Cresce il divario tra sistema sanitario pubblico e privato. Nel 2024 il fatturato aggregato dei principali 38 operatori della sanità privata – quelli con ricavi superiori ai 100 milioni di euro come Ospedale San Raffaele e Policlinico Gemelli tanto per citarne alcuni – ha toccato quota 13,4 miliardi di euro (+22% sul 2019). Anche la spesa sanitaria pubblica sale, attestandosi a 138,3 miliardi di euro (pari al 6,3% del PIL). E lo farà ancora nel 2026, secondo le previsioni, arrivando a 148,8 miliardi.
Nel frattempo però la spesa diretta a carico delle famiglie (cosiddetta “out-of-pocket”) e della sanità integrativa registra il valore record di 42,4 miliardi di euro. La spinta arriva da un 9,9% di cittadini che rinunciano a visite ed esami nel canale pubblico per evitare attese. A metterlo nero su bianco è il report dell’Area Studi Mediobanca.
La dinamica dei ricavi nel settore privato
L’espansione del fatturato privato (le previsioni parlano di una ulteriore crescita del 3,7% per il 2025) va agganciata ai sempre più consistenti volumi di prestazioni diagnostiche e chirurgiche, sostenuti in particolare dal capitolo dell’assistenza agli anziani. In testa alla scalata si collocano i grandi gruppi: la leadership di Mercato per giro d’affari fa capo alla holding Papiniano (Gruppo San Donato e Ospedale San Raffaele) con 2,16 miliardi di euro, seguita dal Gruppo Humanitas (1,26 miliardi), GVM – Gruppo Villa Maria (968 milioni), Policlinico Universitario A. Gemelli (946 milioni) e il gruppo KOS (799 milioni).
Anche il personale impiegato nelle società analizzate risulta in aumento: sono 102mila le unità, con un incremento del 5,3% sul 2023 e del 17,5% sul 2019. Il costo del lavoro pro-capite nel 2024 è stato di 43mila euro, oscillando tra i 33.800 euro per gli operatori della long term care e i 47.900 dell’assistenza ospedaliera.
Tuttavia, alla crescita dei ricavi top-line non corrisponde un analogo recupero della redditività operativa, i cui margini (EBIT) restano al di sotto dei livelli pre-Covid. Ciò è dovuto all’aumento dei costi energetici, dell’inflazione sui materiali e dei rinnovi contrattuali.
La spesa sanitaria italiana nel contesto internazionale
Nei Paesi OCSE la situazione appare diversa. La spesa sanitaria media pro-capite a carico del pubblico è a quota 5.967 dollari nel 2024 (il 9,3% del PIL). L’Italia si colloca al di sotto di questa media sia in termini di spesa pro-capite (5.200 dollari) sia in rapporto al PIL (8,4%). Scorporando poi tra i dati di spesa la sola componente pubblica, si scopre che la percentuale di investimento sul PIL dell’Italia (6,3%), risulta in ritardo rispetto ai principali partner europei come Spagna (6,7%), Regno Unito (9,1%), Francia (9,7%) e Germania (10,6%).
Per il quadriennio 2026-2029, le stime indicano una sostanziale stabilizzazione della spesa sanitaria pubblica nazionale al 6,4% del PIL, pur con un incremento dell’incidenza sulla spesa corrente primaria (15,7% nel 2027 contro il 15,4% del 2025) inevitabilmente trainato dal progressivo invecchiamento della popolazione.
Il riflusso dal pubblico: 42,2 miliardi di spesa out-of-pocket
L’espansione della sanità privata si intreccia a doppio filo con la progressiva contrazione delle risorse destinate al Servizio Sanitario Nazionale (SSN). L’analisi della Fondazione Gimbe evidenzia come tra il 2023 e il 2026 i cosiddetti “tagli invisibili” – la riduzione della spesa sanitaria pubblica in rapporto al PIL – abbiano generato un deficit di finanziamento stimato in 18,8 miliardi di euro.
Il problema dell’allungamento delle liste di attese spinge un italiano su dieci (il 9,9%) a rinunciare del tutto a visite ed esami specialistici. L’alternativa obbligata diventa così il ricorso al privato.
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