mercoledì, 7 Ottobre 2026

Prezzi dell’energia alle stelle, il rebus per aiutare famiglie e imprese

Sommario

Per la questione che scotta più di tutte, il caro energia, tra carburanti a peso d’oro e bollette sempre più alte (nel 2026 +23% per i privati e +54 per le aziende per elettricità e gas naturale secondo Nomisma), date da tenere a mente saranno il 15 e 16 ottobre. È quando i leader europei si incontreranno a Bruxelles per il Consiglio europeo. Si passerà però prima dall’Ecofin del 9 ottobre a Lussemburgo, appuntamento dei ministri dell’Economia e delle finanze della UE.

In quell’occasione all’ordine del giorno ci sarà la competitività delle imprese, sotto attacco per via della crisi energetica. Frutto tra le altre cause dell’erosione del flusso dei rifornimenti, esito delle guerre in atto, prima in Ucraina e poi in Iran. Ma a pesare sulle agende degli esecutivi è anche altro: l’assottigliarsi del potere d’acquisto dei cittadini, colpiti per di più dal nuovo balzo dell’inflazione, ai massimi da tre anni (+4,2% a settembre su base annua secondo l’ISTAT).

Come funziona l’ETS

Una possibile via di uscita dalla spirale dei rincari energetici potrà essere la riforma dell’ETS, acronimo di Emission Trading System? È l’ipotesi paventata da alcuni Governi, tra cui quello italiano. Il meccanismo è stato introdotto nel 2005 nell’ambito del protocollo di Kyoto. Scopo finale ridurre le emissioni di gas serra e privilegiare il green attraverso un meccanismo di cap and trade. Tradotto: l’Europa fissa un tetto massimo di emissioni annuali concesse alle imprese, una sorta di diritto a rilasciare una determinata quantità di anidride carbonica.

Soglia che va a decrescere negli anni, agganciata a un principio per cui chi più inquina più paga. Nello specifico sulle imprese cade da allora l’obbligo di tenere un registro delle proprie emissioni e di comunicare alle autorità le quote di cui avvalersi (ognuna equivale a una tonnellata di CO2 equivalente). Se si supera il tetto se ne devono acquistare altre all’asta, a copertura del proprio fabbisogno. In caso avanzassero invece, si rivendono ad altri.

Negli anni il prezzo per tonnellate è passato a 6 a 80 euro circa (fonte: Confindustria). A determinarlo anche la scarsa disponibilità delle quote emesse, che vanno a ridursi con la conseguenza di spingere verso l’alto i prezzi all’ingrosso dell’elettricità proveniente da fonti fossili. Non un dettaglio di poco conto per l’Italia: qui il gas arriva a generare circa il 46% dell’elettricità prodotta. Insieme al petrolio corrisponde al 79% dei consumi complessivi nostrani. Mentre l’elettricità copre appena il 22,1% di tutti i consumi finali di energia.

Ne risentono le bollette?

I costi dell’ETS si scaricano anche sulle bollette? L’incidenza è del 6,8% sul prezzo dell’elettricità per le industrie energivore e di circa il 3% sulle bollette delle famiglie italiane (fonte: ECCO). Sono di più gli incassi: tra il 2012 e il 2024 le aste hanno prodotto circa 18 miliardi di euro di introiti per i bilanci statali, ma solo 1,6 miliardi sono stati spesi per contenere gli effetti delle crisi energetiche.  

La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e l’omologo della Repubblica ceca Andrej Babis chiedono adesso di sospendere il sistema delle compravendite di quote, almeno per il termoelettrico. E alla Commissione europea hanno inviato un documento congiunto che lo sottoscrive, per garantire «un sollievo immediato» alle aziende. «Almeno fino a quando i prezzi globali delle fonti energetiche fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in Medio Oriente» ha precisato Meloni.

Il rischio è che l’ETS possa a breve estendere i propri effetti a carburanti e riscaldamento, colpendo in modo più incisivo le famiglie. E questo per il sistema ETS 2 che si attiverà per il 2028 e che stabilisce che anche i combustibili impiegati negli edifici e nel trasporto stradale rientreranno nel meccanismo di scambio delle quote di emissione.

