lunedì, 2 Novembre 2026

Taglio Irpef, ecco chi ci rientra (e chi invece rimane a bocca asciutta)

Sommario

Dopo un lungo braccio di ferro per trovare le coperture – 1,2 miliardi in tutto secondo le stime – alla fine il famoso taglio Irpef al ceto medio l’ha spuntata. Al Consiglio dei ministri dello scorso 28 ottobre che ha dato il via libera al ddl di Bilancio 2027 (un pacchetto da 26 miliardi di euro), si è così deciso di estendere l’aliquota del 33% anche ai redditi che superano i 50mila euro. Per una platea che arriva fino a chi ne percepisce 55mila annuali. E non più fino ai 60mila come inizialmente paventato. Per arrivare a quel tetto infatti la spesa necessaria sarebbe stata ben maggiore: 2,7 miliardi, che superavano le disponibilità del budget.

Non saranno molti i destinatari dello sgravio Irpef. A rientrare nell’aliquota al 33% era in precedenza la fascia di popolazione con un reddito imponibile tra i 28 e i 50mila euro. La novità riguarda invece adesso chi ha entrate superiori ai 2.500 euro circa e arriva a 55mila euro lordi annuali. A conti fatti, si tratta appena dell’1,3% del totale dei contribuenti, circa 600mila persone, secondo dati del ministero dell’Economia. Che prospettano anche come la quasi totalità dei lavoratori, il 92,3%, dichiari cifre al di sotto dei 55mila euro. Solo uno sparuto 6,4% si trova al di sopra.

Nessun “premio” per così dire andrà ad alcuni tra quelli che versano la fetta più grande di imposte sul reddito. Ad esempio quei lavoratori su cui grava il 65% di tutta l’Irpef (il dato è di Itinerari Previdenziali), vale a dire la categoria che si attesta dai 35mila euro lordi in su all’anno e che rappresenta circa il 18% del totale dei contribuenti. Per quelli che non arrivano a 55mila euro niente da fare: per loro l’imposizione Irpef era e resta al 33%.

Come funziona l’agevolazione

Sono tre gli scaglioni Irpef attuali: 23% fino a 28mila euro, 33% nel 2027 fino a 55mila, 43% oltre i 55mila. La sezione su cui interviene la manovra è solo quella centrale, spostando più in alto lo scaglione. Con l’effetto di ridurre il carico fiscale per chi guadagna tra i 50 e i 55mila euro. Su quello scarto dei 5mila euro fino allo scorso anno l’Irpef era al 43%, mentre adesso cala di dieci punti portando lo sgravio massimo – calcolando il 10% su 5mila – a 500 euro, circa 38,5 euro al mese spalmati sulle tredici mensilità.

Una cifra che non arriva a tutti indiscriminatamente. Nello specifico, spiegano gli esperti, si tratta di un risparmio di 10 euro per ogni mille euro di reddito oltre i 50mila. E quindi in tasca finiranno 100 euro a chi guadagna 51mila euro, 300 euro a chi ne percepisce 53mila, e infine 500 euro alle buste paga da 55mila. Da quella soglia in poi – quindi dai 55mila euro in su – l’imposta sale al 43%.

Sgravi anche ai redditi più alti

Ma a trarne profitto sarà anche chi guadagna di più. Il perché è presto spiegato: l’Irpef si paga su ogni parte di reddito in base allo scaglione in cui si rientra. Che non è sempre sovrapponibile a quello che compare nei documenti ufficiali. «Alcune spese (ad esempio gli oneri deducibili) possono ridurre il reddito complessivo, come i contributi previdenziali e assistenziali o le erogazioni liberali in favore degli enti no profit» spiega il sito dell’Agenzia delle entrate.

E ancora, «l’imposta lorda si calcola applicando al reddito complessivo, al netto degli oneri deducibili, le aliquote per scaglioni». Ecco quindi che anche chi possiede redditi superiori ai 55mila euro, dai 60 ai 150mila euro per intendersi, avrà comunque una parte di reddito che rientra nello scaglione più piccolo. E su quella otterrà un risparmio di 500 euro. Solo per chi raggiunge i 200mila euro e per effetto di una decisione dell’esecutivo il meccanismo si blocca. Qui non sono previste Irpef più leggere ma solo detrazioni.

