Sciaudone: «Recovery Plan: puntare sul partenariato pubblico-privato per dare solidità ai progetti»

Ha le idee chiare Francesco Sciaudone. Per guardare con fiducia al futuro servono organizzazione e conoscenza delle regole. Per questo l’avvocato – Managing Partner di Grimaldi Studio Legale e di Grimaldi Alliance e più volte consulente della Commissione Europea – sul Recovery Plan (che il nuovo Governo Draghi rivedrà in profondità) va dritto al sodo: «Le linee guida sono precise e decise da tempo dalla Commissione, bisogna con urgenza indicare i progetti italiani, le scadenze per realizzarli, con proprietà a quelli già pronti e le risorse che verranno impegnate per cofinanziarli, così si raddoppierà il volume di investimenti e si stimolerà subito la ripresa de PIL».
Per sostenere la ripresa economica l’unione di pubblico e privato è una strada percorribile?
«Certo, è fondamentale! Solo dalla capacità di creare delle condizioni di collaborazione tra pubblico e privato può passare l’attivazione di un nuovo ciclo economico, di crescita durevole e sana. Riguardo al PPP ho proposto che nel Recovery Plan avessero priorità tutti quegli interventi capaci di portarsi dietro il contributo privato. La priorità ai progetti cofinanziati sarebbe importantissima…».


Perché?
«Si potrebbe creare un impatto economico doppio. La presenza dei coinvestimenti delle aziende pubbliche e private consentirebbe di migliorare la capacità di ritorno dei progetti e quella di rimborso degli stessi finanziamenti europei. Servono progetti pronti, da realizzare con regole semplici, applicate da soggetti credibili, solo prevedendo simili priorità si potrà rapidamente incidere sul PIL: ad es. in caso di cofinanziamento potrebbero per esempio essere semplificate di molto anche le norme dei contratti pubblici… anche su questo, occorre decidere subito quali saranno le regole da seguire».
Difficile però redigere progetti in linea con le richieste…
«Sì, per questo stiamo per lanciare un progetto di assistenza dedicato a tutte le imprese che hanno l’aspirazione di accedere ai fondi europei. Dopo aver creato Grimaldi Alliance, che ci garantisce la presenza in oltre quaranta giurisdizioni, attraverso una rete internazionale di studi legali che collaborano in esclusiva con noi sulla base di accordi, saremo l’unico Studio capace di assistere le realtà a 360 gradi nell’accesso al mondo dei finanziamenti. Analogamente, stiamo anche ripensando le modalità per la gestione delle crisi di imprese, che purtroppo caratterizzeranno il mercato per i prossimi anni. Su questi temi occorre un approccio integrato, capace di offrire un mix di competenze da subito, un one-stop-shop professionale. Questo perché c’è un mismatch drammatico tra l’aspettativa e le esigenze dei clienti e la capacità di offerta del mercato dei servizi. Ci sono un vuoto di competenza e modelli ormai superati».
Si riferisce all’Italia o parla in termini più generali?
«In generale, ad esempio, per l’assistenza ai finanziamenti europei, in Italia e in tutti i Paesi in cui siamo presenti, non abbiamo riscontrato strutture professionali capaci di assistere imprese e amministrazioni in materia di fondi europei, offrendo il giusto mix di competenze. È arrivato il momento di soddisfare questa crescente domanda di servizi».
Come valuta la preparazione e i progetti delle aziende che si rivolgono a voi per avere assistenza di questo tipo?
«Direi che stiamo andando avanti con approssimazione progressiva: si tratta di un lavoro lungo, ma necessario, che non si può certo considerare esaurito. La consapevolezza sembra crescere ma purtroppo si riduce il tempo disponibile. Occorre organizzarsi per essere finalmente efficaci e durevoli su questi ambiti».
L’Italia come è messa rispetto agli altri Paesi?
«Siamo in una fascia medio-bassa: non siamo probabilmente i peggiori, ma tenendo conto della rilevanza del Paese, della sua appartenenza storica all’Unione e del potenziale che abbiamo, possiamo (e dobbiamo) fare meglio».


Vi occuperete anche del Recovery Fund?