Alla pompa di benzina un primo freno dalle società energetiche

Carburanti dunque, altro scoglio nella macro questione dell’energia. Mentre giunge al termine lo sconto delle accise sul gasolio, dal 6 ottobre si sarebbero dovute attivare le accise mobili (attraverso cui si utilizza l’IVA per calmierare il prezzo). Al momento invece l’agevolazione risulta ferma con conseguente aumento dei prezzi.

Subito prima, a fine settembre, c’era stato il price cap per il carburante. La decisione del colosso Eni di porre un freno ai prezzi era arrivata quando la situazione sembrava al limite: sulla rete stradale nazionale la benzina in modalità self si era attestata a 2,152 euro al litro, mentre il diesel aveva raggiunto i 2,369 euro al litro (fonte: Mimit). Così lo scorso 25 settembre il colpo di scena: Eni comunica lo sconto ai carburanti commercializzati da Enilive. Stabilendo un massimo di 2,19 euro al litro per il gasolio e 1,99 per la benzina. Circa 17 centesimi in meno rispetto ai livelli medi attuali. Una misura in vigore dal 28 settembre per 30 giorni, prorogabili fino alla fine dell’anno a seconda di andamento del Mercato e approvvigionamenti, specifica il comunicato.

Le altre aziende al seguito

La mossa della quotata Eni, controllata dal Governo con un fatturato da 22,67 miliardi e utili per 3,32 miliardi secondo i dati finanziari di giugno, ha fatto da apripista. Ad allinearsi erano state poi, con lo stesso price cap, anche IP, del gruppo Ip, controllata da Socar, il gruppo energetico dell’Azerbaigian. Infine l’adesione di Q8, sempre con lo stesso tipo di sconto e per la medesima durata, e Tamoil.

Ma in Italia ci sono 21.750 stazioni di servizio e a mancare all’appello è circa la metà dei distributori, operatori indipendenti e cosiddette pompe bianche. La decisione delle principali compagnie del settore non riguarda quindi tutte le stazioni di rifornimento. Tanto che non sono mancate le proteste delle associazioni di categoria. Ad esempio Assopetroli: «Solo le società petrolifere integrate verticalmente, che quindi hanno nel loro core business tutta la filiera, dall’estrazione alla distribuzione, possono fare operazioni come quella annunciata da Eni» chiariscono.

I precedenti rialzi dei prezzi del petrolio

Non è la prima volta che il greggio raggiunge certe cifre. Nel 2008 si era toccato il picco assoluto, quando il Brent – indice internazionale che stabilisce il prezzo del greggio – raggiunse circa 147,5 dollari al barile, il massimo storico. Eppure allora in Italia un litro di benzina costava mediamente 1,52 euro, mentre il diesel si fermava a circa 1,36 euro.

A far lievitare i prezzi sono adesso altri elementi: le crisi geopolitiche, ma anche la mancanza di impianti di raffineria ad esempio. Negli ultimi 15 anni l’Europa ha ridotto di circa il 20% la propria capacità di raffinazione, con oltre 30 raffinerie chiuse. Deve quindi affidarsi maggiormente alle importazioni. Per il momento gli sconti alla pompa di bezina, in attesa che si applichino le agevolazioni fiscali, sono solo un sollievo per le tasche dei consumatori. Non la soluzione a tutti mali. Secondo il Mimit, il prezzo medio dei carburanti in modalità self service lungo la rete stradale nazionale risulta pari a 2,049 euro a litro per la benzina e 2,244 euro al litro per il gasolio. Su un pieno da 50 litri, dicono alcune stime, la differenza può tradursi rispetto a prima dell’introduzione della misura in un risparmio potenziale di circa 8,50 euro. Non certo una panacea. ©

Giornalista professionista, classe 1981, di Roma. Fin da piccola con la passione per il giornalismo, dopo la laurea in Giurisprudenza e qualche esperienza all’estero ho cominciato a scrivere. All’inizio di cinema e spettacoli, poi di temi economici, legati in particolare al mondo del lavoro. Settore di cui mi occupo principalmente per Il Bollettino.