, colta, di professione manager» è scritto. «Ma la sua fregatura è la perfezione»

«La storia racconta il caso di una donna dalla vita apparentemente perfetta. Non solo per il lavoro che fa, ma anche per la famiglia. Il suo compagno è un collega, hanno una vita da sogno, lui è impeccabile, si sposano e va tutto per il meglio. Finché non arriva la figlia Greta. Il marito diventa sempre più possessivo, vorrebbe che lei lasciasse il lavoro perché non sopporta che guadagni più di lui. E alla fine lei le concede di amministrare il suo stipendio fino all’ultimo centesimo. Man mano perde il controllo della sua vita, fino a sfiorire tra percosse fisiche e mancanza delle ore libere per andare a lavorare, chiusa tra le mura di casa durante il lockdown».

Molto diverso, anche se accomunato dalla violenza economica, il caso di Giovanna, una donna di 67 anni, corrosa dai morsi della fame

«Nel libro si racconta come non mangi da giorni e vada avanti a acqua e zucchero. Il suo matrimonio durato 40 anni è finito perché il marito se ne è andato con un’altra. Lei copriva i turni nella pizzeria dell’ex. Aveva un lavoro e uno stipendio, ma a lui doveva rendicontare – con tanto di scontrini – tutte le spese del mese. Quando si separa e la pizzeria chiude per il Covid, si ritrova senza nessuno reddito. Non sa come pagare le bollette e non può più nemmeno fare la spesa».

Sono tutte storie a lieto fine, se così si può dire, in cui le donne a la fine trovano il loro riscatto…

«Sì, nei casi che abbiamo citato è così. È difficile fare una statistica ma quello che vediamo più spesso è che nelle donne che ci contattano, che sono di tutte le età, dai 20 ai 70 anni, scatta qualcosa. Captano dinamiche che non vanno nelle proprie relazioni, pur non sapendo dargli un nome. Come nel caso di Giovanna, che prende in mano le redini della sua esistenza, e si decide a chiamarci quando ha finalmente uno slancio di autostima. Talvolta ci chiamano perché si fanno coraggio stanche di subire violenza da anni. Oppure trovano la spinta, nel senso buono del termine, da parenti e amici o vicini di casa che si accorgono del problema e invitano le vittime a chiamarci».

La maternità spesso è alla base delle decisioni…

«Sì. Nel caso di Margherita ad esempio è stato il passaggio cruciale, ed è quello che vediamo spesso succedere. Quando le violenze si riversano sui figli, oppure questi devono vivere un ambiente nocivo, sviluppando una paura nei confronti del padre. Nel caso di Margherita la volontà di scappare dal marito esplode quando vede appassire anche la figlia Greta, ugualmente controllata in modo ossessivo dal padre e succube delle sue angherie. In quel caso si è arrivati a una denuncia perché Margherita ha deciso di tornare alla sua indipendenza, trasferendosi dalla madre insieme alla figlia».

I casi di violenza economica si accompagnano sempre anche alla violenza fisica?

«Solitamente dietro un caso simile si nasconde sempre una violenza psicologica di base, situazioni in cui l’uomo esercita un controllo totale sulla partner. Spesso sono proprio gli uomini a convincere le proprie mogli o compagne di non essere in grado di amministrare i conti di casi. Dicono che non sono capaci di farlo e per questo è meglio che lo faccia lui. E questa è già una forma di violenza. A volte poi si creano circostanze in cui non si riescono a scindere le tipologie di violenze esercitate, perché sono perpetrate tutte allo stesso tempo».

C’è un esempio anche di questo nel libro

«Sì, è il caso di Sonia. Una ballerina di 45 anni, con due figli maschi. Sposa l’uomo di cui è innamorata ma che presto si trasforma in un orco. Lui non lavora e non studia e pensa lei a far quadrare i conti. Fa i doppi turni, si spezza la schiena. Quando rimane incinta arriva a obbligarla a lavorare tanto che a un certo punto rischia di perdere il bambino. Ha una seconda gravidanza non desiderata perché il marito la costringe a avere rapporti. Ma infine, e per fortuna, anche per lei arriva il riscatto. Fugge con i figli e si riprende la sua libertà».

