Che in Italia si facciano pochi figli e la popolazione sia sempre più anziana non è una novità. Si inanella un record dietro l’altro: l’ultimo censimento ISTAT (ottobre 2025) parla di 369.944 nascite nel 2024, in calo del 2,6% sull’anno precedente, portando a una contrazione di quasi 10mila unità. E per l’anno in corso, in base ai dati provvisori gennaio-luglio, la discesa persiste con 13mila nati in meno rispetto allo stesso periodo del 2024 (-6,3%). È minimo storico anche per il numero di figli per donna, fermo a quota 1,18 e in flessione sul 2023 quando era 1,20.
Non si tratta più di una semplice tendenza. Ormai la spirale rischia di essere senza via di ritorno. Perché in riduzione sono anche le “coorti” – come si dice in sociologia – delle donne in età fertile, essendo la popolazione sempre più avanti con l’età. È possibile tornare indietro? «Di giovani ne avremo sempre di meno» dice Alessandro Rosina, demografo. Per contrastare la denatalità «dovremo sostenerne i progetti di vita e professionali». Agendo su alcuni obiettivi specifici. Perché se le nuove generazioni decidono di non diventare genitori è perché hanno difficoltà «con gli alti costi degli affitti, i bassi salari e la carenza di strumenti di conciliazione».
Portogallo
In Portogallo è successo: i nuovi nati sono aumentati del 5,1% nel 2022 e del 2,3% nel 2023. E il tasso di fecondità è salito così a 1,43 figli per donna. Ci si è arrivati potenziando le politiche che permettono alle famiglie di avere figli e lavorare. Nel Paese iberico i padri hanno per esempio diritto a venti giorni di congedo obbligatorio più cinque facoltativi. Un periodo che in Italia si ferma a dieci giorni. Nel 2021 poi, il Governo ha varato una norma che prevede di rendere i nidi gratuiti per tutti entro un quinquennio, partendo dai nuclei meno abbienti. Il risultato? Un aumento del 5% delle nascite nel 2022. Incoraggiante per un Paese che, su una popolazione complessiva di 10 milioni di abitanti, ha perso più di 200.000 abitanti in dieci anni.
Francia
Neppure la Francia è immune al calo demografico, ma da sempre si caratterizza per elevati tassi di natalità. E il Paese ha anche il maggior tasso di fertilità rispetto a tutta l’UE. La media è 1,86 figli per donna, quasi al livello di rimpiazzo, contro la media europea di 1,53 e italiana dell’1,27. Come hanno fatto? Investendoci: la Francia è una delle prime per spesa per famiglia e infanzia: nel 2018 era il 2,2 % del PIL, contro una media europea dell’1,7 e un dato italiano fermo all’1.

Un altro punto dirimente è una specifica politica fiscale, incentrata sul cosiddetto quotient familial. Funziona così: le aliquote fiscali si applicano sul reddito complessivo della famiglia diviso per quoziente familiare, numero che attribuisce un peso maggiore – e quindi sconti fiscali – al crescere dei carichi familiari. Una famiglia composta da una coppia con un figlio avrà quoziente pari a 2,5. In presenza di tre figli a carico il quoziente sarà di quattro e così via.
Gli aiuti
Va aggiunta poi una lista di aiuti economici. Dalla allocation familiale, erogato alle famiglie con almeno due figli dipendenti, il cui importo dipende dal reddito e dal numero di figli, alla prestation d´accueil du jeune enfant erogato alle famiglie con figli minori di tre anni in base a reddito, numero di genitori che lavora e numero di figli.
E poi ancora, bonus per la nascita di un bambino; sussidio alle famiglie con figli che frequentano la scuola tra 6 e 18 anni, per accedere al quale è previsto un criterio di prova dei mezzi basato sul reddito familiare e sul numero di figli supporto per i figli con un solo genitore o che vivono con i nonni; aiuti alle famiglie con almeno tre figli, sempre con importi variabili in base al reddito familiare.