«Certo, il Recovery Fund è solo una delle fonti di finanziamento che saranno disponibili nella nuova programmazione europea. Avremo un team dedicato ad assistere soggetti pubblici e privati nell’utilizzo dei fondi europei, e quindi anche quelli provenienti dal Recovery. Perché quello che non è chiaro a molti è che le risorse europee non si ricevono passando al bancomat! Occorrono progetti, che rispettino le regole del gioco, che vanno presentati, eseguiti, rendicontati, con attività che durano anni, per le quali occorrono competenze e un presidio professionale durevole».
Non crede che in questo senso ci sia anche stata una comunicazione non del tutto limpida?
«Si è lasciato intendere che si trattasse di risorse “facili”, ma non è così!».
Nel corso di quest’anno gli obiettivi delle aziende estere che operano in Italia e di quelle italiane che operano all’estero sono cambiati di molto?
«Certo, tradizionalmente le imprese erano abituate a mandare all’estero risorse che seguivano l’ambito internazionale, magari anche per cercare poi studi locali, così da seguire più o meno direttamente le singole operazioni e i progetti. Questo modello di gestione dell’internazionale è ormai superato ed è del tutto impraticabile. La nuova normalità del business cross-border è la gestione da remoto».
Lei ha notato qualche Paese in particolare che si è bloccato o qualcuno che invece ha approfittato della situazione… come si è mossa l’Italia in questi mesi?
«La mia impressione è che le imprese italiane abbiano rapidamente capito che bisognava cambiare approccio e infatti noi abbiamo cominciato a seguire importanti clienti nelle loro attività all’estero, vuoi perché era nuova l’offerta che nasceva con la nostra Alliance, vuoi perché era nuovo il bisogno che si trovano a dover affrontare. Lo stesso è accaduto anche con i clienti internazionali. Il vantaggio che possiamo offrire ai clienti è che grazie a noi l’azienda di Parma o di Bari può seguire un progetto in Russia o in Colombia, così come l’azienda di Milano seguirne uno in Grecia o in India, senza “muoversi”. A questa domanda di “mobilità professionale virtuale” risponde perfettamente il network internazionale della Grimaldi Alliance».
Dal punto di vista dei contratti ci sono stati aspetti da rivedere rispetto a prima?
«La cosa che ha coinvolto molti clienti è stata una rivalutazione dell’influenza del Covid-19 come forza maggiore. Che sia per ridurre i costi, che sia per chiedere la risoluzione del contratto o per altre ragioni, l’impatto della cosiddetta “hardship clause” e la valutazione a tali fini del Covid-19 è stato un elemento importante per moltissimi operatori esteri. Analogamente a quanto è accaduto con l’impatto della Brexit».
Com’è cambiato il mondo dal vostro punto di vista?
«L’internazionalizzazione è e sempre sarà una prospettiva fondamentale per un Paese come l’Italia, tra i primi esportatori del mondo. Prima c’era una internazionalizzazione, mi passi l’espressione, “modello fax”, quindi molto tradizionale: si spostavano le persone, si spostavano i team ed era molto fisica. Adesso si è fortemente dematerializzata: si spostano i servizi e le merci, ma le persone restano nei loro paesi, perché ovviamente c’è una difficoltà – forse strutturale – nella mobilità internazionale, che avrà bisogno di tempo per essere superata e recuperata».
Abbiamo avuto anche una spinta alla digitalizzazione. In questo settore si prospettano nuovi problemi, come quello della privacy, ad esempio…
«L’accelerazione nella gestione per via digitale di tante attività ha fatto sì che ci fosse una impreparazione diffusa nella gestione di molte di quelle attività, perché non si era preparati ad un utilizzo così massivo. Sono noti i temi di riservatezza e tutela che l’uso delle piattaforme ha sollevato nel mondo della scuola come in quello del business. Allo stesso tempo la violenta diffusione degli acquisti online e la remotizzazione nei sistemi di pagamento ha fatto sì che anche le regole e le strutture finanziarie siano state esposte a uno stress test del tutto inatteso. Abbiamo tutti accelerato violentemente sul digitale e sul settore finanziario, senza avere avuto un tempo di maturazione. Oggi siamo nella condizione purtroppo non più emergenziale ma direi strutturale di dover recuperare rispetto ad attività che da eccezionali o minoritarie sono diventate ordinarie e prevalenti. Bisogna rapidamente e lucidamente riflettere sulle regole e sulle esigenze del new normal dal punto di vista del commercio, della finanza, della tutela dei dati».
