martedì, 20 Gennaio 2026

Italia fanalino di coda in Europa per laureati

DiIlaria Mariotti

15 Dicembre 2025
Sommario

Mancano giovani da assumere. Sono le competenze che servono a non esserci. Più di due terzi delle aziende italiane – il 69,2% (Fonte: Confindustria) – segnala difficoltà nel reperire le skill necessarie per le proprie attività, con criticità particolarmente spiccate per i profili tecnici. La scarsità di personale riguarda infatti soprattutto le mansioni manuali, segnalate dal 58,9% degli industriali.

C’entra l’inverno demografico. Diminuisce la popolazione residente: la quota di 15-64 anni sul totale della popolazione è passata dal 66% del 2000 al 63,5 del 2024 (fonte: ISTAT). Ma non si limitano a questo le ragioni del mismatch, ovvero il mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro. Non avrebbe ragione d’essere d’altronde in un Paese come l’Italia con il tasso più elevato di NEET, ovvero giovani “a spasso”, che non studiano né lavorano, in Europa, superiore al 15% e secondo solo alla Romania. E che potrebbero essere formati per ricoprire il fabbisogno occupazionale delle imprese. Per di più la disoccupazione giovanile è oltre il 18%. I giovani insomma, con le imprese alla disperata ricerca di risorse, dovrebbero avere tutto fuorché problemi a trovare un posto di lavoro.

Il gap tra domanda e offerta

Per i laureati in particolare ci sarebbero 670mila contratti pronti (i dati sono dell’ultimo bollettino Excelsior Unioncamere); per i diplomati ITS Academy 120mila. E ancora 1,3 milioni per diplomati e 2,3 milioni per qualificati professionali. Eppure quasi un’assunzione su due (47%) risulta difficile. Accade quanto mai per i tecnici ITS Academy (57,3%) e molto anche per i laureati (50,9%). Sono percentuali che confermano l’urgenza di colmare il divario tra formazione e fabbisogni produttivi.

«Il gap tra domanda e offerta di lavoro si mantiene molto alto anche quest’anno», ha detto Andrea Prete, Presidente di Unioncamere. «Non è una prerogativa italiana ma certo rappresenta un freno importante alla competitività del sistema Paese». La soluzione? «È indispensabile continuare a lavorare su più fronti, tra i quali quello dell’orientamento, che deve essere quanto più precoce possibile; su una più intensa relazione tra Università e imprese per frenare la fuga dei cervelli; su un migliore incontro e dialogo tra formazione e richiesta delle imprese».

Le imprese tendono infatti a cercare persone con titoli qualificati e specializzazioni «che molte volte non trovano corrispondenza nei curricula dei nostri ragazzi» ha commentato Paola Frassinetti, Sottosegretario di Stato al ministero dell’istruzione e del Merito. Che le nuove generazioni scelgano percorsi formativi che non trovano poi sbocchi sul Mercato del lavoro non è un discorso nuovo. Ma attenzione anche credere che il problema sia da ricondurre magari un eccessivo numero di laureati.

Italia maglia nera per laureati

Al contrario, il tasso italiano permane tra i più bassi d’Europa. Tra il 2001 e il 2024 la quota è cresciuta in modo costante, con un aumento complessivo del 139,6%. Ma nonostante i passi avanti, l’Italia resta fanalino di coda in Europa per giovani con un titolo universitario o di livello equiparabile: nel 2024, tra i 25 e i 34 anni, solo il 31,6% risultava in possesso di un titolo di studio terziario. Più di dieci punti sotto la media europea, che sfiora il 44%, e lontanissimo dall’obiettivo del 45% fissato dal Consiglio dell’Ue per il 2030.

Dove si annida quindi il motivo per cui le imprese faticano ad assumere giovani? Almalaurea fa riferimento nell’ultimo report a un disallineamento di competenze: «Tra gli occupati a un anno dal conseguimento del titolo oltre il 30% non utilizza in misura elevata le competenze acquisite all’Università e svolge un lavoro per cui il titolo di laurea non è formalmente richiesto: è il 39,3% tra i laureati di primo livello e il 31,9% tra quelli di secondo livello». Non va meglio più tardi: a cinque anni dal conseguimento del titolo la consistenza del fenomeno di disallineamento diminuisce, ma continua a coinvolgere almeno un quarto degli occupati: 32,5% tra i laureati di primo livello e 25,4% tra quelli di secondo livello. Le nozioni studiate all’università si discostano da quanto richiesto dalle imprese, sembrerebbe il messaggio sottotraccia.

Poche matricole nelle STEM

E poi un punto non si può tralasciare. Ci si immatricola ancora troppo, stando ai dati, a facoltà meno spendibili sul mercato. Ad esempio, tra i 134mila laureati di secondo livello del 2024, solo una minima parte è afferente alle materie STEM, quelle – è ormai noto – più richieste: il totale è di soli 39.409 giovani. Chi ha seguito percorso in area artistica, letteraria ed educazione più l’area economica, giuridica e sociale rappresenta la stragrande maggioranza della platea: sono ben 69.732. Rientrano invece nell’area sanitaria e agro veterinaria 25.172 laureati.

Tutto il contrario di quello di cui avrebbe necessità il Mondo del lavoro. Le lauree più utili sono per lo più in ambito tecnico-scientifico: Economia (193mila ingressi previsti) e Ingegneria (127mila). Seguono gli indirizzi insegnamento e formazione (117mila) e Sanità e professioni paramediche (54mila). Per gli under 30 le migliori opportunità si concentrano nei percorsi statistici (51,1% delle assunzioni previste) e nelle scienze motorie (40%). E viste le facoltà in cui si concentrano più laureati non sorprende che siano proprio gli indirizzi scientifici quelli in cui il mismatch è più alto: chimica e farmaceutica presentano un’introvabilità del 72,4%, seguiti dalle lauree sanitarie e paramediche (70,8%) e dall’area medico-odontoiatrica (67,2%).

