Se c’è un problema che non affligge la Pubblica Amministrazione italiana è la mancanza di donne nell’organico. Al contrario: su circa 3,3 milioni di occupati, due terzi sono donne, metà di queste impiegate nella scuola. Una distribuzione di capitale umano quindi rovesciata rispetto al settore privato, al punto che si potrebbe parlare quasi di una sotto-rappresentazione del genere maschile.
Per di più, le donne che lavorano nel comparto sono anche mediamente più scolarizzate. Nel pubblico è infatti al femminile anche il 61% del totale degli occupati con laurea triennale e il 56% degli occupati con titolo di laurea magistrale o ciclo unico. Ma neppure una maggiore istruzione è sufficiente a garantire alle donne equità. Tra le principali criticità c’è infatti un gender pay gap particolarmente pronunciato.

Gender pay gap
Il differenziale retributivo nominale annuo ammonta in media a circa 5.200 euro, tutto a svantaggio delle donne. Andando a vedere poi la retribuzione giornaliera, emerge come in media gli uomini guadagnino circa 17 euro in più. Uno scalino ben più elevato rispetto al privato, dove la differenza si ferma invece a 10 euro (INPS, 2022).
E a stupire è anche un altro aspetto: gli stipendi maschili restano più alti anche nel caso le mansioni siano identiche. Nel 2021, ad esempio, a fronte di un divario retributivo medio di circa il 16%, a parità di condizioni contrattuali il gap si attestava comunque al 6%. Lo stesso in caso di parità di caratteristiche individuali: qui lo scarto oscillava tra il 7% e 6%.
Poche dirigenti
L’altro grande nodo è che, nonostante la fitta presenza di donne nell’organico del settore pubblico, le stesse continuano a faticare per accedere a ruoli di potere. Il famoso tetto di cristallo, ancora più difficile da sfondare nella Pubblica Amministrazione. Soltanto il 12% nei ruoli dirigenziali apicali è coperto da donne, contro il 23% delle donne nei ruoli dirigenziali intermedi e il 50% di donne nei ruoli non apicali.
È occupato da donne meno del 20% delle posizioni ai vertici di università (18,4%), enti pubblici di ricerca (18,7%), ambasciate (14,4%), enti pubblici economici (18,5%) e organi costituzionali o a rilevanza costituzionale (18,9%). Non va meglio nei ministeri: sono rosa solo 19 posizioni su 90 di dirigenti generali centrali. I dati migliori sono nei ministeri senza portafoglio (45,5%), a fronte di una media del 35% per i ministeri di maggior peso. Per quanto riguarda le partecipate pubbliche poi, sia quotate che non, su 262 amministratori unici, solo 27 sono donne (il 10%).
Prosegue invece la crescita della presenza delle donne nei CDA, arrivate al 43% per le società quotate e a quasi il 35% per le partecipate. Merito della Legge Golfo-Mosca, la 120 del 2011, normativa che impone una quota minima di donne negli organi di governo delle società quotate e di controllo pubblico. Neppure questo, però, equivale a un raggiungimento facilitato delle plance di comando. «Non sempre la maggiore presenza delle donne tra i membri dei CDA ha avuto come conseguenza il raggiungimento di posizioni di comando», si rileva in un comunicato del Flepar, associazione di avvocati, professionisti e tecnici sanitari. In circa tre quarti dei casi, infatti, le donne risultano consiglieri indipendenti, ossia privi di deleghe gestionali e operative.

Le proposte
L’organizzazione lancia una proposta: serve una normativa specifica per estendere «l’obbligo della parità di accesso di genere ai ruoli apicali e direttivi centrali della pubblica amministrazione, compresi quelli degli enti pubblici dove sono previsti consigli di amministrazione e organi di controllo». La questione è anche di competitività e crescita: una ricerca del Boston Consulting Group ha evidenziato come nel 2022 le aziende con almeno il 30% di dirigenti donne abbiano registrato un aumento del 15% della redditività. Lo studio evidenzia anche che, se donne e uomini partecipassero nella stessa misura all’imprenditoria, il PIL mondiale crescerebbe dal 3 al 6%.
Il concorso pubblico
Eppure è proprio nella PA che il quadro regolatorio si fa più stringente in fatto di garanzie a favore di uguaglianza e la parità di opportunità. Alla base di tutto c’è l’articolo 51 della Costituzione, secondo il quale «tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini».
E poi va considerato il presidio del concorso pubblico, l’unica strada per accedere a un posto nella PA che dovrebbe eliminare alla base ogni discriminazione. C’è però a corollario una norma che non va dimenticata. L’articolo 52 del TUPI (Testo unico sul pubblico impiego) attribuisce alla contrattazione collettiva la disciplina dei criteri con cui effettuare le progressioni nella stessa area, «in funzione delle capacità culturali e professionali e dell’esperienza maturata e secondo principi di selettività, in funzione della qualità dell’attività svolta e dei risultati conseguiti, attraverso l’attribuzione di fasce di merito».
Si lascia uno spazio di discrezionalità. Invece la progressione tra diverse aree, per la quota non riservata all’accesso dall’esterno, avviene, spiega la norma, «con procedura comparativa, basata sulla valutazione positiva conseguita dal dipendente negli ultimi tre anni di servizio, sull’assenza di provvedimenti disciplinari, sul possesso di titoli e competenze professionali ovvero di titoli di studio ulteriori rispetto a quelli previsti per l’accesso dall’esterno, sulla tipologia degli incarichi rivestiti».

