Conto più salato per la tassa di soggiorno. L’imposta introdotta con il decreto legislativo 23 del 2011 fa parte di uno dei punti in Manovra: i Comuni potranno innalzare i limiti massimi per persona (fino a 7 euro nelle città capoluogo e 12 euro nelle città d’arte). Dove andranno a finire i soldi? Il 30% del maggior gettito sarà destinato allo Stato per i fondi disabilità e minori e il restante 70% ai Comuni stessi.
Ma c’è di più: per i Giochi Olimpici e Paralimpici Milano-Cortina 2026, le città ospitanti potranno applicare un aumento aggiuntivo fino a 5 euro. Il tributo ha portato negli anni introiti sempre più consistenti nelle casse comunali. Più di un miliardo nel solo 2024, una cifra che si giustifica facilmente, considerando il giro d’affari del turismo, schizzato dopo la pandemia che ha superato i 240 miliardi (fonte Osservatorio Nazionale JFC sulla Tassa di soggiorno). Con l’Italia che si piazza come secondo Paese più scelto in Europa (fonte ENIT). Normale quindi che anche i ricavi derivanti dalla tassa di soggiorno si moltiplichino.

Record di incassi
L’anno in corso, secondo le previsioni, segnerà un ulteriore record di incassi. Se per il 2024 il versamento nei bilanci degli enti locali è stato di 1 miliardo e 24 milioni, per il 2025 è previsto un incremento del 29,1%. Tra le Regioni il podio va al Lazio, con 300 milioni di euro del 2024 contro i 189 del 2023. Seguono la Toscana (121 milioni rispetto ai 107 dell’anno precedente) e la Lombardia, con 114 milioni contro 93. Guardando alle singole città d’arte, in testa si posiziona Roma, che raggiunge 292 milioni nel 2024, in salita del 61,2% sull’anno prima. Dietro si colloca Firenze (+9,9% con 76,5 milioni), e infine Milano (+23% e 76,5 milioni).
Per farsi un’idea sull’andamento dell’imposta basta sbirciare tra i dati del 2011, primo anno di applicazione del tributo. I tredici Comuni pionieri che lo adottano ottengono 77 milioni in totale, passati poi a 163 nel 2012 con l’adesione di 377 Comuni, a 287 nel 2013, fino al record di 622 nel 2019, quando a introdurre la tassa sono in 1.210. Concluso lo stop dovuto al Covid-19 che provoca un crollo fino ad appena 192 milioni, si registra ancora una crescita. E le casse comunali tornano a sorridere con 628 milioni nel 2022 e poi 793 l’anno dopo.
Aumenti in vista
Il tesoretto potrebbe espandersi ancora. Nel decreto Anticipi approvato lo scorso 14 ottobre dal Consiglio dei Ministri si prevede la proroga per il 2026 delle misure incrementali sull’imposta di soggiorno, concesse dalla scorsa Manovra anche in ragione del Giubileo. Le disposizioni introdotte per l’anno giubilare, si legge nella bozza, «nelle more della revisione della fiscalità collegata al soggiorno temporaneo in strutture ricettive», potranno essere applicate anche nel 2026.

Il risultato è che i Comuni che già avevano ritoccato al rialzo l’imposta, potranno ulteriormente inasprirla. Dal 1° gennaio 2025 il tax cap è già passato da 5 a 7 euro massimo a pernottamento. Ma le eccezioni sono diverse. Una per esempio c’era già: per i Comuni con una proporzione di turisti venti volte superiore ai residenti (storicamente Rimini, Venezia, Verbania, Firenze e Pisa) la soglia si spinge fino a 10 euro.
Regole diverse
Le città d’arte invece possono chiedere fino a 12 euro a notte. In più i Comuni che ospiteranno i Giochi olimpici e paralimpici invernali Milano-Cortina 2026, avranno facoltà di aumentare la tassa fino a 5 euro a notte a persona. Tradotto: a Milano, dove il tetto massimo oggi è 7 euro, si potrà arrivare a 12; a Venezia si potrà passare da 10 a 15 euro.
Regole diverse, con maglie che si allargano ma non per tutti. Inevitabile che nascano polemiche tra le città. Milano ad esempio chiede lo stesso trattamento di Roma. «Non credo sia corretto questo trattamento differente. Se Milano fosse trattata come Roma potrebbe avere 20 milioni in più di risorse che oltre ai 70 che già incassiamo si potrebbero usare per alcune priorità come sicurezza, decoro e trasporto pubblico che poi sono elementi per cui i turisti scelgono Milano» ha detto l’assessora allo Sport e Turismo di Milano, Martina Riva. «Non è una richiesta che intendiamo solo per il periodo delle Olimpiadi perché serve una nuova rimodulazione per una città turistica come la nostra, che conta 800 mila presenze al mese».

