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Il marchio della SOSTENIBILITA’: dai fili riciclabili, ai tessuti biodegradabili, alla riduzione dell’impatto sul riscaldamento globale

DiSimona Sirianni

15 Novembre 2020

Fibre rigenerate, pelle bio-fabbricata, tessuti biodegradabili, riciclaggio a circuito chiuso ed e-textiles: sono queste le parole d’ordine che stanno rapidamente entrando nel mainstream della produzione del settore moda, che guarda alla sostenibilità come chiave vincente per il futuro. Se nel passato, la tecnologia delle fibre e la scienza dei materiali erano situate ai margini dell’industria fashion, oggi sono diventati la priorità. Lo sanno bene alcuni dei più grandi marchi e anche molti dei più piccoli, che esprimono il loro spirito di innovazione in sempre maggiori investimenti nell’utilizzo di fibre sintetiche e riprogettate, in una costante sperimentazione e nell’impegno crescente in una produzione sempre più eco-compatibile.

Basti pensare a Re-nylon, l’evoluzione green dell’iconico tessuto del marchio Prada, a Econyl, il principale materiale utilizzato nella prima collezione delle Gucci Circular Lines o alla la Piuma completamente tracciabile di Patagonia. Ma anche ai capi completamente biodegrabili di Working Title, alla viscosa proveniente da foreste certificate e gestite in modo sostenibile utilizzata dalla pioniera in questo campo Stella mccartney, alle collezioni dei campioni del low cost come Asos, Zara e H&M, realizzate con fibre naturali prodotte attraverso una filiera protetta.

Passando per i marchi come New Balance, VF Corporation e 3M che stanno sperimentando con successo il Piñatex, un nuovo materiale fatto di fibre di foglie di ananas, alternativa sostenibile e di qualità alla pelle che sta attirando l’attenzione anche di molti altri brand, tra cui Hugo Boss e Chanel.

Alcune aree di innovazione stanno mostrando prospettive eccezionali e il riscontro sul mercato parla da sé, con il 70% dei consumatori disposto a scegliere un prodotto ecosostenibile al posto di uno a maggiore impatto ambientale, spendendo anche il 5% o il 10% in più. Con questi numeri e con il nuovo modo che si sta via via ridisegnando per la pandemia, nessun brand che voglia far parte del suo tempo, può permettersi di restare indietro.

Il cambiamento del sentiment dei consumatori, che mostrano una sempre più crescente consapevolezza ambientale, la rapida crescita di settori come l’e-textiles (una innovativa tecnologia che, o per mezzo di sensori o di fibre ottiche, è in grado di rendere intelligenti anche i semplici tessuti) e l’accelerazione degli investimenti in ricerca e sviluppo, ha messo in atto un percorso di sperimentazione di nuove idee che spingono oltre i limiti sia della sostenibilità che della funzionalità. Ma la strada è tracciata.

Re-Nylon Prada, dalla reti da pesca all’iconico tessuto.

«Il nostro obiettivo è convertire tutto il nylon vergine Prada in Re-Nylon entro la fine del 2021», dice Lorenzo Bertelli, Head of Marketing & Head of CSR Prada S.p.A., parlando dei progetti che il marchio sta pianificando in materia di sostenibilità.

La collezione Prada Re-Nylon è l’evoluzione dell’iconico tessuto del marchio. Re-Nylon rappresenta il passo successivo nella tecnologia dei tessuti e nel lusso sostenibile ed è il frutto della collaborazione tra Prada e Aquafil, azienda italiana con oltre cinquant’anni di esperienza nella produzione di fibre sintetiche, che ha investito per anni nella ricerca e nello sviluppo di materiali sostenibili con l’obiettivo di trasformare gli scarti in nuove fibre. Il risultato si chiama ECONYL® e si tratta di un filo di nylon rigenerato che può essere riciclato all’infinito senza perdita di qualità del materiale. ECONYL® si ottiene dal riciclo dei rifiuti di plastica recuperati negli oceani, come le reti da pesca, nelle discariche o derivanti dagli scarti di fibre tessili provenienti da tutto il mondo.

