Le donne sono meno presenti nei circuiti dell’investimento, della gestione patrimoniale e del rischio. Perché? Non è solo questione di accesso, ma anche di cultura, fiducia, aspettative sociali.
Negli ultimi anni, però, qualcosa si muove. Il merito è delle trasformazioni digitali e dell’emergere di strumenti decentralizzati – come le criptovalute e le tecnologie Web3 – che riscrivono le regole della partecipazione economica.
Alcuni dati: nel 78% delle famiglie italiane, è un uomo a prendere le decisioni finanziarie. Anche tra gli investitori individuali il divario è netto: in Italia, solo il 25% delle donne investe in strumenti finanziari, contro il 42% degli uomini (fonte: Consob, 2024). Le differenze non riguardano solo la partecipazione, ma anche le competenze: le signore ottengono punteggi più bassi negli indici di alfabetizzazione finanziaria in 11 Paesi europei, Italia compresa (fonte: OCSE, 2023).
La distanza si spiega in parte con fattori socioeconomici: le lavoratrici in media guadagnano meno, hanno carriere più discontinue e più responsabilità familiari. In Italia, il divario salariale medio nel settore privato è dell’11% (fonte: Banca d’Italia, 2023). Questo limita la capacità di risparmio e, quindi, di investimento.

Anche l’approccio al rischio è diverso. In generale le donne sembrano preferire proteggere il capitale, gli uomini invece cercare la crescita del patrimonio anche rischiando. La prudenza, però, non è necessariamente una debolezza. Anzi: secondo uno studio della Warwick Business School, i portafogli al femminile rendono in media l’1,8% in più all’anno, grazie a strategie meno impulsive e più disciplinate (fonte: Warwick Business School, 2022).
Le signore oggi rappresentano il 47% dei sottoscrittori di fondi comuni in Italia, contro il 34% del 1996. E l’investimento medio si avvicina a quello maschile: circa 50.000 euro contro i 55.000 degli uomini (fonte: Assogestioni, 2023).
La differenza però si accentua nel settore delle criptovalute, che nasce come territorio prevalentemente maschile.

Nuova finanza vecchi divari
Fino al 2018, solo l’8,5% degli investitori in Crypto a livello globale è donna (fonte: eToro, 2018). Percentuale che, nel 2023, sale al 39%: circa 155 milioni di investitrici.
La crescita è trainata soprattutto da giovani donne, in particolare nelle economie emergenti. In Vietnam, il 24% della popolazione femminile adulta possiede criptovalute. In India, le donne coinvolte nel Mercato Crypto sono circa 63 milioni. Anche in Paesi come Filippine e Kenya la partecipazione femminile supera il 9% della popolazione.
In Europa occidentale, i numeri restano bassi. Eppure, l’Italia sorprende: il 43% dei possessori di criptovalute è donna, una delle percentuali più alte in assoluto. Seguono il Regno Unito (40%) e l’Australia (41%). In Germania e Francia, invece, la quota scende sotto il 30%.
Tra le donne italiane tra i 18 e i 34 anni, le criptovalute sono il secondo strumento di investimento più scelto dopo il contante. Tra chi non possiede Crypto ma intende farlo entro l’anno, quasi una su due è donna. La facilità di accesso, l’assenza di intermediari e l’appeal tecnologico spiegano in parte questa crescita (fonte: Triple-A, 2023).
Ma non tutto è positivo. Le donne restano largamente escluse dai ruoli chiave del settore. Solo il 6% dei fondatori di Startup Blockchain è donna. E meno del 7% dei fondi di venture capital dedicati al Web3 finanzia progetti guidati da team femminili. Nei ruoli dirigenziali, la presenza femminile resta ferma al 6% (fonte: Bitget, 2024).
Anche quando sono presenti, le donne faticano a ottenere visibilità, risorse e credibilità. Il Web3 nasce con l’ambizione di essere più democratico, ma oggi rischia di replicare i meccanismi esclusivi della finanza tradizionale.
Ostacoli invisibili
Ancora oggi, molti stereotipi resistono: le donne “non sarebbero portate” per la matematica, per il rischio, per le decisioni economiche complesse. Uomini e finanza restano, nell’immaginario collettivo, un’accoppiata naturale. Donne e denaro, una relazione da giustificare.
Nel settore Crypto, questo si traduce spesso in ambienti percepiti come chiusi, elitari, o peggio, ostili. Il fenomeno dei “Crypto bros” – community dominata da uomini, linguaggio ipercompetitivo, cultura dell’hype – rende difficile per molte donne sentirsi legittimate a partecipare. Le conseguenze non si misurano solo in numeri, ma anche in fiducia, ambizione e aspirazioni professionali.
Anche l’accesso al capitale resta diseguale. Le imprenditrici fanno più fatica a raccogliere fondi, soprattutto in settori percepiti come altamente tecnologici. Mancano reti professionali solide, mentorship, role model. Le donne che entrano nel Web3 spesso lo fanno come autodidatte, senza supporto strutturato.

