La sostenibilità guida la crescita economica globale, subito dopo il comparto Tech. I Mercati legati alla Green Economy superano i 5.000 miliardi di dollari nel Mondo. E il nostro Paese? L’industria Green italiana si dimostra solida e ad alto valore aggiunto, con le eco-industriali nazionali stabili a quota 214,7 miliardi di euro. Una spinta finanziaria trainata dal disaccoppiamento tra la crescita del PIL e il calo strutturale di consumi ed emissioni.
La spinta finanziaria della Green Economy
La sostenibilità e la transizione ecologica si traducono in un Mercato industriale ad alto valore aggiunto. Nel 2023 il valore dei beni e dei servizi prodotti dalle eco-industrie per la tutela ambientale è rimasto solido a quota 214,7 miliardi di euro (+0,4% rispetto all’anno precedente). La spesa complessiva per la protezione dell’ambiente raggiunge i 52,9 miliardi di euro (+2,8%), trainata dagli investimenti delle imprese nella gestione dei rifiuti (+5,6%). A dimostrazione della centralità dell’efficientamento energetico, il valore aggiunto delle attività a esso collegate segna un incremento del 5,5% a prezzi correnti, arrivando a rappresentare da solo il 50% dell’intero settore dei beni e servizi ambientali (Fonte: Istat, Conti ambientali).
Green Economy: dati e settore in crescita
La transizione climatica è un motore economico strutturale che nel Mondo ha già superato i 5.000 miliardi di dollari. La Green Economy è il secondo settore a più rapida crescita al Mondo (dietro solo al Tech) e si espanderà del 6% annuo fino a oltrepassare i 7.000 miliardi di dollari entro il 2030, forte di 142 Paesi che hanno già adottato target di neutralità climatica (Fonte: World Economic Forum e Boston Consulting Group). In questa mappa degli investimenti, la Cina guida la corsa con 659 miliardi di dollari allocati nel solo 2024, seguita dall’Europa con 410 miliardi e dagli Stati Uniti con circa 300 miliardi. Ormai oltre il 50% delle emissioni globali può essere abbattuto con tecnologie low carbon (come fotovoltaico, eolico e batterie) che risultano già oggi economicamente competitive e prossime alla parità di costo anche senza l’ausilio di sussidi.
Il disaccoppiamento tra crescita economica ed emissioni
È evidente un progressivo disaccoppiamento tra l’andamento del Prodotto Interno Lordo (PIL) e i fattori di pressione ambientale. Nel 2024, a fronte di una crescita reale del PIL dello 0,7%, il consumo di energia delle unità residenti è diminuito del 2,1%, mentre le emissioni di gas climalteranti sono scese del 2,8%, attestandosi a 386 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Questa tendenza consolida i risultati già registrati nel 2023 quando, con un PIL in crescita dell’1%, si era assistito a una contrazione ancora più netta sia dei consumi energetici (-4,8%) sia delle emissioni di gas serra (-5,9%) (Fonte: Istat, Report Economia e Ambiente).
Il nuovo mix energetico e il nodo della dipendenza estera
Il percorso verso la decarbonizzazione è guidato da una radicale trasformazione del mix energetico. Sebbene nel lungo periodo il fabbisogno sia cresciuto di nove volte rispetto al 1930, dopo il picco storico del 2005 (192 Mtep) i consumi energetici e l’intensità energetica del Pil sono strutturalmente calati. Le fonti rinnovabili registrano un’impennata, salendo dal 7% dei consumi finali lordi del 2005 fino a oltre il 21% nel 2024. Nello specifico della sola produzione elettrica lorda nazionale, le fonti pulite (con un forte recupero dell’idroelettrico) hanno coperto nel 2024 il 49,6% del totale, sfiorando la metà del fabbisogno (Fonte: Istat, Rapporto Annuale). Tuttavia, permane l’elemento di vulnerabilità legato all’approvvigionamento: il nostro Paese registra un tasso di dipendenza energetica dall’estero pari al 75,6%, un dato che ci colloca al settimo posto tra i paesi UE più dipendenti (Fonte: Istat, Noi Italia).
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