La moda italiana è ancora il fiore all’occhiello del Made in Italy? Il quadro non è dei più rosei. Una delle conferme della crisi in corso arriva dal fatturato del comparto, inteso come filiera, dunque dal tessile in poi. Il totale è passato da 63.709 milioni del 2023 a 59.800 l’anno successivo, in calo del 6,1% (fonte Centro studi Confindustria Moda). Anche il numero delle aziende si contrae e da 40.002 unità diventa di 38.570 (-3,6%). Va ancora peggio se si guarda indietro nel tempo. Tra il 2017 e il 2023 la perdita è di oltre 4.600 aziende nella filiera. Eppure il 2023 aveva segnato un traguardo importante, con il sistema che aveva oltrepassato la soglia dei 100 miliardi di euro di valore. Ma poi, con il 2024, una nuova discesa.
L’export nella moda
In flessione risulta anche il saldo commerciale, a 11.365 milioni dello scorso anno contro gli 11.533 del 2023, in diminuzione dell’1,5%. Effetto di un export che stenta: gli unici segni positivi sono per Cina (+9,7%) e un valore di 2.195 milioni cresciuti a 2.409, e Spagna (+0,5%) che sale a 2.135 milioni, contro i precedenti 2.123. Mentre calano le esportazioni di Francia e Stati Uniti, rispettivamente -0,9% e 0,7%. Scendendo da 4.624 a 4.580 la prima, e da 2.773 a 2.754 la seconda. Maglia nera alla Germania, il cui export crolla a -7,9%, da 3.852 milioni a 3.549.

Il clima tra gli imprenditori è di sfiducia anche nel futuro. Sempre secondo l’Osservatorio del Centro studi, nel primo trimestre 2025, seppur il 48% degli interpellati confidi nella stabilità delle condizioni di Mercato, la percentuale di chi prevede un peggioramento è il 31%. Appena uno su cinque, il 21%, si aspetta un aumento del fatturato mentre il 45% teme una flessione.
Ma non bisogna arrendersi alla congiuntura: «Il sistema tessile e moda italiano è chiaramente sotto attacco da più fronti» ha detto Luca Sburlati, Presidente di Confindustria Moda. «Ma noi abbiamo una straordinaria opportunità: alzare barriere che siano basate sulla nostra tradizione del bello e del ben fatto».
Cessioni e chiusure
Tradizione, bellezza, eccellenza. Tutti gli ingredienti che hanno portato la moda made in Italy al successo rischiano di franare se le vendite non sono più quelle di un tempo. Altri segnali inequivocabili della crisi del comparto emergono dalle chiusure. Un esempio è quello della storica G. Schneider Spa, con sede a Milano, che nel solo 2023 vantava un fatturato da 170 milioni. Una big che ha però annunciato la cessione di tutte le sue attività nel settore laniero, a eccezione di quelle in Mongolia e Sud America, a G. Modiano, altra importante azienda del settore con sede a Londra. A questa andrà lo stabilimento di Verrone. Si tratta dell’unico impianto di pettinatura in Italia in grado di lavorare lane fini e superfini, ma anche cashmere, altre fibre speciali e le fasi iniziali della vicuña, la fibra animale più preziosa al mondo. «In un’epoca in cui industria tessile e brand di moda sembravano dare meno importanza all’eccellenza delle materie prime, noi abbiamo continuato a investire in tracciabilità, sostenibilità, qualità e Made in Italy» hanno affermato Elena e Giovanni Schneider, oggi alla guida dell’azienda. Ma tanto non è bastato.
Il caso Canepa
A seguire c’è il caso Canepa. La storica azienda della seta, fornitrice di marchi del lusso, dello sportswear e del tessile casa con sedi nel leccese, si prepara a chiudere battenti entro la fine del 2025. Detenuta in parte dai fondi Muzinich e Invitalia, azionisti rispettivamente al 70% e 30%, ha registrato un calo del 15% del fatturato, pari a circa 3,5 milioni di euro. In una nota la società ha spiegato che è allo studio una newco per provare a garantire una parziale continuità produttiva. Altro obiettivo salvare circa 50 posti di lavoro sui 130 attualmente in organico, già dimezzati rispetto al periodo pre-crisi. Un altro tentativo di salvataggio c’era stato nel 2021, con un’iniezione di capitale da 18 milioni di euro (9 da Muzinich, 5 da Invitalia e 4 da Michele Canepa). Canepa però aveva chiuso il 2024 con 15,7 milioni di euro di ricavi, cinque in meno rispetto alle attese. L’ultimo piano di rilancio prevedeva per il 2025 una ripresa fino a 25 milioni. Ancora una volta però la risposta dal Mercato non è stata quella prevista. Di qui la decisione di liquidare l’azienda.