Secondo la sociologa della famiglia Carla Facchini, docente dell’Università Milano-Bicocca, «c’è un aspetto culturale, che influenza le politiche francesi». E poi «la scelta di fare dei figli si sostiene nel lungo periodo». Nel 2019 «circa il 60% dei bambini sotto i tre anni ha avuto accesso a un servizio di assistenza formale, mentre è il 36% la media di tutta l’OCSE e solo il 28% dei bambini in Italia», fa sapere Olivier Thévenon, funzionario alle Pari opportunità dell’OCSE.
Infine il part time. La legge francese prevede la possibilità per uno dei genitori di lavorare a tempo parziale nei primi anni di vita dei figli. La durata cambia. Per il primo bambino per esempio, vale un anno e può essere rinnovata al massimo fino al terzo compleanno. I datori di lavoro possono concordare l’orario, ma sono obbligati ad assecondare la richiesta e lo Stato integra parzialmente la perdita di salario del lavoro.

Svezia
Anche la Svezia è un esempio di politiche che sostengono la natalità. I pilastri sono tre. Un sistema di congedi parentali generosi, l’accesso a basso costo a servizi per l’infanzia, e un approccio culturale incentrato sulla conciliazione vita lavoro. Quanto al primo, entrambi i genitori condividono 480 giorni di congedo retribuito per figlio, con indennità che coprono fino al 77,6% dello stipendio, sistema flessibile che permette una distribuzione bilanciata del carico di cura tra i genitori. Quanto invece al sostegno finanziario, un esempio è il barnbidrag, assegno universale mensile per i figli di circa 110 euro fino ai 16 anni. Poi i servizi per l’infanzia: gli asili nido coprono oltre il 54% dei bambini tra 0-2 anni. Fattori che creano una cultura che sostiene sia le madri sia i padri nella partecipazione al Mercato del lavoro.
Germania
Grazie a politiche mirate, in Germania la fecondità è passata da 1,39 a 1,58 figli in media per donna. Oltre a un congedo di maternità obbligatorio (Mutterschutz) di 14 settimane con una compensazione pari alla media del salario degli ultimi tre mesi, nel 2007 è stato introdotto l’Elterngeld, congedo parentale di un anno retribuito al 67% del reddito fruibile da entrambi i genitori e fino al 100% per le famiglie meno abbienti, con una premialità che lo porta a 14 mesi se l’altro genitore, solitamente il padre, ne usufruisce almeno in parte. Una riforma centrale perché originariamente il sistema prevedeva che solo la madre potesse astenersi dal lavoro fino al terzo anno di età dei figli, con una compensazione fissa solo fino ai due anni e soggetta alla cosiddetta prova dei mezzi. L’Elterngeld punta invece a sostenere l’occupazione delle donne attraverso una redistribuzione più equa delle responsabilità familiari.
L’Obiettivo di Barcellona
La Germania è anche vicina all’Obiettivo di Barcellona del 2002 fissato dal Consiglio europeo, che prevede di arrivare a una porzione pari a un terzo di bambini sotto i 3 anni che frequentano l’asilo. Nel 2019 circa il 31,3% dei bambini under 3 risultava aver usufruito di almeno un’ora di servizi pubblici per l’infanzia, contro il 26,3% italiano.
È poi riconosciuto il Kindergeld, assegno universalistico legato alla presenza dei figli per tutte le famiglie, a prescindere dal reddito: 219 euro al mese per il primo e secondo figlio, 225 euro per il terzo e 250 euro per ogni ulteriore figlio. È presente un assegno supplementare per i figli a carico (Kinderzuschlag) per i genitori il cui reddito mensile non è sufficiente a coprire il fabbisogno della famiglia: l’importo massimo è di 185 euro mensili per figlio. Le famiglie che lo ricevono sono esonerate dal pagamento delle spese per asili e servizi di cura. C’è poi il Bildungspakete, pacchetto di erogazioni che consentono ai figli di famiglie che ricevono il Kinderzuschlag di partecipare a attività sociali e culturali come gite, attività musicali e sport. In più, detrazioni fiscali legate a specifiche spese per i figli fino a 14 anni nei nuclei in cui entrambi i genitori lavorano, fino ai due terzi dei costi sostenuti.