Si sta lavorando per questo?
«Si, ma con dei tempi che non sono allineati con la dinamicità della nuova realtà. Grimaldi è tradizionalmente presente e molto attivo su Bruxelles, assistiamo la Commissione europea in molte iniziative legislative come in materia di e-ticketing, sui temi della mobilità urbana ad es. in materia di car-sharing e ride-sharing, per cui siamo abituati a lavorare su ambiti che devono ancora essere disciplinati, purtroppo però i tempi delle iniziative legislative nazionali ed europee non sono più adeguati. Le faccio un esempio: abbiamo in corso uno studio per la Commissione europea in materia antitrust, per la definizione del mercato rilevante, per verificare come la comunicazione in materia debba essere aggiornata allo sviluppo del digitale e dell’innovazione, proprio perché oggi è fondamentale adeguare l’applicazione delle norme a tutela della concorrenza alle nuove realtà come Google, Facebook che però sono ormai attivi da molto tempo. Insomma, stiamo arrivando a disciplinare, studiare e approfondire temi …. con ritardo, come è già accaduto per Uber e la mobilità urbana o con Deliveroo, ponendosi problemi relativi al rapporto di lavoro di chi conduce l’auto o si occupa delle consegne per i profili di sicurezza, responsabilità, natura del rapporto di lavoro, ecc. ecc. Tradizionalmente l’innovazione vive ai confini delle regole e le regole tradizionalmente arrivano dopo. In questa fase questa “verità” è tanto più attuale, con l’aggravante che se c’è da un lato una forte spinta all’innovazione, dall’altro c’è una evidente difficoltà a fare le regole, perché si continua a farle alla vecchia maniera: basti pensare al contributo che in tempi di lockdown hanno potuto dare il Parlamento italiano o europeo, ovvero alle difficoltà che in generale hanno avuto tutte le istituzioni nel continuare a funzionare in piena pandemia!».
C’è qualche paura in più di prima per la privacy?
«Rispetto a tutti questi temi si registra un forte allarme, il trattamento dei dati personali, la cyber security, la tutela dei consumatori, i comportamenti commerciali, sono tutte questioni che pensavamo di poter gestire con tempi e ritmi “old-style” e che invece sono totalmente accelerati nella nuova realtà».
Vede un sostegno in questo senso?
«Oggi viviamo in un contesto che è sicuramente più complesso di quello al quale eravamo preparati, e alla complessità non si reagisce seguendo il manuale delle istruzioni, perché non c’è! Si risponde con una capacità di lettura del momento emergenziale disgiunta dalla valutazione delle scelte strategiche: questo è quello che dovrebbero fare tutti, in modo lucido e razionale. Vale per gli Studi professionali, per le imprese, per le amministrazioni, per le famiglie, per tutti…».
In soldoni, non c’è una pianificazione pronta
«No e non sembra ci si lavori. È proprio questa la difficoltà, che non c’è un manuale e non ci stiamo organizzando per farne a meno. Pensare che la complessità si gestisca con le percentuali – come nel caso delle possibilità di utilizzo dei mezzi pubblici o degli uffici – dimostra un eccesso di semplificazione, che è l’approccio peggiore. Bisogna introdurre elementi di mitigazione del rischio e di gestione strategica delle attività, magari cogliere l’occasione per ottenere contributi pubblici per ristrutturare le aziende, rivedere le politiche salariali, riorganizzare i modelli di gestione. Insomma non subire l’emergenza e l’incertezza, bensì ripensare le strategie. Questo sembra essere l’approccio che il Presidente incaricato Draghi intende (giustamente) seguire, leggendo i resoconti delle consultazioni, questo è quello che – nel nostro piccolo – stiamo facendo anche come Studio, integrando competenze, modificando l’approccio, preservando l’utilità del nostro contributo professionale, adattandolo al nuovo contesto, ampliando anche la nostra capacità professionale ( è di questi giorni il lancio del programma di internship di Grimaldi per il 2021, per selezionare 100 nuovi giovani collaboratori, al fine di stabilizzarne almeno 50 entro l’anno».
