mercoledì, 15 Aprile 2026

Nonnis, analista: «Il talento nell’ecosistema Web3 italiano»

DiAndrea Porcelli

15 Settembre 2025
Sommario
Web3

Traguardo per il Mercato globale delle tecnologie basate su Blockchain e Web3, che supera i 20 miliardi di dollari, con una crescita annua stimata del 66% fino al 2030 (Fonte: Statista). Una crescita con cui l’UE fatica a tenere il passo. «Occorre riconoscere che oggi utilizziamo servizi tecnologici offerti da attori esterni, in particolare Stati Uniti e Cina, senza aver ancora sviluppato una reale autonomia nel settore», dice a il Bollettino William Nonnis, Analista tecnico presso la Presidenza del Consiglio e membro dell’intergruppo parlamentare italiano su Blockchain, asset digitale e innovazione.

Insomma, l’Europa, pur avendo introdotto il regolamento MiCA per disciplinare il settore dei Crypto-asset, continua a scontare un ritardo infrastrutturale. E in Italia? Le notizie non sono buone: il nostro Paese rappresenta meno del 2% delle Startup europee attive in ambito Web3, pur potendo contare su centri di eccellenza tecnologica e professionisti di alto profilo.

L’Italia occupa solo il 47° posto nel mondo per utilizzo e comprensione degli asset digitali (Global Crypto Adoption Index 2024). Eppure, realtà come le associazioni di promozione sociale, le Startup Tech e i progetti pilota pubblici dimostrano che il potenziale esiste, e attende solo di essere messo a sistema.

Quali sono le eccellenze già presenti in Italia che meritano attenzione politica e mediatica?

«L’obiettivo non è la valorizzazione di singole eccellenze, ma la messa a sistema di un patrimonio significativo e quantitativo di competenze italiane nel settore della Blockchain e di Bitcoin. È fondamentale creare un contesto integrato che consenta a queste competenze di contribuire in modo concreto e costruttivo allo sviluppo nazionale, evitando una visione frammentata o puramente promozionale. Il vero valore di un approccio coordinato risiede nella capacità di mettere a disposizione del Paese strumenti e conoscenze in grado di renderlo più efficiente, innovativo e socialmente inclusivo, generando benefici diffusi per l’intera collettività.

Solo attraverso una strategia sistemica e ben organizzata è possibile trasformare le potenzialità tecnologiche in reali opportunità di crescita economica e progresso sociale. Per questo motivo, la partecipazione deve coinvolgere non solo esperti tecnici, ma anche figure con competenze gestionali e una profonda comprensione delle dinamiche del settore. È però importante evitare aggregazioni troppo ampie e dispersive: gruppi eccessivamente numerosi rischiano di ridurre l’efficacia delle decisioni e di ostacolare risultati concreti. Una composizione equilibrata e mirata è essenziale per garantire processi rapidi e traguardi tangibili».

L’Italia spesso viene percepita come in ritardo su questo fronte. È davvero così?

«Siamo abili nel far emergere tecnologie innovative grazie a menti brillanti e motivate, ma spesso ci scontriamo con la realtà burocratica, che limita una visione corretta e lungimirante. Per esempio, ho iniziato a studiare, comprendere e progettare soluzioni basate su Blockchain già nel 2012, collaborando con il Ministero della Difesa — grazie al Generale Francesco Noto — su un progetto di interscambio energetico peer-to-peer. All’epoca, questa idea era quasi utopica, mentre oggi se ne parla come di una realtà consolidata. Tuttavia, esistono menti visionarie sia nel settore privato sia in quello pubblico che concretizzano l’innovazione, non solo a parole o fra vincoli burocratici — che pure sono necessari entro certi limiti — ma con progetti reali e tangibili.

È proprio per questo che, sebbene siamo ancora indietro sotto alcuni aspetti, permane una percezione errata della tecnologia e del digitale nel nostro Paese. Fortunatamente, dopo 25 anni di esperienza nell’amministrazione, posso affermare che si stiano facendo finalmente passi avanti nella visione e nell’adozione di queste tecnologie, riconoscendole come strumenti fondamentali non solo dal punto di vista tecnico, ma anche sociale.

Questo approccio può funzionare efficacemente grazie al contributo di realtà dinamiche quali associazioni di promozione sociale (APS), Startup e altri enti innovativi che facilitano una comprensione approfondita delle tematiche legate alle tecnologie disruptive.