I costi della denatalità
Il tema non è solo politico, ma tutto economico. Quali sono i costi della denatalità in Italia? In prima fila c’è il calo di popolazione in età da lavoro. Dal 2023 al 2060 le stime parlano di una riduzione del 34% (OCSE), tra le più ampie a livello internazionale, con una conseguente mancanza di competenze, dall’industria al settore energetico, che costerebbe circa 44 miliardi di euro. Così il numero di anziani a carico per ogni adulto in Italia aumenterà da 0,41, cioè un anziano a carico ogni 2,4 persone in età lavorativa, a 0,76, ovvero un anziano a carico ogni 1,3 persone in età lavorativa. A seguire il PIL: considerata la perdita di cinque milioni di persone in età da lavoro, la quota si ridurrà dell’11%, pari all’8% in termini pro capite.
Poi la spesa sanitaria. Al 2070 crescerebbero sia la spesa sanitaria (+0,1 punti percentuali del PIL, al 6,4%) sia quella per la long-term care (+0,5 punti, 2,1%, fonte: Awg). Il motivo è che entro il 2043 quasi il 40% delle famiglie sarà composto da una sola persona (fonte: ISTAT) e 6,2 milioni di persone over 65 (+38%) e 4 milioni di over 75 (+4%) vivranno da sole. In particolare la Ragioneria Generale dello Stato prevede una crescita continua della spesa complessiva per il welfare con un andamento crescente che arriverà nel 2043 al 25,1% del PIL, per poi decrescere anche per l’uscita dei baby boomer e si ridurrà al 22,7% nel 2070, un valore in linea con quello pre-pandemico.

Le eccezioni
entre nel Paese prosegue l’inverno demografico e si registra l’ennesimo calo della natalità, si distinguono due eccezioni virtuose. In controtendenza sono la Valle d’Aosta e le province di Trento e Bolzano, dove il tasso è aumentato rispettivamente del 5,5%, 1,9% e 0,6% (fonte ISTAT). Sono territori in cui non a caso vigono politiche familiari di lungo periodo. Emblematico è il modello Bolzano.
Nel ventaglio di interventi ci sono sussidi di diverso tipo, da quello provinciale per il nucleo familiare a quello per i figli o diretto alle stesse madri, cumulabili con l’assegno unico statale. E poi sgravi fiscali per i figli, coperture previdenziali per i periodi di cura dedicati full time ai bambini. La lista è lunga. C’è perfino il Family Support: volontari che per alcune ore alla settimana offrono gratuitamente supporto alle famiglie nella gestione quotidiana del neonato nel primo anno di vita.
Bolzano è anche la seconda provincia d’Italia per PIL pro capite, dopo Milano. Con un Mercato del lavoro che negli ultimi due decenni ha spesso registrato il tasso di disoccupazione più basso d’Italia. A fine 2023 era appena dell’1,5%. Sembrano molto lontane e invece sono sempre in Italia le Regioni dove al contrario si registrano le contrazioni della natalità più intense: Abruzzo (-10,2%) e Sardegna (-10,1%). E tra le Regioni con le più marcate diminuzioni del numero delle nascite si rilevano l’Umbria (-9,6%), il Lazio (-9,4%) e la Calabria (-8,4%). Meglio vanno la Basilicata (-0,9%), e le Marche e la Lombardia (rispettivamente -1,6% e -3,9%).
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📸 Credits: Canva
Articolo tratto dal numero del 15 novembre de il Bollettino. Abbonati!