Salta la miniIrpef per i giovani

Una rimodulazione delle imposte arriva anche per gli autonomi con Partiva Iva, a cui beneficio va l’innalzamento soglia per l’accesso al regime forfetario ai fini Irpef, che passa da 85.000 a 100.000 euro (restando però a 85.000 euro il limite dopo il quale scatta l’obbligo di versamento dell’Iva). Nel frattempo però le proteste degli studenti scesi in piazza contro il carovita non si potevano ignorare, al netto dei casi di violenza. Si era parlato quindi nelle anticipazioni precedenti alla riunione del 28 ottobre di mettere sul tavolo una mini Irpef destinata ai giovani under 30, prevedendo per questi una sforbiciata fino a una soglia di reddito da fissare in seguito.

Opzione che pare invece sfumata e sostituita da una sorta di premio annunciato dalla premier in conferenza stampa dopo il varo della legge di Bilancio: «Per i giovani lavoratori con meno di 30 anni che vogliono dimostrare il loro talento troppo spesso ignorato» ha detto la premier, «introduciamo un premio: 2.500 euro tassati all’1%, che si possono ricevere tanto in 12 mensilità quanto in un’unica soluzione». I dettagli ancora non si conoscono, anche se il comunicato stampa successivo al Cdm chiarisce di cosa si tratta: un’imposta sostitutiva valida solo sugli eventuali incrementi del reddito. Lo scopo, ha precisato Meloni, è che «un ragazzo che inizia a lavorare in Italia si senta spronato e non ritenga che per costruire un futuro debba fare le valigie e andarsene».

Una lunga gestazione

Alla riduzione Irpef si è arrivati non senza penare perché la coperta è corta, aveva ribadito più volte il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Ma la strada degli interventi sul cuneo fiscale era già segnata da tempo. I primi accenni erano perfino nella Nadef del 2023, la Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza, quella che anticipa le linee guida nei documenti preliminari alla Finanziaria. E che adesso non si adotta più, sostituita dal Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp).

«Si prevede la revisione e la graduale riduzione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, anche attraverso la riduzione delle aliquote e dei relativi scaglioni» era scritto nel 2023. Ma sempre «preservando il principio di progressività al fine di ridurre il carico fiscale sul lavoro e promuovere l’equità orizzontale». Ipotesi poi confermata nel Dpfp 2026, dove si anticipava la volontà di ridurre al 33% l’Irpef per i redditi imponibili superiori a 50.000 euro. Senza contare i due interventi fiscali, sempre nello stesso solco, che si erano registrati nelle scorse manovre: prima l’accorpamento degli scaglioni Irpef, ridotti da quattro a tre, e poi la riduzione di quello centrale da 35 a 33mila.

Gli step prima dell’ufficialità

«Quando ci siamo insediati (nel 2022, ndr), chi aveva un reddito di 55mila euro pagava un’Irpef di 16.550 euro, al netto delle possibili detrazioni da lavoro dipendente o pensione» ha ricordato Meloni davanti ai giornalisti. Nel 2027, ha proseguito, «pagherà 15.350 all’anno, che corrisponde a un beneficio netto annuale di 1.200 euro e quindi a circa 100 euro mensili, al netto della detassazione dei premi di produttività».

Adesso bisognerà aspettare che si completi l’iter perché tutti i provvedimenti del ddl Bilancio diventino ufficiali. Il 30 novembre arriverà un primo parere della Commissione europea sul Documento programmatico di bilancio (Dpb) inviato da Roma. Poi per metà dicembre è previsto il voto da parte della Camera sulla bozza della manovra. Mentre entro la fine dell’anno dovrà esprimersi il Senato. Scadenze improrogabili: senza approvazione per il Paese scatterebbe la procedura d’emergenza, vale a dire l’esercizio provvisorio.

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📸 Credits: Canva.com

Giornalista professionista, classe 1981, di Roma. Fin da piccola con la passione per il giornalismo, dopo la laurea in Giurisprudenza e qualche esperienza all’estero ho cominciato a scrivere. All’inizio di cinema e spettacoli, poi di temi economici, legati in particolare al mondo del lavoro. Settore di cui mi occupo principalmente per Il Bollettino.