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Marco Patuano, presidente A2a e Cda Milan: «Calcio: il futuro dei club è in mano ai fondi»

DiMariano Boero

15 Settembre 2020

Tifosi, sedetevi e respirate profondamente. Quello che state per leggere potrebbe non piacervi. Ma sappiate che è inevitabile. Pronti? Via. «Non c’è più spazio per il mecenatismo nel calcio. Occuparsi di un club oggi significa fare business». A dirlo è Marco Patuano, presidente del gruppo A2A, ex ad di Telecom, consigliere di amministrazione del Milan e, incidentalmente, anche tifoso della stessa squadra.

«Ma devo fare lo straordinario sforzo di lasciare l’aspetto sentimentale solo per la domenica. Non si può essere supporter quando si è manager».

Solo business quindi. Basta romanticismo
«Dirlo farà inorridire il tifoso ma la verità è questa. Se prendiamo il budget che possono avere il Manchester City, il Manchester United, il Barcellona o il Real Madrid e lo confrontiamo con quello di Milan o Inter, ci si trova a comparare capacità di spesa di 700 milioni l’anno circa, contro soggetti che arrivano al massimo a 200, 300. Così non c’è gara».
Come fare dunque?
«Diventa un tema quantitativo. Se si pensa di posizionarsi costantemente in alto all’interno di una lega competitiva si ha bisogno di ottenere un altro livello di disponibilità».

Ecco quindi il perché dei fondi di investimento…
«I fondi sono straordinari soggetti di trasformazioni, sono tra i più bravi al mondo a gestire questi passaggi chiave. E quello del calcio è un settore in continuo divenire».

Una nuova frontiera
«Oggi le società sono sempre di più delle media company, che producono un prodotto e lo devono valorizzare secondo i criteri migliori. Questo le trasforma in un oggetto di investimento, perché stiamo parlando di un settore che avrà un’evoluzione straordinariamente importante nei prossimi anni. E i fondi colgono la trasformazione come opportunità per i loro investimenti, prima di tutti gli altri».

Nel pensiero comune i fondi hanno come unico scopo il guadagno. È vero?
«Confermo. È così».

E come riuscirci con un club?
«Il guadagno deriva dal fatto che l’industria del calcio tra 5 anni non potrà più essere quella romantica di cui abbiamo ricordo. Lo sport professionistico come riferimento è quello americano e, nel calcio, quello che si avvicina a essere un modello è quello inglese».

Quotandosi in Borsa oppure no?
«Nei periodi di trasformazione è meglio non essere quotati, una volta che le società saranno diventate media company allora la discesa in Borsa potrà essere una possibile via d’uscita».
Anche sui diritti televisivi il futuro è nei fondi
«In previsione serve una pianificazione incredibilmente più professionale. La Premier League inglese dai diritti tv ottiene più del doppio della serie A, ma ha un’organizzazione che copre i cinque continenti e ha sedi e personale in tutto il mondo. In Italia manca una gestione ottimale dei diritti propri e il risultato è che fatturiamo meno».
Deve cambiare tutto quindi… i tifosi però resteranno perplessi, nella migliore delle ipotesi. Da top manager, ma anche da comunicatore come spiegherebbe questa trasformazione?
«Con la possibilità di competere stabilmente ad alto livello nel calcio di domani, ma anche in quello di oggi. Per essere vincenti serve un progetto moderno, altrimenti potrebbe anche capitare di vincere qualche volta, ma sarebbe solo un caso».

Non c’è alternativa?
«Se una squadra vuole essere una macchina che produce talenti, che gioca bene, fa divertire ed equilibra il proprio bilancio può farlo, ma è un altro progetto, in cui il trading dei giocatori è la principale fonte di ricavo. Ma la competitività è diversa. Qual è il progetto migliore? Dipende dall’obiettivo da raggiungere. Se si vuole vincere…».
Inevitabile passare da stadi di proprietà. L’unica big in Italia è la Juventus
«Lo stadio è una componente fondamentale nel calcio moderno e non è solo ticketing. Possederne uno moderno può permettere a un club di fatturare 3 o 4 volte in più di quello che fattura una squadra che non lo possiede, purché diventi un’esperienza non limitata solo alla durata della partita».

Una struttura polifunzionale e vivibile al di là delle sfide, quindi
«Sì. Che non viva un giorno ogni 15, insomma. Se prendiamo per esempio il Boston Garden dei Celtics in Nba, funziona circa 230 giorni l’anno. Questo fa tutta la differenza del mondo. Siamo disposti a spendere per andare in uno stadio brutto solo perché gioca la nostra squadra del cuore? Meglio un’esperienza che inizia 3 ore prima della partita, magari con i figli, in sicurezza. E poi si finisce con il bere lì qualcosa dopo il match».

A proposito di stadio: meglio ristrutturare o demolire totalmente quello di San Siro?
«Trasformarlo è un’impresa di una complessità straordinariamente più elevata rispetto a rifarlo. Non sono confrontabili le due alternative. Io andavo a San Siro con mio nonno, lì c’è un pezzo dei miei ricordi d’infanzia. Giusto che la città ne mantenga una quota a memoria, sarebbe bellissimo e romantico. Ma per renderlo funzionale dal punto di vista economico va ricostruito totalmente».


Per i club è il momento di svolta decisivo quindi: chi perde il momento è tagliato fuori
«Sì, è così. The time is now».

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