Dove finisce il gettito
Ma a cosa è destinato l’incasso proveniente dall’imposta? «Il relativo gettito – si legge al comma 1 dell’articolo 4 del decreto legislativo del 14 marzo 2011 – è destinato a finanziare interventi in materia di turismo, ivi compresi quelli a sostegno delle strutture ricettive, nonché interventi di manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali ed ambientali locali, nonché dei relativi servizi pubblici locali».
I proventi della tassa di soggiorno quindi devono essere reinvestiti dal Comune solo ed esclusivamente nell’ambito turistico. Il vincolo è stato esteso anche al servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti dalla legge 213/2023, in compensazione dei costi generati dal consumo dei turisti sui residenti. Adesso si fa un passo in più. E in Manovra è spuntata una nuova ipotesi. Quella di mettere mano al maggior gettito che produrranno gli aumenti consentiti ai Comuni. Lo schema è quello di destinare le risorse per il 70% a finanziare gli interventi previsti dalla norma in materia di turismo e comparti affini. Il 30% verrebbe invece acquisito dal bilancio dello Stato per incrementare le risorse del Fondo unico per l’inclusione delle persone con disabilità. Lo Stato, insomma, tratterebbe una fetta del bottino per utilizzarlo in un settore estraneo al turismo e da sempre carente di stanziamenti.
La reazione di ANCI
Le proteste delle associazioni di categoria sono già partite. In primis da parte di ANCI, l’Associazione Nazionale Comuni Italiani. «Esprimiamo la nostra contrarietà in merito» ha detto il Presidente Gaetano Manfredi. «Pur apprezzando la proroga dei limiti massimi dell’imposta di soggiorno anche per il 2026, ci preoccupa la disposizione che prevede di destinare una quota dell’eventuale gettito aggiuntivo alle coperture delle spese comunali per i minori e l’assistenza agli alunni disabili». Per Manfredi non è altro che «una soluzione tampone e incerta nel quantum che scarica sui bilanci comunali una spesa che spetta allo Stato». L’imposta di soggiorno «non costituisce un’entrata libera, ma è stata concepita per finanziare le spese direttamente collegate all’impatto dei flussi turistici come mobilità, decoro urbano, rifiuti, sostegno alle strutture ricettive. L’utilizzo del tributo per finanziare spese obbligatorie per il sostegno a minori e disabili, che per loro natura sono spese statali, rischia di snaturarne il principio fondante».

Come funziona la tassa
Viene da pensare che, potendo, nessun Comune si tirerebbe indietro di fronte alla possibilità di introdurre l’obolo in questione, viste le coperture che garantisce. La realtà è che, però, non tutti possono averla. La prima apparizione della tassa di soggiorno nell’ordinamento è con il decreto legge 31 maggio 2010, numero 783, valido solo per la città di Roma. La seconda con il già citato decreto legislativo 234, contenente invece i principi che ne avrebbero definito i punti cardine. A spiegare chi può imporla è l’articolo 4. Si legge al comma 1: «I comuni capoluogo di provincia, le unioni dei comuni nonché i comuni inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o città d’arte possono istituire con deliberazione del consiglio, una imposta di soggiorno».
L’imposta vige su chi soggiorna in strutture ricettive alberghiere o extra-alberghiere, quindi anche in stanze prenotate su Airbnb per intendersi. Ma non tutti sono tenuti a pagarla. Di solito sono esenti i bambini fino ai 10 anni, a volte 14 anni ma anche 18, chi pernotta presso gli ostelli della gioventù, disabili e relativi accompagnatori, autisti e accompagnatori turistici, residenti e forze armate.
La frammentazione
Negli anni i Comuni beneficiari dell’imposta si sono via via organizzati. E hanno introdotto cifre variabili perché è il regolamento adottato da ognuno a indicare gli importi da riscuotere. È l’effetto del federalismo fiscale, di cui la norma è espressione. La tassa di soggiorno è stata introdotta infatti in seguito alla omonima riforma, attraverso cui si è data la possibilità di istituire i cosiddetti tributi comunali di scopo, tra cui proprio l’imposta di soggiorno.
Tra gli aspetti declinabili in base ai regolamenti interni ci sono non solo le tariffe, ma anche le esenzioni e le scadenze, benché da ancorare ad alcune direttive generali sui criteri di gradualità in base al prezzo dell’alloggio e alle soglie massime per notte.

Il caos però la fa da padrone. Quando fu introdotto il tributo, si attendeva un regolamento nazionale sulla disciplina generale d’intesa con la Conferenza stato-città e autonomie locali. L’atto non è mai stato emanato. Con buona pace del rispetto delle indicazioni di base. I gettiti finali ad esempio spesso non risultano proporzionali alla base imponibile, come richiesto dalla normativa. Con le nuove norme la palla passerà di nuovo ai Comuni, che decideranno di quanto alzare l’asticella dell’imposta e avvicinarsi al massimale consentito.
Per ovviare al disallineamento tra normativa nazionale e comunale, nell’estate 2024 è stata proposta una bozza di legge, che prevedeva aliquote fisse crescenti per classi di prezzo applicabili per camera e non per turista (fino a 5 euro per una camera con un prezzo fino a 100 euro a notte e fino a 25 euro per una camera con un prezzo superiore a 750 euro). La riforma è stata però rinviata perché rimanevano comunque alcune criticità. ©
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Articolo tratto dal numero del 15 novembre de il Bollettino. Abbonati!