Cosa deve fare una donna che avverte di essere in una situazione di pericolo?

«Il primo step è chiamare il nostro centralino, che è aperto 24 ore su 24. Il numero è lo 06 37518282. Risponderà una operatrice esperta, formata sulla violenza di genere. Si può fare in anonimato, oppure c’è la possibilità di dare un nome falso. Il servizio è anche completamente gratuito, in tutti i suoi passaggi».

Come funziona il percorso per una donna che si rivolge a voi?

«Ci sono varie fasi. La prima è quella di chiamare, anche solo per chiedere informazioni. Poi se vuole la donna può venire nel nostro centro. Qui si inquadra la situazione, c’è una raccolta fatti. Dopodiché si è indirizzati dalle nostre professioniste verso l’iter adeguato. Non sempre c’è bisogno di denunciare e finire nel penale, a volte basta una consulenza psicologica. E con Telefono Rosa, qualora si ravvisi questa necessità, viene offerto un servizio di 10 incontri gratuiti. Le vittime possono usufruire del centro anche solo per gruppi di auto aiuto. Quindi non sempre si sfocia in una denuncia, anche perché noi non forziamo in alcun modo le persone che si rivolgono a noi. È la donna che sceglie, anche nei casi più gravi».

Cosa succede quando vi trovate di fronte alle situazioni più complesse?

«Se la donna è in pericolo, come ad esempio se subisce minacce di morte, viene subito messa al sicuro e trasferita in una casa rifugio a indirizzo protetto. Quindi nessuno sa dove si trova, perché la sua vita in quel momento è a rischio. Noi accogliamo il nucleo intero, compresi i figli minori».

In che condizioni si trovano queste donne?

«Si tratta in questi casi di persone completamente distrutte, che hanno perso la propria autonomia e devono recuperare se stesse. Sono seguite dalle nostre professioniste e piano piano si rimettono in piedi, partendo dalle cose più semplici come fare la spesa per poi arrivare alla ricerca di un lavoro. La fuoriuscita dalla violenza è un percorso lungo, ed è la donna a dover essere pronta».

Avete riscontrato un aumento di richieste di aiuto dopo l’uccisione di Giulia Cecchettin, la studentessa di 22 anni ammazzata l’11 novembre scorso dall’ex fidanzato Filippo Turetta, che ha scosso particolarmente l’opinione pubblica?

«Sicuramente, specie nelle più giovani, dai 18 ai 26 anni. Abbiamo calcolato una crescita del 15% di chiamate. Il motivo è che il tema della violenza di genere ha finalmente acquisito centralità, anche se non sempre se ne parla in termini corretti».

Qual è il modo giusto per parlare di violenza?

«La premessa è che il femminicidio è solo la punta dell’iceberg, l’atto finale. Chi si macchia di questi reati viene descritto come un individuo con problemi psicologici, quando non è assolutamente così. Non ci si sveglia una mattina e si uccide la propria compagna. Ci sono sempre dei segnali, anche nel caso di Giulia c’erano, ma forse chi le era vicino non ne ha colto la gravità. L’omicidio arriva sempre come esito di un controllo esercitato sulla vittima, di un possesso e di una ossessione nei confronti della donna che è percepita come un oggetto. E questo non ha niente a che vedere con l’amore».             

©

📸 Credits: Canva

Articolo tratto dal numero del 1° marzo 2024 de il Bollettino. Abbonati!

Giornalista professionista, classe 1981, di Roma. Fin da piccola con il pallino del giornalismo, dopo la laurea in Giurisprudenza e qualche esperienza all’estero ho cominciato a scrivere per i giornali, quasi sempre online. All’inizio di cinema e spettacoli, per poi passare a temi economici, soprattutto legati al mondo del lavoro. Settori di cui mi occupo anche per Il Bollettino.