Serve anche una semplificazione degli iter burocratici …
«Purtroppo tutti ne parlano ma fino ad oggi si è affrontata in modo estemporaneo. Ad esempio, le regole per i contratti pubblici … vanno completamente ripensate! Sono essenziali, se non funzionano non ci sarà PIL! Esse sono un po’ come la catena di trasmissione degli investimenti, perché i Fondi diventino PIL servono regole efficaci: ci sono gli investimenti, la catena di trasmissione (le regole) e poi il PIL. Puoi fare la manovra di bilancio migliore della storia, ma se la catena di trasmissione, fatta dai contratti e dalla loro esecuzione, non funziona, non generi PIL. Noi viviamo in questo paradosso è finché c’erano poche risorse, tutto sommato, le conseguenze erano ridotte, il PIL ne risentiva poco. Adesso che invece abbiamo grandi risorse il problema diventa urgente e l’inadeguatezza di quelle norme che già prima non ti consentivano di trasformare gli investimenti in PIL oggi si sente in maniera amplificata, perché l’impatto non riguarda più qualche miliardo, bensì centinaia e centinaia di miliardi. Questo significa che ci vuole un ripensamento radicale, nuove regole di collaborazione tra pubblico e privato che non si limitino ad essere migliorie di quelle vecchie. Le nuove regole devono essere fatte dalle istituzioni europee, perché si tratta di risorse che vengono dall’Europa, e la Commissione europea sta già occupandosene. Intanto si può comunque fare già qualcosa, ad esempio prevedendo regole semplificate per gli interventi cofinanziati con le risorse de Recovery! In Italia il problema della partnership pubblico-privato è poi ancora più rilevante, perché noi siamo un paese dal grosso risparmio privato. Per questo l’inadeguatezza delle regole nella collaborazione tra pubblico e privato è un danno sia per l’utilizzo delle risorse pubbliche, sia per la mancata attivazione delle risorse private».
Che cosa ci manca?
«Una visione strategica su come utilizzare l’enorme quantità di risorse pubbliche e private che sono potenzialmente attivabili per la ripartenza del ciclo economico. Il vero tema è che è necessaria una sorta di sdoppiamento di personalità: bisogna da una parte occuparsi dell’emergenza, e dall’altra pensare a quello che ci sarà tra 5 anni, questi due aspetti devono essere totalmente distinti l’uno dall’altro. Pensare a regole emergenziali è una cosa, pensare a regole strutturali un’altra. Sembrano cose banali, ma purtroppo i comportamenti dell’ultimo anno non sempre si sono orientati a questi principi. Tra l’altro le linee guida della Commissione europea sul Recovery Plan sono già piuttosto precise e decise da tempo. Perché non dare priorità nel Recovery Plan agli interventi capaci di assicurare un cofinanziamento privato? Oppure a quelli che assicurano tempi di realizzazione prevedibili e contingentati? Perché non prevedere un sistema di premialità per i progetti che verranno realizzati prima ed in modo efficace consentendo la possibilità di un ulteriore finanziamento? Perché non prevedere che in caso di cofinanziamento pubblico non maggioritario i progetti possono essere realizzati con regole semplificate in materia di contratti? Servono regole semplici, applicate da soggetti molto credibili, che ne rispondano direttamente».
Pensa a manager o a politici?
«È un problema di competenze, che in Italia abbiamo, e disenno, serve qualcuno che sappia intervenire perché ha già esperienza effettiva da mettere al servizio degli obiettivi e dei progetti, che non abbia bisogno di un posto di lavoro o di cominciare a studiare, servono poi anche procedure semplici e comprensibili, che presuppongono capacità di scelta e assunzione di responsabilità, non procedure bizantine pensate al solo fine di non rischiare o rendere meccanica la scelta. Se vogliamo davvero fare PIL non c’è bisogno di teorici del diritto o dell’economia, servono persone competenti, specialisti del buon senso!».