Un esempio concreto è rappresentato da APS come EvoDigitale, che ancora oggi offre corsi, progetti e consulenze di alto livello professionale su tematiche fondamentali quali Blockchain, Internet of Things (IoT/IoE), cybersecurity e intelligenza artificiale. Queste realtà non solo promuovono la formazione specialistica, ma garantiscono anche risultati concreti e misurabili, contribuendo così in modo significativo alla crescita e all’innovazione dell’ecosistema tecnologico italiano»

Dove possiamo recuperare terreno e dove, invece, siamo già competitivi?

«Innanzitutto, è fondamentale puntare sulla formazione della classe dirigente. Questo non è un problema di età, ma di volontà di mettersi in discussione e di confrontarsi quotidianamente con nuove sfide. Dobbiamo uscire dalla nostra comfort zone, perché come italiani abbiamo grandi potenzialità e possiamo essere tra i migliori.

Oggi la tecnologia ha connesso tutto il Mondo, e non esiste una nazione superiore alle altre, ma esistono persone capaci di rendere le innovazioni e le opportunità accessibili a tutta la popolazione globale, al di là dei confini nazionali. Ogni individuo può offrire un contributo per il bene comune globale, non solo per interessi nazionali. Di conseguenza, è necessario ripensare il diritto e le normative dei singoli Stati, adottando una prospettiva globale che tenga conto di un contesto interconnesso e senza confini».

La regolazione è spesso vista come ostacolo all’innovazione, ma nel caso degli asset digitali può anche essere un’opportunità. Quale dovrebbe essere l’approccio dell’Italia nel bilanciare innovazione e tutela?

«Il mio punto di vista è che, pur apprezzando l’approccio regolamentare europeo — che tende a normare anche aspetti molto specifici come l’aria — nel campo del digitale questo modello non è applicabile allo stesso modo. Il digitale non può essere regolamentato come un oggetto fisico, perché si tratta di un’entità fluida e globale.

È quindi necessario definire linee guida chiare e condivise, ma evitare regolamenti troppo rigidi che rischiano di ingessare l’innovazione e limitare la sua naturale evoluzione. Governare il digitale significa trovare un equilibrio tra controllo e flessibilità, adottando norme che favoriscano la crescita e la sicurezza, senza soffocare la creatività e la dinamicità tipiche di questo ambito».

Quali standard normativi internazionali andrebbero osservati o adattati per costruire una regolamentazione efficace in Italia?

«Propongo di partire da modelli già esistenti e consolidati, come quello dell’Estonia, uno dei paesi più piccoli ma allo stesso tempo tra i più avanzati tecnologicamente e socialmente. Non voglio sentire obiezioni basate sul fatto che paesi come l’Estonia non siano paragonabili a realtà come la Lombardia: se ragioniamo così, resteremo sempre nella nostra zona di comfort, perdendo importanti opportunità e rimanendo spettatori passivi di un cambiamento che ci riguarda da vicino. Questo discorso vale anche per l’Unione Europea nel suo complesso.

Attualmente, siamo fruitori di servizi tecnologici forniti da terze parti, principalmente Cina e Stati Uniti, senza avere ancora sviluppato una reale capacità autonoma nel settore tecnologico. Dipendiamo in gran parte da soggetti esterni. Basti pensare che non esiste ancora un vero social network o servizio digitale europeo di massa: siamo completamente dipendenti da piattaforme come Gmail, Microsoft, Amazon e altre. Questa situazione evidenzia l’urgenza di investire e costruire un ecosistema digitale europeo indipendente e competitivo».

Guardando al futuro: che ruolo potrebbe giocare l’Italia nello sviluppo europeo degli asset digitali, se il percorso di alfabetizzazione e valorizzazione fosse ben implementato?

«Abbiamo un enorme potenziale da esprimere, ma è fondamentale mettere le persone nelle condizioni di poterlo fare. È essenziale garantire un ambiente di lavoro sereno, dove non si viva nella costante paura delle conseguenze di ogni azione.

Dobbiamo tornare a stimolare la voglia e la fiducia delle persone, sia nell’investire in Italia e in Europa, sia nella possibilità di contribuire liberamente all’innovazione digitale, senza essere scoraggiati da visioni o normative non adeguate rispetto agli standard globali. In questo contesto, l’intergruppo parlamentare, sotto la guida dell’Onorevole Marcello Coppo, ha il compito di ascoltare e valorizzare le menti più brillanti, attraverso interlocutori competenti e rappresentativi, per costruire una strategia efficace e condivisa»         ©

📸 Credits: Canva  

Articolo tratto dal numero del 15 settembre de il Bollettino. Abbonati!

Imparare cose nuove e poi diffondere: è questo il mio obiettivo. Proprio questo mi ha portato ad approfondire il mondo del web3, della finanza digitalizzata e delle crypto. Per il Bollettino mi occupo di raccontare una realtà ancora poco conosciuta in Italia, ma con un grande potenziale.