Lavori inquinanti nel mirino della transizione ecologica. L’Italia è impegnata a raggiungere l’obiettivo di emissioni zero entro il 2050. Come? Innanzitutto attraverso l’aumento della produzione di elettricità da fonti rinnovabili e il potenziamento dei servizi di trasporto pubblico. Processi che contribuiranno a contrastare il cambiamento climatico, ma a quale prezzo?
Lavori inquinanti a rischio
La transizione energetica avrà dirette conseguenze sull’occupazione. Il Governo intende chiudere le centrali elettriche a carbone entro il prossimo anno. Quelle che non saranno riconvertite lasceranno a casa tutti i loro operai. Gli studi economici dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) rivelano come il mercato del lavoro verrà ristrutturato a scapito delle attività che hanno maggiore impatto sull’ambiente.
Chi perderà il lavoro?
L’industria manifatturiera sarà il settore più penalizzato. Si stima che quasi 1 milione di lavoratori perderanno il proprio impiego. Già entro il 2030 scompariranno 838.300 posti. A seguire è la produzione di energia elettrica da centrali a gas che conterà un ampio bacino di licenziamenti: 167.400. Al terzo posto appare inaspettatamente l’agricoltura. L’abolizione delle pratiche intensive di coltura inquinanti porterà infatti alla riduzione degli occupati di 131.200 unità. Chi è impiegato nell’offrire servizi non subirà particolari ripercussioni.
I lavoratori penalizzati
L’OCSE è in grado di fornire l’identikit dei futuri disoccupati. Tra le regioni colpite in maniera significativa dagli effetti della transizione ecologica appaiono quelle meridionali. Perché? Facile dirlo: nel Sud Italia c’è l’incidenza più alta di professioni legate al consumo di combustibili fossili. A perdere il lavoro saranno perlopiù uomini migranti con contratti precari e un’età media di 45 anni. Uno scenario che rischia di creare tensioni sociali qualora non venissero attivate misure a tutela delle fasce vulnerabili della popolazione. ©
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