Giusto per capire: ogni 10.000 tonnellate di ECONYL® prodotto si risparmiano 70mila barili di petrolio, che comporta la riduzione di 65.100 tonnellate di emissioni di CO2 che significa un -90% di impatto sul riscaldamento globale originato dalla produzione di nylon alimentato a petrolio.

Il tessuto Re-Nylon di Prada è stato presentato per la prima volta nella capsule collection 2019 con sei modelli classici di borse per uomo e donna. Per il 2020 la proposta si amplia ed estende nel 2020, introducendo il nylon rigenerato per la prima volta nell’abbigliamento e nelle prime calzature, dalle sneaker  agli anfibi.

Patagonia, invece punta a tutti i capi da materiale riciclati entro il 2025.Il marchio leader di abbigliamento e attrezzature resistenti e multifunzionali per attività all’aperto, nei prossimi anni spera di lanciare sempre più capi di abbigliamento prodotti con la Certificazione Organica e Rigenerativa, il suo progetto pilota con più di 150 aziende agricole in India, che ha testato il primo raccolto di cotone, lavorato in un sistema agricolo che mira a rigenerare il suolo, rispettare il benessere degli animali e migliorare la vita degli agricoltori.

Grazie alla partnership con primaloft®, per ridurre le emissioni di carbonio durante il processo di produzione della nuova collezione Nano Puff®, senza alterare minimamente le performance delle imbottiture dei capi, viene utilizzata P.U.R.E.™ (che sta per Produced Using Reduced Emissions) per sviluppare soluzioni di isolamento che si pieghino e aderiscano automaticamente attraverso l’esposizione all’aria anziché grazie alla cottura in forno. Questa nuova tecnologia riduce il consumo di energia e le conseguenti emissioni di carbonio durante il processo di produzione, poiché consente di limitare la necessità di sciogliere le fibre ed evitare quindi di ricorrere al calore.

La tecnologia P.U.R.E. ha ridotto l’impronta ecologica dell’isolamento dei modelli di oltre la metà, in confronto all’uso di poliestere vergine al 100% e di metodi di produzione tradizionali. Il poliestere riciclato riduce la nostra dipendenza dal petrolio come fonte di materia prima.

Sono 4 gli obiettivi ambientali da portare a termine entro il 2025: diventare climaticamente neutrali in tutta la catena di fornitura, investendo in progetti di energie rinnovabili e acquistando materiali certificati derivanti da progetti per il sequestro del carbonio. Realizzare tutti i prodotti al 100% con materiali riciclati, rigenerati o rinnovabili. Produrre tutti gli imballaggi in modo che siano al 100% riutilizzabili, compostabili, rinnovabili o facilmente riciclabili. E, infine, entro il 2030, avere il 100% del cotone e della canapa utilizzati delle collezioni con la Certificazione Organica e Rigenerativa (ROC).

E anche Working Title punta alla moda a Km 0. Lo sforzo del marchio tedesco di ridurre al minimo la sua impronta ecologica si esprime nell’evitare la sovrapproduzione, ma producendo solo ciò che è necessario. Ciò significa che i capi sono realizzati solo su ordinazione e la produzione avviene in laboratori in Italia, Germania e Polonia in modo da evitare spostamenti e trasporti troppo lunghi.

Non solo, tutti i vestiti possono essere smaltiti senza residui perché completamente biodegradabili. I tessuti sono completamente privi di plastica, non contengono ingredienti a base di oli minerali come poliestere, lycra o altro. E lo stesso vale per qualsiasi imbottitura e per materiali aggiuntivi, come fili, bottoni e controfodere. Vengono usati soltanto tessuti naturali come lino, cotone e seta, oltre a viscosa e lana che provengono esclusivamente da produttori in Europa che possono fornire informazioni affidabili sulle origini delle loro materie prime.

«Crediamo che l’estetica e la sostenibilità debbano andare di pari passo e che un bel capo di abbigliamento non debba distruggere il nostro pianeta» dicono i creatori del brand.

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