La concorrenza
Se a infliggere uno dei colpi più duri al settore della moda italiana è stato negli anni il fast fashion di Zara e Mango, tanto per citare alcuni tra i brand più noti, ad aggiungersi adesso è la concorrenza ancora più spietata dell’ultrafashion alla Shein per citare il caso più eclatante. Qualità ai minimi, ma i prezzi sono stracciati. E poco importa se a rimetterci è l’ambiente o perfino la salute, messa a rischio da tessuti che non rientrano nei requisiti minimi di sicurezza. A dirlo è il Parlamento europeo: «Alcuni prodotti, acquistati tramite negozi online, potrebbero non rispettare le norme UE in materia di sicurezza, eco-design o protezione ambientale. Ciò può comportare rischi per la salute umana o per l’ambiente. Inoltre, la disponibilità sulle piattaforme online di prodotti economici ma non conformi può danneggiare le imprese dell’UE che rispettano le regole ma non riescono a competere sui prezzi».
I dati
Ancora una volta a parlare sono i numeri: nel solo 2024 sono stati importati 4,6 miliardi di articoli di basso valore, ovvero al di sotto di 150 euro (fonte Commissione UE). Erano stati 2,3 miliardi del 2023 e 1,4 miliardi del 2022. L’equivalente di 12 milioni di pacchi al giorno, con un’incidenza maggioritaria di rivenditori online cinesi.
I tentativi di arginare il fenomeno per ora restano solo tali. In commissione Industria al Senato è in esame la legge annuale per la concorrenza. Ed è lì che si vorrebbe introdurre un nuovo articolo sulla «vendita di articoli di abbigliamento e tessili per la casa da parte di piattaforme di commercio elettronico extra-Ue». Una norma che nelle intenzioni farebbe ricadere i concorrenti sotto il regime di responsabilità estesa del produttore previsto dal Testo unico ambientale. Colpendoli con una lunga serie di requisiti da rispettare in termini di gestione dei rifiuti derivati dai materiali messi in vendita.
In Francia si sta valutando l’attribuzione di un punteggio ambientale per ciascun articolo in base a criteri quali consumo di risorse, riciclabilità, emissioni. Agli articoli più giù nel ranking verrebbe applicata un’eco-tassa fino a 5 euro per capo nella prima fase e fino a 10 dopo alcuni anni. Il governo tedesco è invece tra i promotori di una revisione delle regole doganali che punti a cancellare l’attuale detassazione per i beni fino a 150 euro. Anche sul tavolo UE giace una proposta di riforma del Codice doganale presentata nel maggio 2023. A cui è seguita la proposta di un contributo di gestione di 2 euro per ogni spedizione destinata all’Unione come misura per rafforzare l’applicazione delle norme sulla sicurezza dei prodotti.
Le inchieste sul caporalato
Non aiutano di certo a risalire la china le recenti inchieste sul caporalato, che sembrano interessare un numero crescente di brand. Nei fascicoli sugli opifici cinesi clandestini come committenti che affidano la produzione a chi non applica le leggi su lavoro e sicurezza sono finiti finora 13 marchi del lusso: Versace, Gucci, Prada, Dolce&Gabbana, e ancora Ferragamo, Missoni, Coccinelle alcuni tra questi. Le associazioni di categoria nel frattempo protestano rimarcando come al momento si tratti solo di indagini senza nessuna certezza di reato. «La tutela della dignità dei lavoratori, della legalità e della trasparenza è un valore comune imprescindibile nella difesa di un comparto strategico del Made in Italy, riconosciuto in tutto il Mondo per eccellenza, qualità e creatività» scrivono da Confindustria Moda e Confindustria Accessori Moda. Tuttavia le associazioni esprimono «forte preoccupazione per la crescente spettacolarizzazione mediatica, che rischia di generare un danno profondo e ingiustificato all’immagine e conseguentemente all’economia dell’intero settore». L’esposizione pubblica di brand e aziende, «in fasi preliminari e non conclusive delle indagini, rischia di compromettere la reputazione di un comparto che rappresenta uno dei pilastri dell’economia nazionale, dell’export e dell’identità culturale del Paese».

La road map di Sburlati
Un nuovo piano mira a garantire competitività e sostenibilità del sistema moda italiano coinvolgendone tutte le componenti produttive. Sono state presentate a novembre in Senato le linee guida del Piano strategico industriale 2035 delle filiere tessile, moda e accessori, elaborate da Confindustria Moda e Confindustria Accessori Moda. Entro il 2030 il settore potrebbe registrare una perdita di 19 miliardi di fatturato, 35mila posti di lavoro e 4.600 imprese. Il documento allo studio si articola in sette capitoli d’intervento. Si spazia dalle misure urgenti di sopravvivenza alle azioni di medio-lungo periodo per l’innovazione e l’internazionalizzazione. Tra queste la messa in campo di strumenti di liquidità e cassa integrazione, la riduzione dei costi energetici per i comparti produttivi a monte, la tutela della competitività europea. E ancora la creazione di un polo dell’innovazione e del Made in Italy a Parigi. E poi formazione, welfare di filiera e ricambio generazionale; una legge di contrasto all’ultra fast fashion e un tavolo della legalità di Filiera. Infine un Piano nazionale di comunicazione sul Made in Italy.
«La moda non è solo estetica, è economia reale, è lavoro, è territorio, è industria» ha evidenziato Sburlati. Aggiungendo: «Dobbiamo preservare e trasformare un patrimonio produttivo unico che è parte della nostra identità nazionale. Il nostro settore non chiede assistenza, ma una strategia industriale di lungo periodo». Per raggiungere il traguardo «occorre lavorare insieme alle istituzioni per costruire un piano che metta al centro le persone, la sostenibilità, la tecnologia e la competitività internazionale». Il rischio che si profila all’orizzonte è che «avvenga quanto successo nell’automotive: per questo la velocità negli interventi è necessaria».©
📸 Credits: Canva
Articolo tratto dal numero del 15 dicembre de il Bollettino. Abbonati!