Servizio sanitario
Nella Sanità si registra perfino una escalation in fatto di organico femminile. Le donne sono quasi 460mila e sono passate in dieci anni, dal 2010 al 2020, a rappresentare dal 64% al 69% del totale (Ministero della Salute, 2022). Ancora una volta, però, se si guarda a quante donne ricoprono posizioni apicali, il rapporto con gli uomini praticamente si inverte.
Ad esempio, tra i medici solo il 21% delle donne dirige una struttura complessa e il 38% una struttura semplice. E anche alla guida di ASL e Ospedali le donne ai vertici sono appena un terzo. La quota più elevata di donne sul totale, pari al 73%, corrisponde ai profili del ruolo amministrativo, immediatamente seguito dal ruolo sanitario con il 70% di personale di genere femminile e dal ruolo tecnico cui corrisponde una percentuale di donne del 65%. Unica eccezione i dirigenti sanitari non medici, dove sono le donne a primeggiare con il 60% al vertice. Non a caso nella Sanità ci sono ben 454mila infermiere, categoria anche questa ad alta preferenza femminile. Altro caso a parte la presenza di donne nella dirigenza amministrativa, dove alla guida di strutture complesse sono in maggioranza (54%) così come nella dirigenza delle professioni sanitarie (54%).
Al contrario, il trend diventa perfino negativo nel caso di ASL e ospedali. Secondo la Fiaso (Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere), le donne ricoprono oggi un terzo del totale degli incarichi di vertice, ma dal 2024 sono passate dal 34,3% al 33%, con un calo dell’1,3%, segnando un’inversione di tendenza rispetto alla crescita costante registrata negli ultimi anni.
La Scuola
E nella Scuola? In poco più di un milione di operatori, 975mila sono donne. Qui c’è anche una questione culturale, perché si tende a pensare che i ritmi della Scuola riescano a conciliarsi meglio con le esigenze familiari. I dati sono del Ministero dell’Istruzione e del Merito, relativi all’anno scolastico 2022-2023. Su 709mila docenti di ruolo in cattedra, 586mila sono donne. La percentuale complessiva più alta di insegnanti donne si riscontra nelle scuole statali: quasi 83 su 100. Nel 2001 le donne tra le insegnanti di ruolo erano il 78%, ben quattro punti in percentuale in meno.
Non è una sorpresa: da anni alle scuole dell’infanzia e alla primaria le percentuali di insegnanti donne si sono stabilizzate ai limiti massimi, sopra il 99% nelle prime e oltre il 96% nelle seconde. Ma a colpire è anche un altro fenomeno. Ed è l’abbandono della scuola da parte di insegnanti maschi anche nei gradi dove si è sempre verificato un equilibro tra uomini e donne, vale a dire le classi delle secondarie. Il sintomo, forse, di una diversa percezione del mestiere, non più considerato di prestigio e autorevole, come per le generazioni passate. Alle scuole medie le professoresse hanno superato il 77% contro il 75% di vent’anni fa, mentre la quota di colleghe degli istituti superiori è arrivata al 66%, pari a due donne su tre in cattedra (contro il 59% del 2001).
Le medie
Tra tutti i settori scolastici, la secondaria di secondo grado è quella che più di altri ha registrato un aumento di insegnanti donne. La presenza femminile tra i professori degli istituti superiori è aumentata mediamente di oltre 8,4 punti negli ultimi vent’anni, passando dal 58% al 66,4%, con un incremento particolarmente accentuato nelle regioni del Sud. Ma le Regioni da segnalare per il maggiore tasso di femminilizzazione sono Lazio, dove l’85% di docenti è donna, poi Liguria e Lombardia con l’84%. Il Molise ha il 79% di presenza femminile in cattedra, preceduto da Basilicata e Sardegna con l’80%. Nel complesso, sono le regioni del Centro Italia quelle con il più alto tasso di femminilizzazione, in media l’84%, mentre le Isole registrano il tasso più basso con l’80%. Ma sono comunque presenze e numeri molti alti.
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📸 Credits: Canva
Articolo tratto dal numero del 1° ottobre de il Bollettino. Abbonati!