Il risultato è un doppio ostacolo: le donne sono meno presenti, e quando ci sono, devono dimostrare di valere il doppio per ottenere metà della fiducia.
Segnali di cambiamento
Nonostante gli ostacoli, qualcosa si muove. Negli ultimi due anni nascono iniziative pensate per colmare il divario e facilitare l’ingresso delle donne nella nuova economia digitale. Bitget, una delle principali piattaforme di scambio Crypto, lancia nel 2024 il programma Blockchain4Her, con un fondo da 10 milioni di dollari destinato a sostenere Startup femminili, mentorship e percorsi formativi.
Progetti simili crescono anche altrove: SheFi, Women in Blockchain, Unstoppable Women of Web3 offrono formazione tecnica, accesso a network internazionali e spazi di visibilità. Si tratta di piccoli ecosistemi che provano a cambiare le regole dall’interno.
I dati confermano un interesse crescente. Nel solo terzo trimestre del 2023, nascono 31 nuove Startup Blockchain fondate da donne, quasi il doppio rispetto al trimestre precedente (fonte: Bitget, 2024). Le community online vedono sempre più protagoniste femminili, e sui social nascono figure capaci di tradurre linguaggi complessi in contenuti accessibili.
Anche sul fronte degli investimenti tradizionali si vedono segnali positivi: aumenta la quota di donne tra i sottoscrittori di fondi, si riduce il gap nell’investimento medio, cresce la propensione a gestire in autonomia il proprio risparmio.
Ma la sfida resta aperta. Perché il cambiamento sia sistemico serve un impegno collettivo: da parte delle istituzioni, che devono promuovere l’educazione finanziaria; del Mercato, che deve riconoscere il valore della diversità; della cultura, che deve smettere di associare la competenza economica solo al maschile.

Gender gap e finanza
Il divario di genere nella finanza non è un’anomalia: è il riflesso di un sistema che, per troppo tempo, esclude metà della popolazione dalle leve del potere economico. La finanza tradizionale ne porta ancora i segni, ma anche l’innovazione digitale rischia di replicarne le logiche.
Eppure, oggi più che mai, esiste uno spazio per invertire la rotta. Le donne investono, risparmiano, costruiscono Startup, partecipano al Web3. Lo fanno con approcci diversi, spesso più consapevoli, più prudenti, più sostenibili. E lo fanno nonostante ostacoli ancora presenti.
Rendere l’economia inclusiva non è solo una questione di equità. È una questione di intelligenza collettiva, di crescita, di innovazione. Perché un sistema che lascia indietro il talento femminile spreca metà del proprio potenziale.
Il futuro della finanza – analogica o digitale – si gioca su questo terreno: chi resta ai margini, chi prende spazio, chi riscrive le regole. E se vogliamo davvero parlare di rivoluzione, non può che essere una rivoluzione anche di genere.©