Caccia ai diplomati

Anche i diplomati sono al centro della domanda. Ma non quelli sfornati, purtroppo, dalle scuole superiori nostrane. Nel 2024 i liceali rappresentano il 52,5% (19,8% scientifici, 10,9% linguistici, 9,5% delle scienze umane, 8,4% classici, 3,4% artistici, 0,6% coreutici e musicali), i tecnici il 37,5% (20,7% tecnici tecnologici e 16,8% tecnici economici) e i professionali il 9,9%. Nel frattempo le imprese guardano altrove. Cercano sì 1,3 milioni di profili, ma trainati soprattutto da amministrazione, finanza e marketing (381mila posizioni), turismo (239mila), meccanica e meccatronica (121mila), elettronica ed elettrotecnica (102mila). E un po’ a sorpresa risultano appetibili anche i licei con indirizzo artistico (51,9% delle richieste), grafica e comunicazione (46,5%). E poi turismo (43,4%) e informatica e telecomunicazioni (43,2%). Ma anche qui il mismatch è elevatissimo: 634mila diplomati risultano difficili da reperire, con carenze soprattutto negli indirizzi tecnici, costruzioni, ambiente e territorio (66,4%), meccanica, meccatronica ed energia (65,8%), elettronica ed elettrotecnica (60,9%), informatica e telecomunicazioni (58,8%).

E gli ITS, gli istituti che formano appositamente per introdurre personale negli organici aziendale? Sono ancora poco frequentati. Solo il 14,9% dei diplomati 2024, secondo Almadiploma, sta considerando l’opportunità di iscriversi a un corso ITS per completare la formazione dopo il diploma.

La fuga all’estero

Numeri che forse giustificano la decisione di molti di emigrare. Gli iscritti all’AIRE sono 6 milioni e 412mila. Cittadini che si aggiungono alla popolazione residente pari a 58 milioni e 934 abitanti. L’estero, afferma il nuovo Rapporto sugli italiani all’estero della Fondazione Migrantes, è diventata la ventunesima regione d’Italia. E guarda caso l’aumento registrato riguarda prevalentemente i giovani e i giovani adulti. In particolare tra i 18-34 anni, dove si rileva un +47,9% rispetto all’anno precedente a cui unire il +38,5% della classe immediatamente successiva (35-49 anni). Insieme è il 72,2% del totale delle iscrizioni per espatrio avvenute nel 2024 (era il 68,8% l’anno precedente).

Negli ultimi vent’anni il flusso di cittadini italiani verso l’estero si è progressivamente ringiovanito, fino a concentrarsi nella fascia di età 25-34 anni, classe anagrafica in cui completano i cicli di formazione avanzata e si compiono le prime scelte professionali. Rappresentano il 37,5% del totale espatri del 2024. La mobilità internazionale, conclude il rapporto, «è diventata un tassello ordinario dei percorsi di avvio carriera: spesso si parte per consolidare competenze e reti che in Italia faticano a valorizzarsi con la stessa velocità». L’Italia all’estero oggi è l’unica a crescere: nel territorio nazionale invece si fatica a scrollarsi il peso di «fragilità sociali ed economiche come i divari territoriali, gli squilibri demografici, le difficoltà di occupazione».

Gli expat i più istruiti

Altra notizia non esaltante è che ad andarsene sono sì i più istruiti. Ma non solo i laureati, bensì anche chi ha solo finito le scuole superiori. I più qualificati non sempre sono i profili più richiesti dal tessuto imprenditoriale italiano, più orientato per sua natura alla ricerca di personale di stampo tecnico. Ma sugli espatri 2024 meno di un terzo risulta composto da laureati o dottori di ricerca (31,8%). La maggioranza di expat è invece composta da un 36,1% di diplomati più un altro terzo, 31,1%, con la licenza media. Chi parte, oggi, sottolineano nello studio, è sì giovane e giovane adulto, ma è anche soprattutto diplomato.

La direzione dovrà essere quella di implementare una nuova filiera, «quella tecnologica professionale 4+2 che ha rivoluzionato in parte l’istituto tecnico e l’istituto professionale, riqualificandoli e agganciandoli agli Its Academy» ha spiegato spiega Frassinetti. Con l’obiettivo di far entrare prima gli studenti nel Mondo del lavoro. «In Germania e in Francia questa metodologia ha già dato da anni consolidati risultati; ora in Italia, soprattutto nel campo della meccatronica, dell’agroalimentare e del turismo, stiamo registrando effetti importanti».

Unioncamere lancia invece l’appello a «rafforzare l’orientamento già nelle scuole, intensificare il rapporto tra università e imprese per contrastare la fuga dei talenti e migliorare l’allineamento tra offerta formativa e fabbisogni produttivi». Senza un cambio di passo nella formazione, «la distanza tra domanda e offerta rischia di allargarsi ancora».©

📸 Credits: Canva   

Articolo tratto dal numero del 15 dicembre de il Bollettino. Abbonati!   

Giornalista professionista, classe 1981, di Roma. Fin da piccola con la passione per il giornalismo, dopo la laurea in Giurisprudenza e qualche esperienza all’estero ho cominciato a scrivere. All’inizio di cinema e spettacoli, poi di temi economici, legati in particolare al mondo del lavoro. Settore di cui mi occupo principalmente per Il Bollettino.