Michele D’Ercole, Presidente dell’Italian Chamber of Commerce in Vietnam: «L’Italia esporta per 750 milioni e importa per 2,2 mld»

Un’economia in rapida ascesa, un flusso di investimenti esteri notevole grazie alla sua posizione geografica strategica nel Sud-est asiatico. Il Vietnam è il primo partner commerciale dell’Italia tra i Paesi ASEAN (Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Singapore, Tailandia e Vietnam). «In ambito europeo noi siamo il secondo esportatore e il commercio bilaterale è passato in cinque anni da 2,9 a 4,4 miliardi di euro. I rapporti diplomatici italo-vietnamiti sono di lunga data e i due Paesi nel 2013 hanno stabilito un partenariato strategico», spiega Michele D’Ercole, Presidente dell’Italian Chamber of Commerce in Vietnam.
Dal 2010 il paese asiatico fa parte di quelli a medio reddito, con l’obiettivo di diventare industrializzato entro il 2030. Malgrado ciò però adesso la pandemia ha colpito duro anche qui…
«Sì ma il Paese ha gestito l’emergenza molto bene, chiudendo fin dall’inizio i confini. Su una popolazione di circa 97 milioni di abitanti, i casi di Covid-19 sono stati circa 1400, con 35 morti e oggi abbiamo appena 109 casi attivi. Questo ha permesso di tenere tutte le attività aperte».
In che modo la situazione pesa sull’economia?
«Per quanto riguarda il legame con l’Italia sicuramente danneggia l’export, che si stima sia oltre il 25% in meno del 2019 visto il lockdown rigido fatto dal Belpaese. Il fatto che in Vietnam nulla si sia bloccato ha permesso di continuare l’esportazione diminuita solo del 7%».


Con oltre 96 milioni di abitanti, il Vietnam è uno dei nostri principali partner nel sud-est asiatico: quali sono i prodotti che esportiamo?
«In prima posizione ci sono macchinari per il tessile e per le calzature, con un valore che si aggira sui circa 300 milioni di euro, l’anno scorso erano quasi 100 milioni di più. Al secondo posto ci sono i prodotti chimici, gli articoli in pelle e le materie prime per far produrre in Vietnam il prodotto finito, vista la manodopera più a basso costo»
E quali quelli che importa?
«Soprattutto prodotti di elettronica, computer, elettromedicali per un valore di circa 1 miliardo di euro. Il Vietnam da anni è diventato un forte hub nel comparto IT grazie alle molte aziende asiatiche, coreane e giapponesi che hanno installato qui le proprie fabbriche. Resta il fatto che dall’Italia verso il Vietnam viaggiano 750 milioni di euro mentre al contrario circa 2.2 miliardi di euro».


Quali aziende hanno investito lì?
«Al primo posto c’è l’Eni. Ma c’è anche la Piaggio, la Bonfiglioli, la Datalogic, le Generali con decine decine di agenzie sul territorio. Ci sono anche piccole e medie imprese che hanno investito nei servizi, nel terziario, nella logistica. Gli investimenti italiani nel Paese si attestano sopra i 3/400 milioni di dollari».
Che vantaggi per il loro business?
«L’entrata in vigore il primo agosto dell’accordo di libero scambio con l’Unione Europea (EVFTA) ha eliminato il 99% dei dazi doganali. Ma non solo. Chi viene fisicamente a produrre qui, vista la geolocalizzazione strategica del Vietnam, ha un vantaggio per la logistica».
Gli svantaggi?
«Il Vietnam non è un’Eden, nel senso che la burocrazia è farraginosa, le procedure lunghe e complesse nonostante un costante processo di semplificazione. E poi ci sono problemi di proprietà intellettuale, qui si copia, bisogna stare attenti. Ora, però, grazie all’EVFTA oltre alle barriere tariffarie che verrano ridotte su vari prodotti, sono state introdotte norme per la tutela della proprietà intellettuale e i vietnamiti dovranno rispettare per forza determinate procedure dando una risposta al problema».