• mercoledì, 5 Ottobre 2022

«Settore manifatturiero: serve un piano straordinario», dice Marino Vago, Presidente di Sistema Moda Italia

Viaggia a doppia velocità la crisi nel mondo della moda. Il calo dei titoli dei grandi player del lusso ha fatto tremare i mercati per mesi – come Louis Vuitton, Chanel, Gucci e Prada che, secondo l’annuale studio di Interbrand Best global brands, hanno ridotto di molto le loro le quotazioni a causa della pandemia – ma a preoccupare di più sono le difficoltà dei piccoli imprenditori.
«Come italiani, bisognerebbe porre forse più attenzione alla tenuta della nostra filiera, intendo a tutte quelle aziende di medio-piccole dimensioni, con altissime competenze e qualità produttive, ma non dotate di mezzi economici o finanziari in grado di affrontare una crisi per lungo tempo, ma senza le quali non esisterebbero i marchi di lusso che da noi si approvvigionano», spiega Marino Vago, numero uno di Sistema Moda Italia.


Nella classifica dei cento marchi più preziosi al mondo, i quattordici brand del lusso presenti, hanno diminuito il loro valore – 191 miliardi di dollari – di 5 miliardi di dollari rispetto al 2019 (-5,7%). E parlando solo dei fashion luxury brand, quasi tutti hanno peggiorato o congelato le loro performance: Gucci (con 15,675 miliardi di dollari) e Prada (con 4,495 miliardi di dollari), per esempio, hanno pagato un pegno forte con un segno negativo rispettivamente -2 e -6%, pur dimostrando una certa resilienza. Tre solo hanno fatto eccezione: Nike, in pole, è riuscita a evitare il colpo con un rialzo del 6%, fino a 34,388 miliardi di dollari, mentre Adidas ha aumentato il suo valore dell’1%, fino a 12,070 miliardi di dollari, e nel beauty L’Oréal ha raggiunto un totale di 12.553 miliardi di dollari, con un incremento dell’8%.
«Per quanto riguarda il settore beauty, il fenomeno che lo contraddistingue e conosciuto ormai da tempo è chiamato “nesting”, l’“effetto nido”, quel desiderio di avere più attenzione verso se stessi in un momento di difficoltà. Non è un caso che in ogni momento di crisi pesante, economico sociale o altro, il settore della bellezza realizzi performance in controtendenza».
Anche lo sport è in netta controtendenza, continua ad accrescere il proprio valore. Perché? 
«Le palestre sono chiuse e le persone hanno scoperto che si può fare attività all’aperto o a casa. C’è anche più tempo a disposizione, perché se si è in smart working, si lavora da casa e non si è costretti a investire le circa due ore giornaliere per trasferisi verso e dall’ufficio. Quindi si comprano sicuramente più abbigliamento per lo sport e accessori».


Secondo lei il lusso ci deve preoccupare meno?
«Penso che sia necessario scindere tra valori finanziari delle partecipazioni e valori economici delle singole imprese. I valori finanziari di Borsa, non solo delle aziende di moda ma della stragrande maggioranza delle imprese quotate, hanno subito pesanti correzioni al ribasso. Senz’altro il valore di Borsa di molte aziende quotate della Moda è inferiore e di molto a quello del 2019. Ma sono tutte aziende che anche nel 2020 hanno continuato a investire e che senz’altro saranno in grado di recuperare e probabilmente anche superare nel corso dei prossimi 12/15 mesi i risultati negativi del 2020».
Secondo McKinsey & company, la crisi umanitaria ed economica causata dal Covid-19 potrebbe portare le aziende a subire un drammatico calo del 90% dei profitti e l’Europa dovrebbe essere l’area più colpita, con un calo previsto dei ricavi tra il 22% e il 35%. È anche vero, però, che ci sono aziende che hanno sofferto molto e altre che hanno performato bene nonostante la pandemia. Quali sono i motivi?
«Uno soprattutto: la resilienza. La capacità di adattarsi al cambiamento, anche se repentino, è una qualità del sistema moda italiano, che poggia su aziende di grande tradizione e presenti sul mercato da molte generazioni, realtà in cui è ancora la famiglia del fondatore a detenere le redini dell’impresa. Impresa dove c’è conoscenza e coscienza delle proprie capacità, voglia di fare e di intraprendere e di investire» 


Il comparto moda ha ricevuto abbastanza aiuti?
«Preferisco pensare a cosa fare e la prima cosa è un piano straordinario per il Sistema Moda italiano. Ricordiamoci che è il secondo settore manifatturiero del Paese, un comparto che fattura poco meno di 100 miliardi e che si appresta a chiudere l’anno con 30 miliardi di fatturato in meno».
Nel Recovery Plan c’è qualcosa che vi interessa e vi riguarda?
«Ci saranno 209 miliardi a disposizione e bisognerà decidere come allocarli, ma lo deve fare il Governo. Da parte nostra, chiediamo che una parte venga indirizzata verso un sistema come il nostro che non solo dà lavoro, come indotto a oltre un milione e mezzo di lavoratori, ma che rappresenta anche l’immagine del Paese, l’Italia del bello e ben fatto».

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