È in arrivo una stretta alla politica monetaria? Le prospettive sono incerte. A giugno scorso la Banca Centrale Europea ha applicato un rialzo ai tassi di interesse di 25 punti. La decisione arrivata dal Consiglio direttivo dell’Eurotower ha fatto da spartiacque. L’ultima volta che l’istituto di Francoforte aveva alzato il costo del denaro risaliva a settembre 2023. La mossa ha portato il tasso sui depositi dal 2% al 2,25%, il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,4% e il tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale al 2,65%. Ma non si è trattato di un fulmine a ciel sereno. Era nell’aria e per gli operatori del settore è stata più che altro una conferma. Il dubbio è adesso cosa accadrà in autunno: la politica dell’inasprimento proseguirà?
La Presidente della BCE Christine Lagarde ha espresso perplessità. «Onestamente non lo so: prendiamo decisioni dettate dalle stime sull’inflazione e dai rischi correlati». Sono in sostanza le circostanze del momento a dare la linea. Per Lagarde quella del rialzo dei tassi di giugno è stata una decisione giusta in base all’analisi del contesto geopolitico. I dati, a suo dire, lo giustificano: un’inflazione che – esclusa l’energia e i prezzi dell’alimentare – sta accelerando, passata dal 2,2 al 2,5%.
Una conseguenza del rialzo dei prezzi dei servizi, cresciuti del 3,5% rispetto al 3 delle stime precedenti. «Quando l’inflazione sale, e le proiezioni parlano di un 3% per il 2026, di un 2,3 per il 2027 e di un 2 per il 2028, le decisioni di politica monetaria diventano ineluttabili». Il punto è che se il costo del denaro sale a causa dell’aumento dei tassi di interesse la possibile conseguenza è un eccessivo rallentamento dell’economia. «Le stime di crescita si sono ridotte appena dello 0,1%, dallo 0,9 di marzo allo 0,8 di giugno».
Intanto dalla Fed sui tassi arrivano segnali dello stesso tipo
Dall’altro lato dell’Atlantico c’è il neo Presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh. Da cui ci si aspettava un abbassamento dei tassi così come voluto dal Presidente USA Donald Trump, che di Warsh era stato forte sostenitore. Così non è stato. Anzi in pentola sembra bollire tutt’altro, in coerenza con quanto sta accadendo in Europa. A rivelarlo è il cosiddetto dot-plot. Che cos’è? Da gennaio 2012, ogni tre mesi (marzo, giugno, settembre e dicembre), la Fed pubblica una sorta di grafico a puntini, il dot-plot appunto, come parte del Summary of Economic Projections, da cui emergono le posizioni dei governatori. A tutti gli effetti uno strumento di previsione della politica monetaria della Banca centrale USA. Serve anche a prefigurare eventuali dissensi all’interno del board. Nel più recente 9 su 18 hanno dichiarato di prevedere un prossimo aumento dei tassi già nel 2026 e non nel 2027 come prospettato.
C’entrano del resto le previsioni aggiornate sull’andamento del tasso di inflazione USA, che si attestavano intorno al 2,7% per il 2026 mentre mostrano ora un balzo al 3,6%. E poi l’indice dei prezzi al consumo che ha segnato un aumento del 4,2%, il più forte dal 2023. Con un indice centrale, cioè depurato dai prezzi energetici e alimentari al 2,9%. Warsh ha detto in proposito: «Manterrò invariata la missione scritta e istituzionale della Fed, garantire stabilità dei prezzi e preservare l’occupazione». Ma anche l’occupazione USA non sta andando a gonfie vele. Gli economisti hanno previsto la creazione di 114.000 nuovi posti di lavoro a giugno, rispetto ai 172.000 del mese precedente, mentre il tasso di disoccupazione dovrebbe restare stabile al 4,3%. Con un Mercato del lavoro solido le aspettative erano di ulteriori rialzi dei tassi, ma con la pubblicazione di dati più deboli sull’occupazione le prospettive cambiano di nuovo.
Cos’è la forward guidance
Per farsi un’idea su quanto accadrà non bisogna distogliere lo sguardo dalle dichiarazioni ufficiali. Tutto quello che viene semplicemente annunciato – a parole – da chi ricopre ruoli di potere nelle banche centrali va considerato una anticipazione e uno strumento per orientarsi nell’incertezza delle politiche monetarie: è la cosiddetta forward guidance. È con questo mezzo, tra i meno convenzionali, che le banche possono condizionare le aspettative dei Mercati sul futuro dei tassi di interesse. Più nello specifico si tratta di indicazioni prospettiche: informazioni riguardo le future intenzioni per quanto concerne la politica monetaria, in base alla valutazione dei prezzi.
«Continuo a credere che la forward guidance possa essere uno strumento prezioso che, in alcuni momenti, ha rafforzato significativamente la conduzione della politica monetaria e continuerà a essere utile», ha affermato il governatore della Federal Reserve Christopher Waller alla conferenza conclusiva del Network ChaMP (Challenges for Monetary Policy Transmission in a Changing World), ospitata dalla Banca d’Italia a Roma. Ma Waller ha posto l’attenzione anche sui pericoli di un suo utilizzo in modo troppo rigido. Un esempio è stato l’autunno del 2021, ha ricordato il banchiere statunitense: la Fed allora intenzione di aumentare i tassi, ma si era poi sentita così vincolata dalle indicazioni precedenti da non approvare un vero aumento fino a marzo 2022.
La visione di Panetta
Altre indicazioni sulla politica monetaria che verrà arrivano dal parere del Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. «Le banche centrali devono guardare oltre gli aumenti immediati dei prezzi e valutare se lo shock rischia di innescare effetti di secondo ordine. E in che misura una domanda più debole conterrà le pressioni inflazionistiche nel medio termine».
A suo dire non bisogna confondere la situazione attuale con quella del 2022. «Non bisogna né liquidare lo shock come temporaneo, né reagire come se l’economia si trovasse nella stessa situazione di quattro anni fa». Adesso le condizioni sono cambiate: «La domanda è più debole. I tassi di interesse reali sono più alti. I prezzi del petrolio sono maggiori di quelli del gas e questo è importante perché i primi tendono a generare effetti inflazionistici più deboli e meno persistenti rispetto ai prezzi del gas». È mutata anche l’economia dell’area euro: «La sua capacità di importare gas naturale liquefatto è aumentata, consentendo una maggiore diversificazione dei fornitori. La quota di energie rinnovabili nella produzione di energia elettrica è cresciuta. Questi sviluppi hanno ridotto, pur non eliminandola, la vulnerabilità dell’area euro agli shock energetici».
Al centro di tutto restano le turbolenze geopolitiche, ormai imprevedibili. Con una coesistenza dei rischi da un lato per le fiammate del l’inflazione e dall’altro per il possibile ribasso della crescita. Prima di prendere una decisione le banche centrali dovranno proseguire nel monitoraggio costante e globale degli sviluppi. Geopolitici, così come quelli dei Mercati energetici, delle catene di approvvigionamento, dei salari e delle aspettative di inflazione.
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